Sistemi elettorali a confronto

Anche evitando una lettura dogmatica, meccanicista e semplificata del rapporto tra struttura e sovrastruttura, le vicende relative ai sistemi elettorali non possono essere analizzate in maniera separata dalla lettura del contesto socio economico di riferimento.
La tendenza a livello mondiale del capitalismo a svalutare il lavoro e a svuotare i diritti dei lavoratori, anche attraverso le politiche liberiste, ha dovuto essere supportata da una certa dose di violenza e di autoritarismo. A livello istituzionale, in Italia, occorreva depotenziare una Costituzione particolarmente orientata verso il rispetto dei diritti sociali e la partecipazione dei lavoratori alla cosa pubblica.
Il sistema elettorale uninominale che ci troviamo adesso – frutto di un referendum demagogico che aveva fatto leva sul malcontento popolare alimentato dai fenomeni di corruzione che avevano dato luogo alle vicende di “mani pulite” – corrisponde piuttosto bene alle esigenze di cui sopra. Infatti ha prodotto una oggettiva passivizzazione dei cittadini, la personalizzazione della politica, maggiori spazi politici per i poteri forti, una certa dose di bonapartismo, la diminuzione netta della partecipazione al voto e l’affermarsi di poli che, pur nella violenta concorrenza tra di loro (devono vendere merci assai simili nella sostanza), non si distinguono molto per le politiche sociali e per le logiche istituzionali. Inoltre la possibilità, insita nel sistema, di conquistare un’ampia maggioranza parlamentare anche in assenza di un altrettanto ampio consenso elettorale, ha dato la possibilità – utilizzata sia dal centrosinistra che dal centrodestra – di modificare a proprio piacimento la Costituzione, che i padri fondatori della Repubblica avevano voluta rigida.
La crisi del berlusconismo, che è stata quasi contemporanea alla crisi dei neocons americani e in generale delle destre in tanti paesi, ha prodotto la necessità, per le classi conservatrici del paese, di individuare un’alternativa al populismo di destra. Da qui l’obiettivo rafforzamento del potere di interdizione del centro, e la sua candidatura a divenire l’asse stabile attorno a cui far ruotare loa “alternanza” tra i vari governi.
Che il sistema elettorale uninominale avesse la conseguenza di potenziare le forze di centro, è una legge che è stata esaminata e studiata già a partire dagli anni 80. In appendice a questo intervento presento una esemplificazione “casereccia” del teorema dell’elettore mediano”, che i sostenitori del bipolarismo si sono guardati bene dal farlo conoscere.
In ogni caso la prospettiva di un grande centro dipende molto dal sistema elettorale che ci ritroviamo, oltre che dai processi economici, politici e sociali in atto. Sembra sottovalutare queste cause Ritanna Armeni, nel suo articolo su Liberazione Terremoto proporzionale: primo effetto, torna il centro. Ella afferma che se “la Casa delle libertà riuscirà ad imporre una nuova legge elettorale, il sistema politico italiano cambierà radicalmente”. Tra le conseguenze catastrofiche ella indica la “evidente fine del bipolarismo, cioè di quel sistema politico che in Italia ha poco più di un decennio e che per molti non si è mai completamente compiuto”. Il seppellimento del sistema bipolare, poi, coinvolgerà anche l’altro Polo, quello di centro sinistra”. Quindi , ne deduce la Armeni, “se passa la legge imposta dal Polo,il Parlamento sarà eletto proporzionalmente con un premio di maggioranza. Ma sarà soprattutto sarà un Parlamento in cui le forze di centro costituiranno la grande maggioranza. Una sorta di palude che va da settori dei Ds sempre più vicini alle posizioni delle Margherita, alla Margherita stessa, all’Udeur, all’Udc, e a parti consistenti di Forza Italia. Comunque uesta gara vada a finire, il nuovo centro sarà determinante nella legislazione che riguarda i diritti e le libertà civili, nonché le questioni etiche e di convivenza”. L’articolista si impegna anche a elencare le materie in cui il nuovo Parlamento centrista potrebbe intervenire negativamente: legge sui Pacs, aborto, legge 40 sulla fecondazione assistita, l’ordine “naturale” della famiglia. “Questo centro neoguelfo sarà l’interlocutore politico privilegiato e ideale della gerarchia ecclesiastica ratzingheriana. Il Dio politico di Benedetto XVI, troverà nel nuovo centro del parlamento italiano dei devoti sudditi”. Sarà peggio di “un ritorno alla Dc, perché la Dc mediava con le richieste dei credenti e dei movimenti cattolici e fra le diverse sensibilità e scelte di quel mondo. Oggi il centro politico sembra più impegnato ad obbedire che a mediare, a farsi Chiesa più che a affermare un’istanza statuale che tenga conto delle spinte culturali e sociali del paese. Si riaprirà in Italia una questione laica, o meglio, si dovrà riprendere un discussione e una battaglia per definire i diritti di una laicità che rischia di diventare marginale e difensiva”.
Ma non è finita. “Il nuovo sistema politico porrà dei problemi grandi anche alla sinistra che aveva trovato una sua definizione e una sua collocazione nell’Unione e che probabilmente dovrà ridefinire gran parte della sua strategia. Il problema insomma è questo: come ridefinisce le sue strategie una sinistra che deve fronteggiare in Parlamento un centro così consistente e così determinato?”
Mi fermo qui per osservare preliminarmente che la Armeni, in maniera del tutto passiva rispetto alla demagogia della Casa delle Libertà, definisce proporzionale una legge che è maggioritaria. Al pari della famigerata “legge truffa”, prevede un premio di maggioranza, e per di più questo premio scatta comunque, e non al raggiungimento della maggioranza assoluta dei voti.
Ma poi, anche se la Armeni stessa scrive tra le righe il contrario, imputa a questa legge un carattere di promozione del centrismo. E, impegnata a sostenere acriticamente le ragioni dei bipolaristi, eleva il brutto sistema di Berlusconi a nemico numero uno del bipolarismo (dal mio punto di vista sarebbe veramente buona cosa), della sinistra e della laicità dello Stato. Con l’aggravante che questo nemico si chiamerebbe “proporzionale”. Una grande mistificazione e un grande regalo a chi sostiene il maggioritario.
Non si possono confondere gli effetti con la causa. Il Centrismo, la fine del bipolarismo rispondono a precise esigenze politiche. La legge elettorale proposta da Berlusconi può essere al massimo la conseguenza di tutto questo. La causa sta nella legge elettorale attuale. Se poi il seppellimento del bipolarismo seppellirà con sé Prodi, non mi sembra drammatico, viste le sue dichiarazioni sulle guerre ecc.
A queste obiezioni di sostanza ne aggiungo una di principio. Le regole istituzionali, che non possono cambiare tutti i giorni, non possono essere piegate alle esigenze della tattica politica. Se l’uninominale è un male, resta tale anche se in una fase ci può far comodo. Altrimenti si cade nella stessa colpa che si imputa a Berlusconi & C:
Vengo ora all’intervento di Raniero La Valle “Eversione Elettorale” sul Manifesto del 8 ottobre.
Stimo molto Raniero La Valle e spesso mi trovo d’accordo con lui. In ogni caso mi ha sempre fornito utili stimoli. Però il suo articolo non mi convince. Beninteso, non ho niente da obiettare su due punti: 1) la legge proposta dalla Casa delle Libertà non è una legge proporzionale ma maggioritaria, in quanto, al pari della cosiddetta “legge truffa” del ’53, prevede un premio di maggioranza e, al pari dell’attuale legge elettorale uninominale, darebbe come risultato una rappresentanza politica stravolta; 2) la proposta è strumentale e un volgare trucco per superare le difficoltà e le divisioni del centrodestra, oltre che per assicurargli qualche seggio in più.
Quando però scorro l’elenco degli altri difetti, pur evidenti, indicati da La Valle, non vedo che la fotocopia sbiadita dei difetti che caratterizzano in maniera ancor più grave l’attuale legge elettorale o altre leggi elettorali proposte dal centrosinistra. Ecco i punti da lui toccati e le mie obiezioni in proposito.
a) “La proposta sovverte con legge ordinaria la Costituzione. Stabilisce che la maggioranza di governo abbia ben più della maggioranza assoluta dei seggi purché abbia anche solo un voto in più rispetto ai partiti concorrenti. Se non si formassero le coalizioni, anche un singolo partito, ad esempio col 20 per cento dei voti, si vedrebbe assegnati tutti questi seggi”. Purtroppo anche l’attuale sistema può assegnare a chi vince, anche di un’inezia, un numero di seggi perfino superiore al 54 per cento che assicurerebbe la nuova legge elettorale. Per di più il sistema uninominale, decidendo l’assegnazione dei seggi a livello dei singoli collegi uninominali e non in base al risultato nazionale, potrebbe assegnare tale maggioranza perfino a chi non ha, a livello nazionale, un voto in più ma ne ha parecchi in meno. Faccio un esempio (tralasciando la quota proporzionale per semplicità). Se un partito vince nel 54 per cento dei collegi per un solo voto di scarto e perde per “cappotto” nei restanti 46 per cento, risulterebbe non certamente il primo partito, ma avrebbe assicurata la maggioranza assoluta dei seggi. È un caso estremo e di comodo? Ma anche l’esempio di La Valle di un caso senza coalizioni è estremo. Si sa bene che il sistema proposto dal centrodestra, proprio perché maggioritario, favorisce le aggregazioni e allora si avrebbe una tendenza alla presenza di vasti schieramenti. In tal caso, vista anche la tendenza a rincorrere gli elettori di centro si verificherebbero, come è avvenuto finora, due schieramenti con programmi assai annacquati e con consensi assai vicini al 50 per cento. Il premio di maggioranza che scatterebbe, in questo caso, sarebbe assai modesto (dell’ordine del 5 per cento). E si sarebbe certi che andrebbe ha chi ha preso almeno un voto in più, della qual cosa nessuno oggi ci garantisce.
b) “Se questa norma fosse stata in vigore nei decenni della cosiddetta prima repubblica, la DC avrebbe avuto sempre 340 deputasti e 170 senatori; non ci sarebbe stato bisogno della legge truffa, di rapire Moro ecc. ecc.”. Rispondo: anche se ci fosse stato fin dal ’48 l’attuale sistema elettorale, le cose sarebbero andate esattamente nello stesso modo.
c) “La legge stabilisce che ogni partito deve dichiarare il nome e il cognome del candidato alla presidenza del Consiglio. Perciò il Presidente della Repubblica perderebbe il suo potere di nomina secondo l’art. 42 della Costituzione e gli eletti avrebbero un vincolo di mandato, contro l’art. 67 della Costituzione”. È esattamente così, ma lo è anche con il sistema maggioritario attualmente previsto per i Comuni, per le Province e per quasi tutte le Regioni. Vorrei sapere perché quello che è male per il parlamento nazionale diventa un bene per le assemblee locali, in cui, al contrario, la partecipazione popolare e le forme più larghe di democrazia dovrebbero e potrebbero avere maggiore cittadinanza. Ma, a parte i pur importanti aspetti formali, anche per le elezioni nazionali, nella sostanza, non si scherza. Già alle elezioni del 2000 sui simboli presenti nelle schede elettorali erano indicati i nomi dei candidati premier e voglio vedere con quale autorità il Presidente della Repubblica e il Parlamento eletto avrebbero potuto non tenerne di conto. Inoltre mi domando qual’è il senso delle primarie, indette dal centrosinistra: servono per individuare il candidato premier o per giocare agli americani? La logica maggioritaria è strettamente connessa a quella presidenziale e non ci sarà un Dio che ci salva se non torniamo al proporzionale.
d) “Ogni partito deve depositare il programma elettorale e tutti i partiti di una coalizione devono presentare lo stesso programma”. È esattamente quello che avviene ora nelle elezioni amministrative.
e) “Senza preferenze gli eletti sarebbero designati in liste bloccate, secondo l’ordine deciso dai capi-partito”. Il centrodestra propone esattamente il sistema che il centrosinistra ha prescelto per eleggere il Consiglio regionale toscano: una lista bloccata con un ordine stabilito dai partiti e senza voto di preferenza. Ma guardiamo cosa avviene esattamente con l’attuale sistema uninominale. Chi è per esempio che decide quale candidato mandare nel collegi più forti? Come può fare l’elettore a scegliere? Se non gli piace il candidato ha solo due possibilità: astenersi dal voto o votare per lo schieramento avverso. A ciò si aggiunge che, all’interno di una coalizione, il peso relativo dei singoli partiti nel futuro parlamento viene deciso prima, a tavolino, con l’assegnazione dei collegi, a prescindere dal consenso che poi essi avranno nella consultazione elettorale. Quindi non solo non posso scegliere la persona, ma neppure il partito. Bella democrazia!
Alcune conclusioni. 1) Mi pare che anche in tema elettorale, come sui CPT, sulla precarietà del lavoro, sulla scuola, sulle privatizzazioni, sulle politiche sociali, sulle pensioni, sulle guerre di “polizia internazionale” e chissà su quante altre cose, il centrosinistra e la “sinistra di governo” sono stati il male che ha aperto la strada al peggio. Infatti senza questo sistema che ha attribuito al centrodestra una rappresentanza esagerata, non sarebbero possibili le manomissioni della Costituzione formale che questo schieramento si prefigge e neppure gli stravolgimenti della Costituzione sostanziale che ha già attuato.
2) Le sinistre avrebbero fatto bene a fare muro contro questa legge solo a patto che ci fosse stato un impegno dell’Unione a farne una migliore nella prossima legislatura. Invece Prodi ha detto che vorrebbe morire nel maggioritario e D’Alema lo ha assecondato. E solo dopo queste dichiarazioni la “sinistra critica” ha reagito timidamente, ricordandosi di essere proporzionalista.
3) Le sinistre avrebbero tutto da guadagnare da un sistema proporzionale, ma qualcosa perfino da quello proposto dalla Casa delle Libertà. Infatti il sistema uninominale assegna i seggi “a priori” alle forze della coalizione a cui vengono assegnati i collegi forti, a prescindere dalla forza che scaturirà dalle elezioni. In questo modo le forze centriste (che per vincere valgono il doppio, perché potenzialmente aggiungono voti alla coalizione e li tolgono a quella avversa) avranno un trattamento privilegiato (come e’ avvenuto finora). Col sistema di Berlusconi & C., almeno, a parte premio di maggioranza, ognuno peserà per i voti che prende.
4) Domandiamoci come sarebbe stato migliore il mondo se così massicce obiezioni di costituzionalità e mobilitazioni fossero messe in campo ai tempi del demagogico referendum di Segni. O quando sono state tagliate le pensioni, è stato precarizzato il lavoro ecc. ecc. Ovviamente il destinatario della polemica in questo caso non è La Valle.
5) La imprescindibile necessità di organizzare la lotta conto il governo di destra non può esimerci da dire tutta la verità. Gramsci, se non sbaglio la citazione, disse che “la verità è sempre rivoluzionaria”. Qualcun’Altro che La Valle conosce assai meglio di me diceva pressappoco così: “sia il tuo sì: sì, e il tuo no: no”, intendendo dire con ciò che le cose vanno dette chiare. In questo caso mi sembra che Raniero, in buona compagnia, sia stato almeno un po’ reticente… Un “peccato a fin di bene”? Purtroppo non mi sembra.

APPENDICE

Il teorema dell’elettore mediano

I sostenitori del sistema elettorale maggioritario uninominale, con i PDS-DS in prima fila, ci hanno raccontato che con tale sistema le cose si chiariscono e diventano più nette. Da una parte c’è un bello schieramento di destra, dall’altra uno di sinistra. E il cittadino può scegliere in base alle sue idee, alla sua collocazione sociale ecc.
Non appena questo sistema è stato introdotto in Italia, sono state cambiate le carte in tavola: ed ecco viene fuori che per vincere, bisogna conquistare l’elettorato di centro e quindi annacquare un po’ le nostre propensioni politiche e così via. È solo uno sfrenato e cinico tatticismo? Certamente anche questo, ma il rafforzamento del ruolo del centro sta scritto anche nel sistema elettorale che abbiamo.
L’economista Dennis Mueller, nel suo Public Chioce, Cambridge University Pres, 1989, aveva in tempi insospettabili cercato di dare una veste rigorosa a una tesi simile sostenendo che in un sistema bipolare le scelte di politica economica saranno quelle che accontentano l’elettore mediano. La tesi viene dimostrata matematicamente, come un teorema, tanto che egli stesso la definisce “the median-voter theorem”, cioè il teorema dell’elettore mediano.
L’economista Ernesto Screpanti, senza citare il primo autore, dà una versione non matematicizzata e intuitiva del teorema in un suo articolo, dal titolo Il teorema dell’elettore mediano e il grande equivoco degli anni Novanta, apparso nel numero 1/1996 di Marxismo Oggi.
Una versione “casereccia” del teorema è quella che segue.
Per non complicare l’esposizione partirò da ipotesi della realtà molto semplificate, assicurando che del teorema può essere fornita una versione più generale, in grado di assumere una realtà molto più complessa (ma ciò richiederebbe un notevole apparato matematico).
Immaginiamo che vi siano 99 elettori, i quali sono distribuiti uniformemente in base al reddito, variabile da 1 a 99. Cioè che il primo elettore ha un reddito di 1, il secondo di due, il terzo di tre e così via. L’elettore che ha il reddito di 50, è l’elettore mediano, in quanto vi sono 49 persone che guadagnano meno di lui e altrettante 49 che guadagnano più di lui, mentre lui sta esattamente nel mezzo.
Immaginiamo che la scelta di politica economica sia tra adottare imposte più progressive (cioè con aliquote più basse per i bassi redditi e molto più alte per gli alti redditi) o più regressive (cioè il contrario). La regressività si ottiene facilmente, per esempio, quando i servizi si fanno pagare ugualmente per tutti. Se pago 1 un servizio, questo costituisce, per chi ha reddito 1, un’imposizione del 100 per cento, mentre per chi ha 99 un’imposizione di poco più dell’1 per cento. Quindi gli elettori con più basso reddito avranno interesse a far sostenere il costo dei servizi dalla fiscalità generale, attraverso un sistema di imposizione più progressivo, mentre quelli con reddito più alto avranno interesse a un sistema meno progressivo, o addirittura regressivo. Al limite i percettori di redditi molto elevati avrebbero interesse a che ogni cittadino si paghi i suoi servizi, che a questo punto potrebbero essere anche offerti dal privato, senza nessuna imposizione sui redditi.
L’altra ipotesi che introduciamo è che ci sia, in base alla sua condizione oggettiva di ciascun elettore, un sistema fiscale per lui ottimale. Tuttavia per ciascun elettore esistono anche subordinate non ottimali ma preferibili a soluzioni ancor meno convenienti: nessuno può pretendere un sistema su misura e bisogna accontentarsi anche di un buon compromesso. In particolare ciascun elettore preferisce i sistemi che sono ottimali per coloro che sono più vicini ai suoi interessi a quelli ottimali per coloro che sono più distanti. Per esempio l’elettore che guadagna 40 preferisce un sistema che sia ottimale per l’elettore che guadagna 39 a quello che sia ottimale per chi guadagna 50, visto che 39 gli è più vicino di 50.
Vediamo ora la strategia di coloro che si candidano a governare la cosa pubblica.
Quell’ingenuo di Bertinotti (quando era ancora ingenuo, ora è rinsavito) , sceglierebbe il sistema che accontenta di più – in ipotesi – coloro che guadagnano da 1 a 30. E quindi proporrebbe il sistema ottimale per – mettiamo – l’elettore che guadagna 15. In questo modo avrebbe con lui tutti quelli che guadagnano meno di 15, perché nel panorama politico non c’è nessuno che propone cose più avanzate per loro, e perfino qualcuno che guadagna un po’ di più, che comunque ha interessi più vicini ai meno abbienti che a quelli ricchi e medi. Bertinotti non ha tenuto di conto però che avrebbe contro la stragrande maggioranza dei cittadini e perderebbe immancabilmente le elezioni. Quindi Bertinotti dovrà ammorbidirsi se vuole contare in politica. Altrimenti non va bene in un sistema bipolare, e lo eliminiamo, scegliendo uno stratega più raffinato, per esempio D’Alema.
D’Alema, che supponiamo sincero e onesto, è intelligente e sa che se vuol difendere gli strati più deboli, deve conquistare almeno 50 voti, quindi deve contentare anche l’elettore mediano. Deve proporre allora il sistema fiscale che possa andar bene almeno ai primi 50 elettori, perdendo al massimo solo quelli che guadagnano più di 50. Supponiamo che possa proporre un sistema che va perfettamente bene all’elettore che guadagna 35. Chi guadagna meno preferirebbe un sistema più progressivo, ma si accontenta perché Bertinotti è fuori gioco e l’altro polo farebbe di peggio. Ma anche chi guadagna da 35 a 50, suppone ragionevolmente D’Alema, preferisce il suo sistema a quello di una destra, la quale in base al suo DNA può proporre un sistema commisurato agli interessi di, mettiamo, colui che guadagna 75. Siccome 35 è più vicino a 50 di 75, il gioco sembra fatto.
Ma il problema è che anche a destra ragionano allo stesso modo e allora viene spiegato ai ricchi che, se non vogliono perdere, bisogna proporre un sistema che per l’elettore mediano sia preferibile a quello della sinistra d’alemiana. Supponiamo che ciò si raggiunga col sistema ottimale per l’elettore che guadagna 60. 60 è più vicino a 50 di 35 ed ecco che D’Alema verrebbe sconfitto.
Ma anche la destra ha sottovalutato l’intelligenza di d’Alema e la sua capacità di fare i conti (purtroppo sarà così finché ci sarà la scuola pubblica dell’obbligo). L’astuto e lucido dirigente, infatti, combina alla destra questo scherzetto: propone di adottare il sistema che va bene a chi guadagna 45 – 45 è più vicino a 50 di 60 ed è il meno peggio per tutti i bassi redditi – e che quindi accontenta l’elettore mediano, ed i 49 meno fortunati, più del sistema proposto dalla destra.
Quest’ultima, messa alle corde dalla sapienza strategica di D’Alema, è costretta a scegliere il sistema ottimale per l’elettore che guadagna 52. Infatti quest’ultimo sistema, per l’elettore mediano è più vicino, quindi preferibile, a quello che aveva proposto D’Alema (52 è più vicino a 50 di 45).
Ma l’intelligente paladino della “sinistra” non si fa intimorire e propone un sistema che va perfettamente bene all’elettore che guadagna 49. Infatti tale sistema e’ un po’ più vicino agli interessi dell’elettore mediano rispetto a quello fatto apposta per chi guadagna 52. La destra è fregata perché 49 è più vicino a 50 di 52.
Ora se la destra vuole sperare di vincere le elezioni, non ha altra scelta. Deve proporre solo il sistema ottimale per l’elettore mediano, che guadagna 50. Solo così è sicura di vincere, perché avrà con sé, ovviamente, l’elettore mediano e tutti gli elettori collocati alla sua destra.
E anche D’Alema, da astuto par suo, sa che deve replicare proponendo anch’esso il sistema che va bene all’elettore che guadagna 50.
La sapienza tattica e strategica di D’Alema ha ottenuto un duplice risultato: ha dato delle chanches di vittoria alla sinistra, che Bertinotti (prima della svolta) avrebbe condannato alla sconfitta, e ha costretto la destra a essere più moderata e presentabile. Vi sembra poco?
Vi sono altre conseguenze minori (i corollari dei teoremi): 1) D’Alema e la destra propongono lo stesso sistema. L’elettore mediano può votare come gli pare, perché tanto è quello che viene comunque accontentato, quello che vince sempre. 2) Ma anche gli altri elettori sono accontentati perché “il peggio” è comunque scongiurato. 3) Il “meno peggio” ottenuto accontenta piuttosto bene chi è vicino al reddito mediano, e molto meno gli inguaribili estremisti che guadagnano 1 o 100, ma è sempre un meno peggio.
Sennonché a questi ultimi viene da domandarsi se vale la pena andare a votare. E se lo chiederanno perfino a coloro che vincono sempre per il fatto di avere un reddito medio e essere quindi sempre e comunque tutelati dal teorema. Questi “centristi” possono schierarsi con l’uno o l’altro polo, cambiare da un’elezione all’altra, se il problema è avere potere, oppure fregarsene e non votare se basta loro essere tutelati. Quindi la partecipazione alle elezioni diminuisce, e si determina la perfetta alternanza di due poli, o meglio non poli, almeno nel significato etimologico della parola.
Naturalmente con il monopolio dei mezzi di comunicazione, il costo delle campagne elettorali, il populismo e la personalizzazione della politica, cose che hanno abbastanza a che fare con il sistema uninominale, le cose possono andare anche peggio e l’equilibrio può localizzare assai più a destra dell’elettore mediano. Ma questi sono i difetti che in economia vengono definiti del “mercato imperfetto”. Impegniamoci quindi a rimuovere il conflitto di interessi, senza esporci troppo sul “sociale”, e le nostre chanche saranno salve.
Ah, quant’è bello il bipolarismo!