Socialisti olandesi: le ragioni di un successo

Le elezioni politiche che si sono tenute in Olanda a novembre, sono state caratterizzate da una prepotente avanzata della sinistra radicale (Partito Socialista, Ps), che ci consegnano diversi spunti di riflessione. Il paese è uscito profondamente diviso dalle urne: l’alleanza di governo costituita da democristiani (Cda, partito del primo ministro Balkenende) e liberali (Vvd), protagonista delle recenti riforme neoliberali, ha ottenuto 63 seggi sui complessivi 150 (-9 rispetto alle precedenti elezioni); i socialdemocratici (PvdA), presentatisi agli elettori con un programma moderato, hanno ottenuto 32 seggi (-10); i socialisti sono passati da 9 a 26 seggi, affermandosi per la prima volta come terza forza politica davanti ai liberali (tanto per intenderci, il partito dell’ex commissario europeo Bolkestein, il “padre” dell’omonima direttiva); esce dal parlamento il partito populista e xenofobo fondato da Fortuyn, sostituito dalla destra anti-islamica di Wilders (Pvv), che ha ottenuto 9 seggi; il resto dei seggi sono ripartiti tra forze minori di (centro, verdi e sinistra liberale). Questi risultati rendono fragili e precari gli equilibri di governo, a conferma di una profonda divisione interna alle società di diversi paesi europei, a capitalismo avanzato e non (dalla Germania, alla Slovacchia, dalla Repubblica Ceca alla stessa Italia), elemento che dovrebbe indurci ad una riflessione seria e articolata sull’evoluzione dei nostri sistemi democratici dopo un ventennio di politiche neoliberali e di guerra. In questo contesto, l’affermazione di un partito che fa della radicalità dei contenuti il proprio cavallo di battaglia nel cuore dell’Europa costituisce un segnale di grande rilevanza. Costituitosi nel 1972 come partito di orientamento marxista-leninista e maoista, assumendo fin da subito una forte proiezione sociale, il Partito Socialista ha avviato dal 1991 un percorso che lo ha portato a collocarsi organicamente all’interno di un’opzione socialista di sinistra dai caratteri anticapitalistici e anti-Nato, con forti connotazioni rosso-verdi, seguendo
in questo percorso l’esperienza di altri paesi vicini (Danimarca). Nonostante la trasformazione ideologica, il Partito Socialista ha mantenuto uno stile di lavoro segnato da una forte proiezione di massa, a difesa di quelli che sono gli interessi immediati dei settori più deboli della popolazione, da una presenza massiccia nei quartieri popolari delle grandi città (gli iscritti dichiarati sono 45.000, con una percentuale di militanza stimata intorno al 38%, il partito ha come simbolo un pomodoro, simbolo per eccellenza della protesta).
Dopo essersi battuto da solo contro la bozza di Trattato Costituzionale
Europeo, respinta a larga maggioranza (61,1%) dal popolo olandese nel referendum del 1 giugno 2005, il Partito Socialista ha impostato tutta la campagna elettorale contro le riforme neoliberali imposte dai diversi governi guidati da Balkenende, con particolare riferimento all’ultimo: dall’estensione del diritto d’asilo per i migranti, ad una dura opposizione contro le liberalizzazioni e le diverse misure adottate che hanno finito per indebolire lo stato sociale. E’ nella radicalità dei contenuti e nella limpidezza della battaglia contro il neoliberismo e la guerra – a partire dallo stesso modello di integrazione europea, l’Unione Europea, e le sue ripercussioni in Olanda – che vanno ricercate le ragioni del successo, gli elementi che hanno consentito ai socialisti olandesi di approfittare della debolezza della proposta della socialdemocrazia e intercettare tanta parte dell’elettorato di sinistra e popolare. A fronte di un’America Latina completamente attraversata da una generale pulsione antimperialista e da vittorie che – come ad esempio in Venezuela – riaprono il tema della transizione al socialismo; di un continente africano segnato da una ripresa delle lotte anticolonialiste e da un’immensa regione del mondo – l’Eurasia – che attraverso la costituenda triade Cina, Russia e India mette in campo, sul piano planetario, un forte “contrappeso” all’unipolarismo Usa ed euro-atlantico, contribuendo obbiettivamente a svolgere una funzione antimperialista, è proprio l’ Unione Europea (Ue), in questa fase, a mostrarsi come l’area del mondo a più basso tasso di conflitto anticapitalista (mentre più complessa e meno normalizzata si presenta invece la situazione nell’area europea ex sovietica : Ucraina, Russia, Bielorussia…). Si sono verificati proprio nell’Ue segnata dal dominio di Maastricht i più significativi processi di snaturamento e “cooptazione” delle forze politiche di sinistra: dalle forze socialdemocratiche (che lungo l’asse D’Alema- Blair abbandonano la loro residua natura riformista assumendo forti connotazioni social-liberali), a quelle di sinistra come Izquierda Unida (che nel proprio processo di mutazione – che essa stessa definisce “eco-socialista” – vede sempre più spegnersi l’autonomia comunista), sino a partiti comunisti che per una neo inclinazione governista hanno accettato anche politiche di guerra (attacco contro la Jugoslavia nei governi Jospin e D’Alema) e oggi subiscono le compatibilità della Nato nella guerra in Afghanistan. E’ in questo contesto che appare particolarmente importante l’affermazione del Partito Socialista olandese, costituitasi attraverso una proposta politica e sociale in chiara e positiva controtendenza rispetto al moderatismo dilagante in tanta parte della sinistra europea.
E’, infatti, dal sostegno alle lotte più radicali delle parti più avanzate della società olandese che nasce il successo dei socialisti, che hanno una storia di grande autonomia. Non hanno aderito né sono osservatori della Sinistra Europea, e non per caso; mentre fanno parte del Gue-Ngl, il gruppo parlamentare europeo che comprende in un contesto unitario, senza esclusioni di natura ideologica, tutti i partiti comunisti dell’Ue). E alla vigilia delle elezioni, il 35% dei sindacalisti ha manifestato la propria intenzione di voto a favore del partito guidato da Jan Maijnissen, percentuale che sale al 60% tra i musicisti e coinvolge tanta parte dell’elettorato giovanile. Dunque un partito che certo lascia irrisolta la questione dell’autonomia comunista (tema che in Olanda ha radici storiche lontane), ma il cui profilo politico e programmatico esalta una piattaforma anti-capitalistica, anti-Nato e di forte alternatività all’Unione Europea, che lo distinguono significativamente dalle molte formazioni politiche che nell’ambito del Partito della Sinistra Europea stanno evolvendo in senso socialdemocratico, moderato, assumendo una logica di governismo compatibilista e adattativo. Il partito ha ottenuto il 23,8% dei consensi a Eindhoven, il maggiore centro industriale del paese, il 18,4% ad Amsterdam e il 17,6% a Rotterdam, collocandosi al secondo posto nelle province di Groningen, Limburg e Nord Brabante. Un risultato che conferma la crescita ottenuta alle Europee del 2004, quando il Ps ha raddoppiato i propri eletti (da 1 a 2, risultato ragguardevole per l’Olanda).
Di fronte all’esito del voto, il presidente del maggiore sindacato olandese, la Fnv, ha dichiarato che «la continuazione delle politiche degli ultimi anni non dovrebbe costituire un’opzione praticabile per il futuro governo… Le imprese hanno avuto mano libera, mentre i lavoratori hanno perso una forma di protezione sociale dopo l’altra». Gli ha fatto eco Bos, leader dei socialdemocratici: “Abbiamo ricevuto il messaggio. Il popolo olandese vuole vedere ridotto il differenziale tra ricchi e poveri”. «Gli olandesi hanno votato – ha commentato Marijnissen – e mostrato di voler vivere in un paese più umano, solidale e sociale».