Siria, suicida il gen. Kanaan

Brividi di freddo a Damasco, nonostante l’inverno sia ancora lontano, per il misterioso suicidio del ministro degli interni Ghazi Kanaan, per vent’ anni capo dell’intelligence siriana in Libano e uomo di raccordo del regime con gli Usa per quanto riguarda il dossier della Repubblica dei cedri. Poche le notizie su quanto sia realmente avvenuto tranne uno scarno comunicato ufficiale secondo il quale l’alto esponente del regime si sarebbe suicidato con la sua pistola d’ordinanza verso le undici di ieri mattina nel suo ufficio sulla «Piazza dei Martiri» e sarebbe spirato nel vicino ospedale «al Shami». Un’ora prima di morire Ghazi Kanaan, originario di un villaggio alawita vicino a Kardaha – patria dell’ex presidente siriano Hafez Assad – aveva rilasciato una strana intervista precisando alla Radio Voce del Libano «Questa sarà l’ultima dichiarazione che potrò rilasciare». Nel corso della breve conversazione il ministro degli interni aveva negato quanto sostenuto dalla stampa libanese controllata dalla famiglia di Rafiq Hariri – l’ex premier ucciso in un attentato lo scorso 14 febbraio – secondo la quale lo stesso Kannaan avrebbe confessato alla commissione di inchiesta Onu incaricata di indagare sulla strage di San Valentino, di aver ricevuto ingenti finanziamenti dallo stesso Hariri. Quattro generali dei servizi di sicurezza libanesi – considerati vicini a Ghazi Kanaan – sono stati arrestati e accusati di complicità nell’omicidio dell’ex premier su indicazione della commissione di inchiesta Onu che dovrebbe rendere pubblici i risultati del suo lavoro tra una decina di giorni. Ghazi Kanaan nei giorni scorsi era stato sentito come testimone dal giudice Detlev Mehlis, il responsabile dell’inchiesta, insieme al suo successore in Libano, Rostum Ghazaleh e ad altri ufficiali siriani.

Le ultime parole di Kanaan sono state dedicate proprio ai rapporti tra Siria e Libano come se il generale siriano si sentisse profondamente offeso delle accuse della stampa libanese di un suo qualche coinvolgimento nell’uccisione di Hariri – in realtà una sua creatura al quale sarebbe stato molto legato: «La mia testimonianza – ha dichiarato – è servita a gettare luce su un periodo nel quale abbiamo servito il Libano… con onestà e lo abbiamo aiutato a mantenere la sua unità nazionale». Un riferimento questo agli anni novanta e agli accordi di Taif quando gli Stati uniti dettero il via libera ad una sorta di protettorato siriano sul Libano – in cambio del sostegno alla guerra contro l’Iraq – per porre fine alla guerra civile che aveva insanguinato il paese dei cedri dal 1975. Ghazi Kanaan divenne capo dei servizi siriani in Libano in un periodo difficilissimo per il suo paese, nel 1982, dopo l’invasione israeliana, e per vent’anni si è adoperato per impedire che il paese dei cedri cadesse sotto l’influenza israeliana e americana. Dal suo quartier generale di Anjar, villaggio nella valle della Baqaa e successivamente dal suo ufficio in un ex albergo sovrastante il lungomare di Beirut, Ghazi Kanaan, sostenendo ma allo stesso tempo cercando di controllare con il pugno di ferro la resistenza libanese e palestinese – schiacciando chiunque si opponesse ai voleri di Damasco – riuscì a distruggere il trattato di pace separato tra il Libano e Israele, sponsorizzato dagli Usa nel 1983, favorì la presa di Beirut ovest da parte delle forze musulmane progressiste e quindi il successivo ritiro delle forze americane e francesi dal Libano. Poi, padrone del campo Ghazi Kanaan si adoperò per la liberazione degli ostaggi occidentali rapiti a Beirut e a portare dalla parte di Damasco, le milizie della destra cristiano maronita, Elie Hobeika nel 1985 e Samir Geagea nel 1990. Da allora, dagli accordi di Taif, sino al 2002, Ghazi Kanaan divenne una sorta di governatore ombra del Libano, su autorizzazione degli Usa e della comunità internazionale, incaricato di mantenervi l’ordine. In un certo senso Ghazi Kanaan, dopo il ritiro siriano dal Libano, la decisione dell’amministrazione Bush di esercitare un controllo diretto sul paese dei cedri e di destabilizzare la Siria, ha improvvisamente perso quella centralità di cui aveva goduto per oltre vent’anni tanto che gli Usa, che per anni sono ricorsi a lui per normalizzare il Libano, nelle scorse settimane sono arrivati a bloccare i suoi conti in banca negli States dove studiano e vivono due dei suoi figli. Il suicidio del ministro degli interni siriano ha dato il via a speculazioni e interpretazioni di ogni genere: l’ultimo esponente della vecchia guardia dei tempi del presidente Hafez Assad si sarebbe tolto la vita perché temeva di essere accusato dalla Commissione Onu di un qualche coinvoglimento nell’uccisione del suo socio, politicamente e nel mondo degli affari, Rafiq Hariri? Oppure si sarebbe sentito «incastrato» in un complotto contro il suo paese? O ancora sarebbe stato eliminato in quanto possibile carta giocabile dagli Usa in un cambio di regime?

La possibilità che dietro l’uccisione di Hariri vi sia stato in realtà un «complotto» contro l’attuale presidenza siriana ordito da servizi stranieri è stata del resto ventilata ieri mattina, poco prima del suicidio di Ghazi Kanaan, dallo stesso Bashar Assad. Il presidente siriano, in una intevista alla Cnn, ha escluso qualsiasi coinvolgimento di Damasco nella vicenda aggiungendo poi che se invece dovessero emergere delle responsabilità a carico di qualche cittadino siriano questi saranno «giudicati e puniti severamente» in quanto rei di «alto tradimento».