Sindaci in rivolta sulla Torino-Lione

Quaranta amministratori delle valli piemontesi in piazza contro l’Alta velocità
Fischi a Fassino Il centrosinistra non ha mai espresso netta contrarietà al progetto: ieri il segretario dei Ds è stato salutato a suon di fischi dal «Comitato no-tav»

«Questo consiglio comunale esprime la sua manifesta contrarietà al progetto del nuovo collegamento ad alta velocità Torino-Lione. Ancora una volta i progetti di grandi opere vengono approvati senza alcun coinvolgimento delle comunità e degli enti locali interessati». Questo in sintesi il documento approvato ieri da quaranta consigli comunali della Bassa e Alta Val di Susa, della Val Ceronda e della cintura nord-ovest di Torino e delle comunità montane. La sede scelta per dare la massima visibilità a questa netta presa di posizione è stata piazza Castello, cioè «il cuore della politica piemontese», come ha detto il sindaco di Santantonino (e presidente della comunità montana), Antonio Ferrentino che è anche il portavoce dei sindaci. «Abbiamo deciso di organizzare questo momento istituzionale – dice Ferrentino – per chiedere impegni concreti ai politici di questa regione e nazionali. Mai un consiglio comunale – ha ricordato – era stato convocato fuorisede». Ieri, fuorisede, ne sono stati convocati quaranta (in piazza quattrocento amministratori e diverse centinaia di cittadini). Ognuno ha avuto a disposizione una decina di minuti. Il tempo di fare l’appello, leggere il documento di contrarietà alle ipotesi progettuali sulla Torino-Lione, sentire i capigruppo di maggioranza e opposizione e quindi di votare. Unico punto all’ordine del giorno, del resto, era proprio la discussione e votazione del documento contro la tav. Davanti a prefettura e regione, nel salotto di Torino, i sindaci hanno espresso la loro contrarietà ad un progetto che molti studi hanno definito un disastro: per l’ambiente (specialmente la lunga galleria di cinquantadue chilometri che attraverserà la Val di Susa per sbucare in Francia) e per la salute dei residenti. Nel documento approvato ieri i comuni dicono che «è indispensabile il proseguimento del confronto istituzionali per esaminare le istanze della totalità degli enti locali interessati». Che vanno da Almese a Moncenisio, da Bussoleno ad Avigliana, da Venaus a Caprie e a molti altri. Forte in piazza anche la presenza del comitato no-tav che ha appeso striscioni dietro ai tavoli degli improvvisati consigli con su scritto «nè Ghigo nè Bresso», esplicito riferimento al fatto che entrambi i candidati alla presidenza della Regione e i partiti che li sostengono (centro destra per Ghigo e centro sinistra per Mercedes Bresso) non hanno mai nascosto di vedere con favore al progetto della linea ad alta velocità che dovrebbe collegare Torino a Lione. Anche per questa ragione (cioè per l’eccessiva timidezza, quando non proprio per l’assenso all’alta velocità da parte del centro sinistra) l’arrivo di Piero Fassino, segretario nazionale dei Ds, è stato salutato da bordate di fischi. Impassibile Fassino ha cercato di dire che «qualsiasi decisione va presa con le comunità interessate». Il sindaco Ferrentino, a nome degli altri sindaci, ha voluto dissociarsi dai fischi. «Abbiamo sempre accolto tutti con rispetto», ha dichiarato. Ma tra i consiglieri presenti nella sala molti non hanno preso le parole di Fassino come un impegno. «Era meglio se non veniva», ha sussurrato più di qualcuno. E del resto sulla vicenda dell’alta velocità in Val di Susa il centro sinistra e i Ds in particolare non hanno mai espresso una posizione contraria, nonostante questo sia il parere della stragrande maggioranza dei cittadini. Così come il centro sinistra non ha brillato quanto a prese di posizione contro l’avventura (nel senso peggiorativo del termine, visto che ormai la magistratura indaga a tutto campo) delle Olimpiadi invernali del 2006. Cantieri ovunque che stanno deturpando il territorio, ma anche riproducendo modelli di lavoro che rasentano la schiavitù.

Anche i primi lavori di sondaggio della Torino-Lione sono finiti sul tavolo della magistratura che ha aperto un’inchiesta sulla perforazione, a Venaus, di un tunnel esplorativo largo cinque metri e profondo diversi chilometri. Al vaglio dei giudici strani ed oscuri intrecci tra politica, imprese edili e lavori pubblici. Tra i nomi più noti coinvolti quello del ministro per le infrastrutture Lunardi che aveva una impresa assieme alla figlia. La stessa impresa che avrebbe fatto alleanze ad hoc con altre società per accaparrarsi il ricco appalto.