Solidarietà con Mohammed Barakeh, dirigente comunista israeliano perseguitato per le sue convinzioni

Traduzione a cura della redazione di l’Ernesto online

Il 10 marzo scorso è iniziato il processo al segretario generale di Hadash (Fronte Democratico per la Pace e l’Uguaglianza) e dirigente del Partito Comunista di Israele, Mohammed Barakeh.

Inquisito per quattro casi diversi, ma raggruppati in unico capo di imputazione, Barakeh è accusato di “insulto, aggressione e ostruzione di un agente” e rischia 5 anni di prigione. Tali delitti sarebbero stati commessi nel corso di varie manifestazioni svoltesi tra il 2005 e il 2008.

In un comunicato, il PC di Israele ha ritenuto di segnalare che tale accusa tende in realtà a rovesciare i ruoli, ignorando la funzione di mediatore che ha giocato Barakeh in questo tipo di manifestazioni e assolvendo i veri fautori della violenza, le forze dell’ordine. “Durante quel periodo, Barakeh ha partecipato a centinaia di iniziative di questo genere, mentre la polizia o l’esercito israeliano cercavano di reprimere le manifestazioni attuate dai militanti pacifisti e dai cittadini arabo-palestinesi, in Israele e nella Striscia di Gaza. Nel corso di queste manifestazioni, Barakeh ha svolto un ruolo importante di mediazione con la polizia e l’esercito secondo la testimonianza di molti manifestanti e, in alcuni casi, ha dovuto subire atti di violenza da parte delle forze dell’ordine. In seguito gli ufficiali di polizia gli hanno rivolto false accuse di aggressione, cercando di giustificare il loro comportamento scorretto; ciò costituisce la base dei capi di imputazione nei suoi confronti”.

Per Mohammed Barakeh, non c’è alcun dubbio che questo sia un processo politico, il cui primo obiettivo è quello di screditare la sua immagine: “L’atto di accusa mette insieme quattro incidenti separati che hanno avuto luogo in un periodo di due anni e che non hanno niente a che vedere l’uno con l’altro (…) La vera ragione per cui sono stati messi insieme, e per creare una cattiva immagine di me”.

Più in generale, è la questione della libertà d’espressione e di manifestazione che è messa in discussione, poiché il processo si inserisce in una campagna di intimidazione contro i militanti pacifisti arabi ed ebrei, Israeliani e Palestinesi, comunisti e progressisti. Barakeh ha anche dichiarato al Jerusalem Post che “Tutte le imputazioni concernono incidenti che si sono sviluppati nel corso di manifestazioni politiche a cui io partecipavo nell’esercizio delle mie responsabilità politiche”. Il deputato comunista ne deduce che ciò fa parte di “una campagna di persecuzione che tende a reprimere la libertà di espressione”.

Figura esemplare della lotta per la pace, Barakeh è gia stato, a più riprese, minacciato di morte e costretto a limitare i suoi movimenti. Ciò non gli ha impedito di partecipare alle manifestazioni contro le nuove colonie, che la giustizia israeliana sta cercando di criminalizzare.

La solidarietà con il dirigente comunista si è già espressa in Israele e Palestina. Fin dal primo giorno del processo quando molte decine di manifestanti pacifisti, tra cui membri eminenti del PC di Israele/Hadash – i deputati Dov Khenin, Afou Agbaria e Hanna Swaid – si sono radunati davanti al Tribunale di Tel Aviv per manifestare la loro indignazione e rabbia.

Personalità dalla moralità irreprensibile, attaccato a principi politici intangibili, dirigente comunista coerente, Barakeh aveva partecipato recentemente all’omaggio reso alle vittime della Shoah ad Auschwitz, in quanto membro di una delegazione della Knesset.

Attaccato sia dalla destra sionista – perché un arabo, per di più comunista, non può partecipare alle commemorazioni dell’Olocausto – che dagli ambienti islamismi – che confondono antisionismo e antisemitismo, Barakeh si comunque è rifiutato di cedere alle minacce e ha pronunciato nell’ex campo di sterminio un discorso vibrante e rivolto al presente e all’avvenire, concludendo così: “Qui le cose acquistano tutto un altro senso (…) Occorre trarre la vera lezione, che ci si deve battere contro tutte le forme di repressione e di oppressione, in ogni luogo e in ogni tempo”.

Queste parole suonano ancora più giuste nel momento in cui si apre il processo a Barakeh e la giustizia israeliana, dimentica delle sorti tragiche delle vittime dell’Olocausto, tenta di ridurre al silenzio le ultime voci della coscienza, le voci di coloro che rifiutano di stare in silenzio di fronte ai crimini contro l’Umanità.

Solidarietà con il compagno Mohammed Barakeh, dirigente comunista arabo israeliano e voce della Giustizia e della Pace in Israele!

La sua lotta per la libertà di espressione, di opinione e di manifestazione è inseparabile dalla lotta per la pace e per la fine dell’occupazione e della colonizzazione della Palestina!