Sinistra europea: costruire l’alternativa con i movimenti

L’unica concessione alla retorica del secolo scorso, l’unica concessione alla vecchia iconografia è forse un po’ casuale. E’ nel nome dell’edificio che ospita il primo congresso della Sinistra europea: si chiama il “Palazzo della pace e dell’amicizia”. Al Pireo, a due passi da Atene. Casuale perché quel nome che fa tanto vecchia Mosca, gliel’ha dato una vecchia amministrazione cittadina, che di sinistra non aveva proprio nulla. Giornalisti delusi, allora. Tanto più che la scenografia, gli stand – che in tutti i congressi raccontano meglio di qualsiasi altra cosa gli umori dell’assemblea – sono semplici, quasi spartani. Pochi pochissimi quelli dei partiti comunisti, tanti, tantissimi quelli di movimenti, di associazioni, di gruppi. Poche, pochissime le bandiere, tanti, tantissimi gli striscioni: di rifiuto della guerra, di rifiuto della Bolkenstein, di rifiuto della precarietà. Ce n’è anche uno, proprio in fondo al corridoio che precede la sala del congresso vero e proprio, che chiede sostegno a chi occupa le case a Berlino.
Partiti e movimenti, allora. E’ uno dei temi chiave delle assisi della Sinistra europea. Cominciamo dai partiti. Quelli che la compongono sono sempre di più: ai sedici che un anno e mezzo fa diedero vita a questa formazione europea, ora se ne sono aggiunti altri due. Il partito comunista belga e una formazione – rossoverde, come la definiscono qui – greca. Altri hanno chiesto di entrare come osservatori. Compreso il partito comunista ceco. Sì, proprio quel partito che all’epoca della nascita della Sinistra europea, si rifiutò di aderire contestando il forte richiamo antitotalitario contenuto nei documenti.

E i movimenti? Sarà una dei temi forti della relazione introduttiva del Presidente Fausto Bertinotti (che stamane sarà rieletto). Lui prende la parola in un clima un po’ particolare. Perché in Grecia sono giorni di festa nazionale. Si ricorda il sessantesimo dell’aggressione nazifascista, si celebra l’inizio della resistenza. E il Presidente della Sinistra europea comincia proprio chiedendo “scusa” ai greci. Più tardi, parlando con i cronisti italiani, dirà che «è un gesto spontaneo quel che gli è venuto», fatto da «cittadino a cittadini», «fatta da italiano a greco». Non avrebbe senso tirarsi fuori, sostenere che noi e la nostra cultura non c’entriamo con quell’aggressione. «E’ un pezzo di storia della quale, comunque, bisognerà rispondere».

In piccolo, un po’ come Willy Brandt, che pure era stato parte della resistenza tedesca al nazismo, quando si inginocchiò al cimitero ebraico di Varsavia.
La platea dei delegati lo applaude, lo interrompe. Ma è un attimo. E si ritorna al congresso. I movimenti si diceva. Bertinotti propone un percorso, un obiettivo. Mai forse così difficile: provare ad unificare, «a socializzare» dice, i movimenti. Provare a farlo anche in una fase in cui i movimenti non sono sulla cresta dell’onda. Qualcuno dice che sono ripiegati, Bertinotti spiega che hanno un andamento carsico: magari sono sotterranei, ma continuano a scavare a fondo. Nelle coscienze, negli orientamenti. Il problema non è la loro visibilità. O almeno non lo è per Bertinotti. Semmai, il limite è che i movimenti sono ancora troppo nazionali – «si rappresentano e si organizzano in ogni singolo paese» -, spesso si pensano autosufficienti. Esattamente come anni fa, forse, si pensavano i partiti della sinistra radicale. Risposte entrambe inadeguate. La soluzione allora è nella dimensione europea. Spostare, provare a spostare lì i conflitti. Costruire lì, in Europa un progetto di alternativa. Subito, ora. Perché la battaglia contro la Bolkestein, tanto per fare un esempio – battaglia pure forte, incisiva – ha rivelato anch’essa un limite: se non si disegna un altro approccio ai diritti del lavoro, il risultato sarà devastante sulla condizione degli ultimi. Insomma, «la crisi del liberismo non regala il suo superamento».

Ci vuole un’alternativa. Che si costruisce a partire dai movimenti. Il congresso ci sta. E ci sta anche chi, in base ai vecchi luoghi comuni, non avrebbe dovuto starci. Per essere chiari, si parla del partito comunista francese. Che ad una facile lettura – soprattutto italiana – è fatto ancora di burocrazia, di chiusure, di settarismi. Invece, da questo palco la segretaria Marie George Buffet ha raccontato come hanno vinto la battaglia contro la Costituzione europea. Ha raccontato del raccordo, del rapporto che in quella battaglia si è costruito fra i partiti e le espressioni della società civile. E da lì, il Pcf vuole ripartire. No, le obiezioni non vengono da Parigi. I dubbi – espressi da qualcuno, più nelle commissioni che negli interventi comunque – non riguardano il rapporto fra partiti e movimenti. Riguardano una sorta di “attesa” – se così si può dire – da parte di qualche formazione. Oggi i movimenti sono in fase di stanca, dicono, aspettiamo che ricrescano e vediamo quel che accade. Come di chi continua a pensarsi come due sfere completamente diverse. Ma non è questo l’atteggiamento prevalente. Tanto più che il presidente scandirà nella sua relazione: «Il rapporto fra la Sinistra europea e i movimenti non è solo un elemento costitutivo della nostra forza. E’ soprattutto il suo futuro».

Si riparte da qui, allora. Anche per fare i conti con la socialdemocrazia. L’altro grande tema affrontato dalla relazione e dalla discussione. Ma pure in questo caso, non si comincia da zero. Bertinotti dirà che «è finito il monopolio riformista» sulla sinistra nel vecchio continente. Il presidente della Pds, Lotar Bisky, racconterà a questa assemblea come, nel paese dove s’è manifestata la socialdemocrazia più forte e organizzata, si è riusciti a rompere quel monopolio. Con l’affermazione elettorale della Linke. Un risultato che vale per tutti, che va ben al di là della Germania. Al punto che oggi le socialdemocrazie si trovano davanti ad un bivio: o scegliere la “grosse koalition”, rientrare nella logica delle compatibilità senza più neanche l’illusione di un neoliberismo temperato, o scegliere l’ancoraggio a sinistra. E qui, più che provare a definire una socialdemocrazia europea, se esiste, gli interventi raccontano ciascuno delle proprie esperienze. Ci si interroga – per esempio Salvatore Cannavò, della delegazione italiana – si chiede se l’ipotesi di governo con queste forze «non vada valutata con più prudenza, e addirittura in qualche caso esclusa». Ci si interroga ma soprattutto si interroga Bertinotti, sulla vicenda italiana. Sulla difficile scommessa di far marciare assieme la più larga unità contro il governo delle destre e l’avvio, in parallelo, della costruzione della sinistra d’alternativa. Su un punto però si trovano tutti. Questo: una sinistra d’alternativa non può esaurire il suo compito solo nella critica alla socialdemocrazia. E si ritorna, di nuovo, al progetto. Ad un programma autonomo. Fatto di proposte, di proposte dettagliate. Ma anche di obiettivi simbolici. Uno sopra gli altri. Bertinotti l’ha definito la battaglia «per ottenere risultati di civiltà». Contro le barbarie delle leggi razziste e xenofobe. E quindi la chiusura del Cpt di Lampedusa – tema sul quale tutto il congresso è non solo sensibile ma informato: vi ha dedicato quasi tutto il suo intervento il segretario del partito comunista spagnolo – e quindi la richiesta di inchieste – inchieste vere – sulla tragedia di Amsterdam. E prima ancora, l’inchiesta sulla vicenda di Ceuta e Melilla. Il congresso, su questo, si mostra critico, dunque, con Zapatero. Forse per la prima volta. «Sì – dirà ancora il segretario di Rifondazione, sia dal palco, sia scambiando qualche impressione con i giornalisti – perché l’importante, decisiva scelta di Zapatero per il ritiro dall’Iraq non è un bonus da spendere in tutte le altre occasioni. Anche lì da Ceuta e Melilla è arrivata la testimonianza che non si può difendere la civiltà europea se i governi non smettono le barbarie contro i migranti».

La sala, questi mille delegati applaudono anche a questo passaggio. La sinistra europea allora è costruita? Sono tutti d’accordo su tutto? Il dibattito racconta che si continua ancora a discutere. Anche su cosa debba essere la Sinistra europea, su come concretamente costruirla, sulle sue varie articolazioni nazionali. Un tema sollevato soprattutto dagli italiani. Anzi dalle italiane, visto che dal palco ne parlano Graziella Mascia e Lidia Menapace. Per dire che in Italia, la Sinistra Europea, come prevede il suo statuto, s’è aperta anche a forze diverse da Rifondazione comunista. A gruppi ma soprattutto a persone disposte a battersi per i beni comuni, per i diritti dei singoli e delle singole, per un’altra costituzione europea. Presenze, anche queste, che testimoniano di cosa possa significare stabilire un rapporto coi movimenti. Ma l’esperienza è stata fatta solo in Italia. Negli altri paesi, in qualche partito, c’è però diffidenza, se non contrarietà. Minoritarie, se anche qui ad Atene, vale il vecchio metro degli applausi.