Soldi e indennizzi, così paghiamo le basi Usa

Si tagliano i fondi per gli enti locali, si sforbiciano il welfare e la cultura, perfino le Olimpiadi di Torino. Ma guai a toccare ciò che deve rimanere segreto. Cioè che con i soldi dei contribuenti italiani si pagano non solo le spese militari del nostro paese, ma addirittura i costi delle basi americane in Italia. Denaro liquido, per un totale del 37 per cento delle spese complessive, ma anche sgravi fiscali, sconti e forniture gratuite di trasporti, tariffe e servizi. In proporzione, siamo il paese Nato che versa di più agli Usa: il 37 per cento, contro il 27 della Germania. In valori assoluti, il rapporto è inverso: la Germania, nel bilancio 2001, ha stanziato 862 milioni di dollari, e l’Italia 324. Contributi diretti e indiretti «aggiuntivi rispetto a quelli della Nato», spiega lo statunitense Report on allied contributions to the common defense, rivelato ieri dal cronista del Giornale di Sardegna Marco Mostallino. Nell’anno successivo, è scritto nero su bianco in un rapporto della Commission on review of overseas military facility structure, trasmesso al presidente Bush e al Congresso Usa il 15 agosto scorso e in nostro possesso, la Germania ha aumentato i contributi a 1.563 bilioni di dollari, l’Italia a 366,54. Dunque nei primi due anni del governo Berlusconi, mentre si sforbiciava qua e là lo stato sociale e si approvavano condoni per fare cassa, lo stanziamento è aumentato, e tutto lascia presumere che nei successivi tre anni non sia diminuito. Ma non ci si lasci ingannare: nel 1999, infatti, governo D’Alema di centrosinistra, lo stanziamento fu di ben 480 milioni di euro.

Contributi necessari? Un inevitabile riconoscimento all’amicizia con gli Stati uniti e al loro ruolo di liberatori dal nazifascismo? Non parrebbe. A leggere i documenti ufficiali di Washington, la maggior parte dei pagamenti nascono da bilateral agreements, «accordi bilaterali», e solo una minima parte dipende dalla dovuta divisione delle spese tra i paesi della Nato. Le cifre sono ancora più istruttive. Il dossier dell’agosto scorso elenca infatti paese per paese le quote di quella che gli americani chiamano «condivisione dei costi», bilateral cost sharing, sia pur per pagare le proprie truppe. Ebbene, paesi «alleati» come Francia, Canada, Repubblica Ceca, Olanda, Norvegia e Polonia non sganciano un euro o dollaro che dir si voglia. Altri, come Spagna, Ungheria e Turchia, danno solo dei contributi «indiretti», e perfino gli inglesi, i più fedeli alleati degli Usa, pagano meno di noi, per la precisione 185,39 milioni di dollari.

Ma non finisce qui. I pagamenti agli Stati uniti non finiranno nemmeno se le basi dovessero essere chiuse e non ampliate, come sta per accadere alla Maddalena e a Camp Darby. Nei patti tra Washington e Roma, rigorosamente segreti, esiste una clausola chiamata Returned property – residual value, che prevede un indennizzo per le «migliorie» apportate. L’accordo è top secret, ma qualcosa filtra alla pagina 17 delle «osservazioni preliminari» che il Goa, l’ufficio della Casa bianca per la trasparenza, ha consegnato al congresso Usa nel luglio del 2004. Leggiamo: «Gli accordi bilaterali stabiliscono che se il governo italiano riutilizza le proprietà restituite entro tre anni, gli Stati uniti possono riaprire le trattative per il valore residuale». Che più o meno vuol dire: se i terreni vengono riusati entro quel periodo, il rimborso va aumentato. Unica clausola favorevole, quella che prevede per le nazioni ospitanti il rimborso dei danni ambientali. Peccato che a quantificarli paiono essere gli stessi americani, tanto che un rapporto della Commissione governativa per le basi militari, incurante delle tante denunce di inquinamento, li ha già definiti «limitati».

Sulla vicenda ha presentato un’interrogazione parlamentare il verde Mauro Bulgarelli, che ha anche preparato un progetto di legge per la desecretazione di tutti i documenti che sono segreto di Stato. «Ancora una volta ci troviamo di fronte ad accordi segreti che impongono, oltre alla presenza di basi straniere sul nostro territorio, anche l’onere di mantenerle a spese dei contribuenti italiani, che si ritrovano a loro insaputa a finanziare tariffe, trasporti e servizi gratuiti ai soldati americani e alle loro famiglie», dice il deputato verde, che considera il diritto di indennizzo una vera e propria «provocazione».