Somalia, raid Usa uccidono decine di civili

Aerei Usa bombardano presunti covi di Al Qaeda in Somalia. I morti sono varie decine, tra i quali (dejà vu) molti civili. Gli unici ad applaudire sono i dirigenti del nuovo governo di Mogadiscio, che al potere hanno potuto installarsi solo dopo che l’esercito
etiopico aveva invaso il Paese e spazzato via le cosiddette Corti islamiche. Queste ultime a loro volta avevano brevemente imposto con la forza la loro supremazia nei mesi scorsi. Per il resto nel mondo, dall’Onu all’Unione europea a singoli governi come quello italiano, è un coro di critiche e di condanne.
I raid hanno centrato due villaggi alla frontiera meridionale con il Kenya, nella zona cioè in cui si sarebbe rifugiata una parte dei combattenti delle Corti islamiche in fuga da Mogadiscio. Lunedì notte un AC-130 decollato dalla base Usa africana di Gibuti ha attaccato la località di Hayo bersagliando le case in cui assieme ai ribelli delle Corti erano nascosti -questa la giustificazione ufficiale Usa- dirigenti di Al Qaeda responsabili di attentati alle ambasciate statunitensi in alcuni Paesi africani. «Ci sono tanti corpi sparsi a terra, e carcasse di animali», diceva una fonte del governo somalo senza fornire cifre precise. Simile dinamica e stesse motivazioni da parte americana per l’attacco nella vicina Bankajirow, ieri mattina. Le vittime qui sarebbero state fra 22 e 27.
L’intelligence di Washington ritiene che le Corti islamiche abbiano accolto tra le proprie fila almeno tre leader di Al Qaeda in Africa: il sudanese Abu Talha, il kenyano Saleh Ali Saleh Nabhan, il comoriano Fazul Abdullah Mohammed. Non si sa se ci sia anche qualcuno di loro fra i cadaveri disseminati nelle strade e sotto le macerie di Hayo e Bankajirow. Ma a Mogadiscio il presidente Abdullahi Yusuf Ahmed ha avallato in pieno la carneficina: «Gli americani hanno il diritto di condurre attacchi aerei contro membri di Al Qaeda ovunque costoro si trovino». Versione aggiornata dell’antico concetto di sovranità limitata, singolarmente convalidato da chi subisce la menomazione anziché, come sarebbe più logico attendersi, da colui che la impone. Un altro esponente della neonata amministrazione somala, il portavoce governativo Abdirahman Dinari, si è spinto a certificare la riuscita dell’operazione militare americana pur ammettendo di non saperne quasi nulla: «Molte persone sono state uccise. Non sappiamo chi. Comunque è stato un successo».
Commentando i bombardamenti Usa, un portavoce dell’Unione europea, Amadeu Altafaj, afferma che «un episodio di questo tipo nel lungo periodo non aiuta. La sola cosa che può portare la sicurezza è il ritiro il più rapidamente possibile delle truppe etiopiche e il dispiegamento di una forza internazionale per sorvegliare la tregua». Il nuovo segretario dell’Onu Ban Ki-moon si dice «preoccupato per la nuova dimensione» del conflitto che i raid Usa possono comportare e per «la possibile escalation delle ostilità». Il ministro degli Esteri italiano D’Alema ribadisce «la contrarietà dell’Italia ad azioni unilaterali che potrebbero innescare nuove tensioni in un’area già caratterizzata da forti instabilità».
Con i raid degli ultimi due giorni gli Stati Uniti tornano a intervenire militarmente in Somalia ad oltre dieci anni dall’operazione Restore Hope, che avrebbe dovuto porre fine alla guerra fratricida e culminò in un clamoroso fallimento. Ma già da tempo gli Usa avevano rimesso piede in Somalia, seppure in forma coperta e indiretta, attraverso il sostegno economico ed organizzativo ad alcune formazioni militari ostili ai gruppi integralisti islamici.