Socialisti in festa ma l’«unità a sinistra» è ancora tutta da fare

Per aspettare insieme il responso delle urne, la Linke ha dato appuntamento alla Kulturbrauerei di Prenzlauer Berg, vecchia fabbrica di birra ristrutturata come centro culturale. La folla si accalca in un tendone bianco piazzato nel cortile, con gli occhi puntati sul maxischermo collegato con le emittenti televisive. Quando alle 18 cominciano a scorrere gli exit-poll, si alzano due boati di giubilo. Il primo quando i grafici segnalano il tracollo della Spd. Il secondo quando annunciano il balzo in avanti della Linke. Le proiezioni la danno al 12,5, alla fine il risultato si attesterà all’11,9%. Comunque è un quoziente «a due cifre», sopra il 10% che il partito si era prefisso come obiettivo.
Un po’ alla volta, col sopraggiungere delle previsioni sulla ripartizione dei mandati che danno una maggioranza di centrodestra ai democristiani di Merkel insieme ai liberali di Westerwelle, ci si rende conto che non c’è da stare allegri. Ma un conto sono i ragionamenti preoccupati sullo slittamento a destra del quadro politico, un altro i sentimenti «di pancia» tra attivisti e simpatizzanti, la base reduce dalla campagna elettorale.
Qui pesa innanzitutto l’orgoglio di essere cresciuti a una dimensione che non consentirà più a nessuno di emarginare la Linke nell’angolo dei cattivi, degli inguaribili e irresponsabili «populisti». Ma anche la «soddisfazione» per i guai dei socialdemocratici, gli avversati cugini rivali, arroganti dall’alto della loro ultracentenaria tardizione, e ora caduti nella polvere. Alla Kulturbrauerei circola la Schadenfreude, come i tedeschi chiamano questo gioire del danno altrui, stato d’animo umanissimo anche se non nobile. Lo si può constatare anche dai fischi all’indirizzo di Steinmeier, non appena sullo schermo compare lo sconfitto candidato socialdemocratico alla cancelleria.
Tripudio di applausi quando, verso le 19, i due capilista Gregor Gysi e Oskar Lafontaine, accompagnati dal coopresidente del partito Lothar Bisky, salgono sul podio. Gysi si rallegra per un «risultato storico», perché mai prima nella storia della Repubblica federale tedesca si era visto al Bundestag un raggruppamento oltre il 10% a sinistra della Spd. «Abbiamo messo a soqquadro l’intero sistema politico della Rft», continua Gysi, che ricorda come ormai i socialisti, confinati per quasi due decenni nei soli Länder dell’est, siano sbarcati in 6 parlamenti regionali dell’ovest (domenica si è aggiunto al bottino lo Schleswig-Holstein).
Pure gli ultimi quattro Landtage, dove i socialisti mancano ancora, sono a portata di mano, a giudicare dal 6,5% in Baviera, quoziente spettacolare per quel Land ultraconservatore. In confronto con le precedenti elezioni il balzo è notevole. Nel 2005 la lista congiuta del Pds (partito del socialismo democratico) e della «Iniziativa per la giustizia sociale» (appena fondata a ovest per reazione alle «riforme» liberiste della Spd di Schröder), si era attestata all’8,7%.
Quanto alla Spd, Gysi non vuole «impartire lezioni», ma spera che i socialdemocratici finalmente si rendano conto «che non ha senso cercare di essere una seconda unione democristiana». La Spd si dovrebbe ora «risocialdemocratizzare», anche se difficilmente ciò potrà avvenire senza una «ribellione» della sua base.
Oskar Lafontaine – già presidente della Spd, cui voltò le spalle in rotta con Schröder, e artefice del radicamento del partito a ovest – cerca di contrastare il virus della Schadenfreude. «Non c’è proprio da rallegrarsi per la batosta della Spd. Noi vogliamo che il campo di sinistra in Germania si rafforzi. Ma prima questo campo si deve davvero costituire come tale, perché non basta il nome di un partito per appartenervi». Il monito è indirizzato alla Spd, socialdemocratica di nome ma non di fatto. E che in effetti, al di là delle frecciate di Lafontaine, in campagna elettorale non sapeva bene se presentarsi come «partito popolare di sinistra», come sta scritto nei programmi, o come partito che – parola di Steinmeier – «non lascerà mai il centro della società».
In attesa che il campo di sinistra si formi, non resta che l’opposizione, in cui Lafontaine promette di sciabolare «con la lama più affilata, perché siamo l’unico partito schierato contro questo sistema del capitalismo finanziario».