Sinistra arcobaleno, fumata nera sulle candidature

L’imperativo è accelerare. La Sinistra arcobaleno comincia a rendersi conto del ritardo accumulato nel far partire la campagna elettorale e in più crea tensioni la composizione delle liste elettorali. Fausto Bertinotti scalda i motori e domani presenterà le linee guida del programma, al Piccolo Eliseo, insieme ai vertici di Rifondazione comunista, Pdci, Verdi e Sinistra democratica. Ma il problema è che gli altri, e in particolare Walter Veltroni, sono già partiti da un pezzo. Questione che viene sottolineata da molti interventi, durante la riunione della Direzione delPrc.
Franco Giordano dice ai suoi che adottare nei prossimi giorni un atteggiamento «troppo aggressivo» nei confronti del Pd sarebbe sbagliato, perché metterebbe in moto «un meccanismo di autodifesa che ci impedirebbe di agire sulle loro contraddizioni»: «Dobbiamo invece insistere sulla nostra idea di società alternativa alla destra e creare per questa strada le condizioni di un voto utile alla sinistra», dice il leader del Prc. Il che non vuol dire che critiche al Pd non vengano fatte, come dimostra per primo Bertinotti. Il Pd? «Un partito di centrosinistra che guarda al centro», che «presta troppo ascolto a Confindustria» e che «non è omogeneo con l’Idv». La candidatura di Matteo Colaninno? «Si può tener conto degli interessi dell’impresa ma a partire dalla difesa degli interessi dei lavoratori». Per Bertinotti, che potrebbe correre come capolista a Roma (più difficile invece che scelga Milano, mentre è sul tavolo l’ipotesi che Rita Borsellino si candidi capolista in Sicilia) si deve votare Sinistra arcobaleno perché «c’è una necessità assoluta di cambiare l’Italia, e per cambiare nella direzione giusta questa volta deve essere né a destra né al centro ma a sinistra».
L’impresa è tutt’altro che semplice. In molti, alla Direzione del Prc, si lamentano dello spazio che i tg riservano a Veltroni e Berlusconi. Ma c’è anche chi non imputa tutta la colpa ai media, come Paolo Ferrero: «Veltroni ha dato a tutti il segno della campagna elettorale. Questa non è una guerra di posizionamento ma una battaglia di movimento. E noi siamo in trincea e rischiamo di rimanerci». Chiede Alfonso Gianni: «Perché non siamo stati noi, che l’abbiamo elaborato dieci anni fa, a proporre il salario sociale?». E c’è anche chi, come Ramon Mantovani, contesta la candidatura di Bertinotti perché «è investito da un calo di popolarità ed è segnato più di tutti nel partito dall’esperienza di governo».
Ma il nodo da sciogliere in fretta è quello della composizione delle liste elettorali. Prc e Sd hanno proposto uno schema che assegna il 40% delle candidature in postazioni “eleggibili” al Prc e il 20% ciascuno a Sd, Pdci e Verdi. Questi ultimi due però vogliono una percentuale maggiore rispetto a quella di Sd. La questione è stata discussa in una riunione tra i segretari delle quattro forze (per Sd c’erano i due capigruppo Titti De Simone e Cesare Salvi), ma ci saranno altri incontri. Anche perché il Prc propone agli alleati anche l’alternanza in lista di uomini e donne, il limite dei due mandati e una percentuale (20%) riservata a candidature indipendenti. Ieri sera è finita senza accordo. Se ne riparla oggi.