Sinistra: il programma che non si trova

L’ampia intervista di Cosimo Rossi a Fausto Bertinotti, pubblicata sul manifesto del 3 maggio avanza un’ipotesi assai realistica: «Passata la festa gabbato lo stato: puoi vincere le elezioni, ma il giorno dopo ti puoi trovare di fronte al rischio di una nuova stazione di sofferenza». Le manifestazioni del 25 aprile e del 1 maggio sono state straordinarie e incoraggianti – conferma Bertinotti – «ma senza nessuna piattaforma culturale, politica e sociale immediata da mettere alla base della mobilitazione». Aver evidenziato questo rischio è senz’altro prova di grande onestà politica e intellettuale, ma bisogna sapere che la realtà di questo rischio può essere percepita già oggi, bene prima della supposta vittoria elettorale, e può agire sull’orientamento degli elettori. C’è da chiedersi come mai Berlusconi non abbia cominciato a usare la realtà di questo rischio del centrosinistra per recuperare i consensi perduti. Bertinotti non esita nell’ammettere la difficoltà di rispondere agli interrogativi: occupazione, come? Distribuzione del reddito, come? Precarietà, come?

Al momento, afferma Bertinotti, un primo abbozzo di risposta è nella sola Costituzione italiana, ma aggiunge che siamo ancora a una «metapiattaforma». La via maestra per avviare l’elaborazione di risposte convincenti al rischio denunciato sta – dice Bertinotti – nella «democrazia partecipata». Ho qualche perplessità. Ai tempi della mia giovinezza la democrazia partecipata si chiamava democrazia diretta, si citava Rousseau e si aggiungeva che era praticabile solo nei piccoli centri. Con l’avvento dell’informatica alcuni politologi ipotizzarono che si potesse praticare anche su larga scala, ma non si andò oltre.

L’approssimazione novecentesca della democrazia partecipata l’abbiamo avuta con i partiti di massa; tutto sommato anche il deprecato centralismo democratico era meglio del populismo imperante e incoraggiato dai sistemi elettorali maggioritari. Ma dobbiamo constatare che con l’inizio del nuovo secolo (ed era cominciata da un po’) siamo alla dissoluzione dei partiti, ridotti a comitati elettorali o a formazioni leaderistiche. Si aggiunga ancora che non attraversiamo una fase di grande fertilità culturale in campo politico e sociale.

La questione di un programma che indichi obiettivi e forze, e tale da ispirare fiducia di realizzarlo è indubbiamente seria e difficile. Ma proprio per questo la ricerca e l’elaborazione devono essere rese pubbliche nel loro definirsi e messe in discussione.

E’, mi pare, forse un modo per avvicinarsi alla desiderata «democrazia partecipata»; uffici studio e ampia discussione pubblica. Per finire aggiungerei che le forze del centrosinistra dovrebbero liberarsi da falsi complessi di colpa per il passato; innanzitutto di quello dello stalinismo.

Nella storia d’Italia, ma anche nella storia di quasi tutti i paesi sviluppati, l’intervento pubblico, la complessa azione dello stato, è stato determinante dello sviluppo e del miglioramento delle condizioni di vita. Pensare di definire un programma di uscita dal declino nel più assoluto rispetto del mercato (il quale spesso elimina anche la concorrenza) mi sembra del tutto illusorio.

L’elaborazione e la discussione del programma dovrebbe costituire la sostanza della campagna elettorale, più ancora della pur necessaria denuncia, dal momento che gli italiani hanno già cominciato ad accorgersi dei disastri del berlusconismo, che si accresceranno nei mesi che precedono le elezioni politiche. Ma dubito un po’ che avremo una campagna elettorale propositiva, programmatica, anche se c’è notizia di fabbriche e cantieri già al lavoro.

Avviare una seria e non approssimativa discussione programmatica, potrebbe – ha detto qualcuno – far nascere qualche dissenso nel fronte del centrosinistra. In parecchi consiglieranno di rinviare, a dopo il risultato elettorale. Diranno che non si vende la pelle dell’orso prima di averlo catturato: i proverbi servono a tutto.