«Siti neri»? Per la Casa bianca il problema non esiste. E tace

A Washington il problema dei «siti neri», cioè delle prigioni segrete nell’Europa orientale in cui la Cia fa dei suoi prigionieri ciò che vuole, ha ancora connotati diversi. Per la Casa Bianca il problema non esiste. Non c’è stata una smentita né un conferma: semplicemente non se n’ è parlato. Nonostante gli sforzi, da quando la settimana scorsa il Washington Post ha tirato fuori la storia, nessuno è riuscito ad avere dalla Casa Bianca neppure un no comment. Il Congresso, cioè quello che «per statuto» dovrebbe indagare, in pratica non sta facendo il suo lavoro o lo sta facendo in modo estremamente parziale. La Camera finora ha avuto un atteggiamento del tutto simile a quello della Casa Bianca mentre al Senato – almeno – si è aperta una disputa i cui corni del problema sono: si deve indagare su dove sono quei «siti neri», cosa fanno, chi li gestisce, chi li ha autorizzati, eccetera, o si deve indagare su come ha fatto il Washington Post a ottenere le informazioni che ha pubblicato? Inutile dire che da una parte – quella che vuole sapere tutto – ci sono i democratici e dall’altra – quella che se la prende con il giornale – i repubblicani. In particolare nella commissione Servizi segreti, dove c’è un presidente, il senatore Pat Roberts, che nei confronti della Casa Bianca non ha neanche quel po’ di dubbio che un paio di settimane fa ha portato la grande maggioranza dei suoi colleghi di partito a votare (90 contro 9) per il bando dei trattamenti «inumani o degradanti» nei confronti dei prigionieri «in custodia degli Stati Uniti». A quel bando, come si sa, si oppone apertamente il vice presidente Dick Cheney, che ha chiesto un’ «esenzione» per la Cia. Cioè il divieto di torturare deve valere al massimo per i membri delle forze armate. Che il vice presidente potesse arrivare a pronunciarsi così brutalmente in favore delle torture era una cosa «semplicemente impensabile», ha commentato il senatore democratico John Levin, ma è la realtà cui questa amministrazione ha portato. Una realtà che «viene da lontano», se è vero ciò che due studiosi raccontano in un articolo pubblicato ieri dal New York Times.

Il punto da cui nasce tutto – spiegano Gregg Bloche e Jonathan Marks, uno professore alla facoltà di legge della Georgetown University e l’altro docente di bioetica alla stessa Georgetown – si chiama SERE, che sta per Survival, Evasion, Resistance, Escape, programma messo in piedi anni fa a Fort Bragg, nel North Carolina, per addestrare i soldati Usa a «resistere» alle eventuali torture del nemico, in caso di cattura. In pratica, i soldati destinati a operazioni in cui le possibilità di cadere prigionieri erano alte erano sottoposti a tutta una serie di «tecniche» e addestrati a limitarne gli effetti. L’esistenza di quel programma venne (parzialmente) alla luce durante la prima Guerra del Golfo e sollevò molta indignazione, ma quello che oggi raccontano i due studiosi è molto peggio. In sostanza, dicono, il SERE ha cambiato obiettivo: le tecniche usate per addestrare i soldati americani ora si usano per «ammorbidire» i prigionieri prima di sottoporli agli interrogatori. Il «trasferimento», aggiungono i due professori, è avvenuto nel 2002, quando il generale James Hill, comandante del Southern Command da cui dipende Fort Bragg, «inviò una lista di quelle tecniche – prolungato isolamento, privazione del sonno, percosse, sfruttamento delle fobie dei detenuti – al segretario della Difesa Rumsfeld, che l’approvò nel dicembre del 2002». Lo ha raccontato lo stesso Hill, spiegano gli studiosi, in un suo briefing del giugno 2004.