Sinistra d’alternativa, il programma prima di tutto

Questa volta non si può sbagliare. L’Unione del centrosinistra e Rifondazione dovrà dare voce alle aspettative del popolo della sinistra. Non si tratta soltanto di mandare a casa Berlusconi ma di sconfiggere l’impianto del berlusconismo – liberista e filoatlantista – con un programma e una politica di segno opposto. Cosa fare per scongiurare la legge del pendolo, perché non si ripeta l’esperienza di altri paesi dove coalizioni progressiste e di sinistra sono andati al governo fra entusiasmi e speranze, per poi tramontare nella delusione e nel distacco dal popolo? «Noi de “l’ernesto”, che tanto abbiamo criticato l’assenza del programma non potevamo, per ragioni di coerenza, restare con le mani in mano, attestati in una posizione solamente critica», scrivono Fosco Giannini e Gianluigi Pegolo nell’introduzione al libro che la rivista dell’area Essere comunisti di Rifondazione dedica per intero alla questione del programma. Il volume uscirà nelle librerie con il titolo *L’alternativa sociale e politica. Contributi per un documento programmatico* proprio a ridosso dell’appuntamento delle primarie. E’, per la precisione, una raccolta di proposte divise per punti, a firma di intellettuali, economisti, dirigenti politici e del movimento operaio e sindacale, rappresentanti dei movimenti di lotta e del mondo cattolico che rappresentano l’intero arco della sinistra d’alternativa italiana. Si comincia con uno sguardo globale a quel che accade nel pianeta. «E’ importante porre in evidenza il nesso tra economia capitalistica, potere finanziario e terrore bellico» – scrive Claudio Grassi nella prefazione. La chiave di lettura è il «keynesismo di guerra», il «passaggio dal *welfare* al *warfare*» che vede l’economia Usa «drogata dalla produzione bellica» e le spese per gli armamenti diventare «una parte sostanziosa della loro industria». Questa posizione non può avere subordinate: «il no alla guerra, con o senza avallo dell’Onu, deve costituire la premessa del programma di un governo alternativo al governo delle destre».
Tutto il movimento pacifista è chiamato a un salto di qualità, allo sforzo di una maggiore elaborazione teorico-politica, a una nuova e più ampia iniziativa strategica. «E’ sempre più evidente – scrive Giulietto Chiesa – che l’intero meccanismo della globalizzazione è ormai divenuto incontrollabile». La crisi energetica – tema del quale il giornalista eurodeputato si è occupato nei suoi ultimi libri – potrebbe portare a nuovi e ben più gravi conflitti di quelli a cui già assistiamo. La stessa guerra nucleare è oggi uno scenario meno lontano di quanto si possa immaginare». «Dire che si è contro la guerra “senza se e senza ma”, che occorre che l’Italia si ritiri immediatamente dalla sporca guerra contro l’Iraq, che i soldati italiani vengano ritirati subito e non in modo “scadenzato” dal suolo iracheno, significa mettere assieme tutti questi elementi». Non possono mancare in una politica internazionale di ampio respiro le questioni delle basi Nato in Italia (il contributo è di Mariella Cao del comitato sardo “Gettiamo le basi”), di quale ruolo spetti all’Europa (Bruno Steri, dipartimento esteri del Prc) e dell’opposizione alla direttiva Bolkenstein – quella che prevede la liberalizzazione selvaggia dei servizi nel mercato europeo (se ne occupa Cristina Mataloni di Attac Italia).
La mole più consistente – e più difficile da riassumere – dei contributi riguarda il rapporto tra economia e società. Un quadro generale l’offre l’economista Emiliano Brancaccio. «Nell’ultimo quarto di secolo abbiamo assistito a una divaricazione senza precedenti, che ha visto nettamente prevalere i redditi da capitale sui redditi da lavoro». Salgono i profitti, scendono i salari, e tra i profitti «debbono includersi pure le rendite spettanti ai possessori di attività finanziarie». Come invertire questa tendenza? Bisogna rompere la gabbia dei vincoli di Maastricht – propone Brancaccio – rigettare il credo del «rigore» e della «compatibilità» da cui anche alcuni settori della sinistra sono stati sedotti. «La verità è che le compatibilità imposte dall’attuale governo capitalistico delle risorse monetarie e finanziarie nascondono la ferma volontà di prosciugare i flussi di moneta destinati alla spesa pubblica e ai salari». Se non si infrange il patto di stabilità europea non si avranno mai i mezzi per finanziare e rilanciare una politica industriale pubblica. E’ necessario ripristinare i «controlli sui movimenti di capitale», riprendere la proposta della Tobin tax. Per dirla con uno slogan, «liberare i migranti, arrestare i capitali». Per il lavoro salariato – nodo cruciale della politica economica d’una sinistra d’alternativa – Alberto Burgio (direzione nazionale del Prc) propone l’abbattimento del modello del precariato che nel nostro paese ha abbassato salari e conflittualità sindacale – oltre ad avere allargato l’insicurezza a condizione sociale diffusa. Si tratta di restituire «centralità al contratto a tempo indeterminato», riproporre la «riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario», «estendere a tutto il lavoro dipendente le protezioni previste dallo Statuto dei lavoratori». Ancora per il lavoro salariato vanno citate la proposta di Paolo Sabatini (coordinatore nazionale Sin Cobas) di reintrodurre una nuova scala mobile, quella di Pierpaolo Leonardi (coordinatore nazionale Cub) per la democrazia nei luoghi di lavoro e l’elezione degli organismi sindacali e, infine, del segretario generale della Fiom lombarda, Franco Arrigoni, per l’aumento dei salari.
E sempre in tema di economia Augusto Graziani traccia un progetto di sviluppo del Sud, fondato su un intreccio virtuoso di politica industriale e ricerca scientifica. Giorgio Nebbia tenta di conciliare sviluppo e alternativa energetica, l’urbanista Paolo Berdini abbozza un diverso modello per le nostre città. Ma come trovare finanziamenti e risorse? Si potrebbero ridurre le spese militari – sostiene Francesco Vignarca, coordinatore della Rete per il disarmo – o mettere mano a una politica fiscale proporzionale, che colpisca le rendite – ne scrive Alessandro Santoro, docente di politica economica. E non va dimenticata la cancellazione del debito estero dei paesi poveri, ribadita come priorità da Alberto Zoratti della rete Lilliput.
Sulla questione dei diritti e della cittadinanza s’incontrano le diverse anime dei movimenti. Dino Greco – segretario della camera del lavoro di Brescia – si occupa dei diritti dei lavoratori immigrati. Il presidente di Pax Christi, don Fabio Corazzina, dedica un’ampia riflessione alle politiche dell’immigrazione. Il sociologo del diritto Emilio Santoro si sofferma sul disagio sociale, mentre Delfina Tromboni – ricercatrice storica sulla Resistenza – affronta il tema dell’autodeterminazione femminile. Per il movimento omosessuale interviene Sergio Lo Giudice, presidente dell’Arcigay. Gino Barsella, del gruppo Abele ed ex direttore di «Nigrizia», chiude la sezione con un panorama sulle nuove povertà in Italia. Mancano ancora capitoli importanti: l’estensione del welfare, la Costituzione (se ne occupa il costituzionalista Massimo Villone), gli assetti istituzionali (Giuseppe Chiarante propone una legge elettorale proporzionale), la giustizia (Marco Dal Toso, dei giuristi democratici si oppone alla controriforma in atto) e, infine, le carceri (con Desi Bruno). Non è ancora tutto. Ci sarebbero la cultura, l’informazione (ne parla Alessandro Curzi). Ma, del resto, un programma è cosa impegnativa.