Soldi alle missioni, lo spettro di gennaio

Enrico Letta capisce subito l’antìfona della giornata e ai cronisti che chiedono risponde: della missione in Afghanistan parliamone a gennaio, «quando ci sarà la discussione sul rifinanziamento». Qualsiasi anticipo di discussione è solo «strumentale», anzi «la maturità con la quale il Paese e le forze politiche, quasi tutte, hanno affrontato la mini-crisi di questi ultimi giorni, sia, tutto sommato, un segnale di maturità».
Le parole del sottosegretario esprimono un auspicio, una preghiera, più che un dato. Il giorno dopo la richiesta di ritiro delle truppe italiane da Kabul, il segretario del Pdci Oliviero Diliberto è un po’ meno solo. Le forze della sinistra sono un po’ meno divise, di certo meno di come scrivono i giornali. Perché il giorno dopo, cioè ieri, è stato anche il giorno dei dubbi su come si sia realmente svolto il blitz che ha liberato i due agenti del Sismi, lasciandone uno gravemente ferito. E’ il giorno degli interrogativi sul ruolo dei soldati italiani in Afghanistan. Appunto, è il giorno in cui a sinistra si riaffacciano i tormenti sul tema del rifinanziamento di Enduring freedom, la missione afghana. Quella che nel luglio scorso ha fatto traballare il governo Prodi. Il prossimo voto sul rifinanziamento è previsto a gennaio, e anche questa volta non promette niente di buono per il governo Prodi. «Se non si vuole che all’inizio del prossimo anno tutto il peso del problema ricada su pochi poveri cristi, che si trovano ogni volta a basculare fra gesti estremi o accettazione supina di un orrore imperialista, affrontiamolo subito», dice Fosco Giannini, di Rifondazione, componente Ernesto, uno di quelli che a luglio fecero ballare il governo. «Richiamiamo le piazze, magari subito dopo la manifestazione del 20 ottobre riconvochiamoci in un appuntamento a tema. Sono d’accordo con Diliberto, dobbiamo andare via dall’Afghanistan. Ma allora chiedo coerenza. Ricostruire l’istanza sociale che poi ci “copra” al momento del voto».
Al di là degli accenti, la posizione di Giannini questa volta non è quella isolata di un rifondarolo eretico. «A me non piacciono le prove muscolari, ma in ogni caso di questo blitz non si è capito il senso», dice Elias Vacca, del Pdci. «Volevamo far capire ai talebani che gli italiani sanno liberare gli ostaggi con la forza? Volevamo salvare i militari? In ogni caso purtroppo è andata male. Finora abbiamo dimostrato un grande senso di responsabilità. Ma ora dobbiamo ottenere dal governo il ritiro delle truppe dall’Afghanistan, il cambio di obiettivo della missione e la strategia di disimpegno. Una svolta concreta».
Ripensare la missione, la maggioranza potrebbe dialogare su questo. Se non ci fosse la ministra Emma Bonino che anticipa che «l’impegno del governo in Afghanistan è fuori discussione». Non quello di promuovere una conferenza di pace nell’area, però, che il governo ha promesso a luglio. Della conferenza si sono perse le tracce. «E’ urgente una valutazione delle modalità e dell’efficacia della nostra presenza in quella terra», anche secondo la verde Tana de Zulueta. In parlamento è in corso un’indagine conoscitiva sui Prt (provincial e construction team, ndr) a guida militare, ai quali viene affidata la-cooperazione. Cosa che, per de Zulueta, «porta a una pericolosa confusione di ruoli che, nello specifico, ha esposto i due militari italiani a una situazione ad alto rischio». La cooperazione deve passare in mano civile. Anzi, via la Nato e via Enduring freedom per Elettra Deiana, vicepresente della commissione Difesa della Camera. «Il blitz è un atto di guerra, la dimostrazione lampante che la missione italiana è in un teatro di guerra ed è costitutivamenteuna missione di guerra. In parlamento riceviamo informative che dicono che la missione di pace procede bene, quando è chiaro che la situazione si fa ogni giorno più grave». Ora però, conclude, la sinistra pacifista, quella che lavora alla federazione, non può sfuggire «alla responsabilità di chiedere il ritiro delle truppe, ma anche di cambiare target alla missione e di chiudere Enduring freedom». Gennaio non è lontanissimo. Ma soprattutto è vicino il capitolo della finanziaria relativo alle spese militari. Lì, già venerdì prossimo, si leggeranno le intenzioni del governo su Kabul.