Sindacati nel mondo globale, la lotta si de-localizza

Nel gennaio 2004 il movimento sindacale internazionale si affacciò sulla scena per ben due volte: al World Social Forum di Bombay e al meeting che si è tenuto a Torino nel centro di formazione dell’Ilo, l’International Labour Organisation. Due eventi distanti sotto ogni punto di vista. A Bombay decine di migliaia di persone hanno organizzato azioni, marce, assemblee plenarie e workshop in rappresentanza di una miriade di gruppi, comprese numerose realtà sindacali provenienti da tutto il mondo. Gli attivisti hanno danzato e cantato, discusso e scambiato informazioni in capannoni privi di aria condizionata e con la luce che andava e veniva, ma con una passione politica e un’euforia che non si vedevano da tempo. A Torino, invece, il meeting dell’Ilo, che aveva l’obiettivo di istituire una rete di ricerca sull’attività sindacale a livello globale (il Global Union Research Network o Gurn), aveva l’aspetto di una riunione d’affari, con i rappresentanti sindacali di 39 paesi che si aggiravano fra i grandi alberghi e il centro congressi, dove avevano a disposizione tutti i mezzi tecnologici più all’avanguardia per esporre i risultati delle proprie ricerche. La domanda sorta spontanea non ha ancora trovato risposta: queste due rappresentazioni del movimento sindacale internazionale contemporaneo sono complementari o necessariamente in conflitto?

La globalizzazione dal volto umano
Indubbiamente l’iniziativa dell’Ilo è stata più assertiva, nei confronti della globalizzazione, di quanto non lo siano state le organizzazioni sindacali internazionali negli ultimi dieci anni. Se non altro si è deciso di istituire una rete per raccogliere informazioni sulla situazione dei lavoratori che, evidentemente, non abitano più nel “migliore dei mondi possibili”. Formalmente stabilito dall’Ilo, in collaborazione con il suo International Institute for Labour Studies e con l’International Confederation of Free Trade Unions (l’Icftu) insieme al Trade Union Advisory Committee dell’Ocse, il Gurn risente però di un’impostazione tradizionale. Sebbene sia presto per capire cosa produrrà, si può già dire che le sei aree considerate prioritarie – accordi regionali, migrazione, corporate governance, istituzioni finanziarie internazionali, riduzione della povertà, impatto delle multinazionali e strategie sindacali globali – sono tutte, salvo l’ultima, situate in una cornice che soffre dei limiti di un’impostazione vecchia di un secolo, quella fondata sostanzialmente sulla stretta alleanza fra sindacati, stati e capitale.

Nel World Social Forum di Bombay, viceversa, dove le organizzazioni sindacali nazionali e internazionali sono state presenti in numero e con un profilo che non aveva precedenti negli altri Forum, l’approccio era decisamente diverso. Nel programma “Labour in Wsf 2004”, organizzazioni sindacali storiche si sono confrontate con i sindacati indipendenti e con le ong che si occupano di diritti del lavoro, affrontando questioni che interessano i lavoratori dei settori organizzati e di quelli informali. Sul piano politico si può dire che a Bombay si sia consumato il primo ed evidente riconoscimento, da parte del movimento sindacale internazionale, non soltanto dell’importanza del World Social Forum ma anche del movimento globale per la giustizia e la solidarietà sociale che il forum simbolizza, cosa tutt’altro che scontata fino a pochi mesi prima.

Un po’ di storia
Nel loro lavoro sull’internazionalismo sindacale Peter Waterman e Jill Timms propongono una suddivisione in tre fasi storiche. La prima fase, approssimativamente dal 1830 al 1870, è prevalentemente europea e vede lo sviluppo delle relazioni fra i lavoratori – soprattutto maschi, europei e specializzati – delle grandi industrie che stanno nascendo. L’internazionalismo sindacale e quello socialista in questa fase si sovrappongono completamente, identificandosi anche con altri movimenti del periodo come l’abolizionismo e le lotte indipendentiste o anti-autoritarie risorgimentali. La seconda fase, dal 1880 al 1970, è quella dell’industrializzazione nazionale matura, un modello che progressivamente si estende anche verso le periferie rurali. In questa fase il movimento sindacale internazionale consiste soprattutto nell’alleanza fra i lavoratori dei paesi più sviluppati, dove l’approccio sindacale e socialista prevale su altri temi tradizionali del movimento internazionale – come la pace, le donne o la decolonizzazione. Sono gli anni dell’istituzionalizzazione e della nazionalizzazione dei vari organismi. Dopo il 1945, anche a causa della guerra fredda, sorge un nuovo corporativismo, sia nazionale che internazionale, con una conseguente perdita del ruolo d’avanguardia che labour e union avevano giocato fino a quel momento. Inevitabilmente la spaccatura fra i due blocchi si traduce in una distanza fra le grandi organizzazioni internazionali che vengono risucchiate nelle rispettive sfere d’influenza.

La terza fase, quella della piena globalizzazione capitalista, va dagli anni Ottanta a oggi. Sebbene la proletarizzazione e l’industrializzazione delle grandi fabbriche continuino a diffondersi – soprattutto in Cina – si può osservare una tendenza generale alla de-industrializzazione e alla finanziarizzazione dell’economia, con l’emergere di nuove forme di lavoro e nuovi tipi di lavoratori. E’ un periodo caratterizzato dalla crisi dell’internazionalismo sindacale tradizionale e, contemporaneamente, dal timido sorgere di un nuovo tipo di solidarietà fra classi di lavoratori di tutti i tipi, tipici o atipici, sindacalizzati o meno, spesso collegati in rete. E’ un periodo di disorientamento e di sperimentazione, nel quale l’internazionalismo sindacale tradizionale e le nuove reti del lavoro sono contemporaneamente in conflitto e in dialogo.

Si può dire che durante la fase “eroica” il movimento sindacale abbia generato da sé una società civile globale che poi si è andata dissolvendo nella successiva fase della burocratizzazione. Ciò che sembra avere generato la crisi attuale è stata la progressiva dipendenza, sia politica che finanziaria, dagli stati, dai partiti o dalle partnership internazionali con il capitale o con gli stati, nell’ottica dell'”integrazione regionale” o della “cooperazione allo sviluppo”. Si tratta di un modello ormai diffuso in tutto il mondo ma che, in effetti, è cominciato cinquant’anni fa, sia nell’Occidente capitalista che nell’Est socialista così come nel Sud sviluppista. Ovviamente trovarsi a operare all’interno di questi parametri ideologici – capitale e/o stato – non soltanto ha assottigliato gli spazi della solidarietà internazionale ma comporta l’attrito con ogni visione autonoma del lavoro, senza parlare dell’impossibilità di proiettare lo sguardo oltre i parametri del capitalismo. Da questo punto di vista la tripartizione dell’Ilo – decisa nel 1919 quando è stata istituita con l’obiettivo di rappresentare gli stati, i datori di lavoro e la manodopera – ha esercitato una considerevole egemonia ideologica fin dall’inizio. Oggi, con la globalizzazione neo-liberista, questo modello di sindacalismo internazionale è in crisi e la sua stessa esistenza è minacciata, com’è ampiamente riconosciuto (Hyman, 2004; van der Linden, 2003; Wahl, 2004; Waterman, 2001).

Le iniziative delle organizzazioni tradizionali
Alla fine del XX secolo i sindacalisti si sono trovati nel bel mezzo di un paradosso: non ci sono mai stati tanti lavoratori salariati come ora – circa 2,9 miliardi, secondo la Banca Mondiale – ma i sindacati non sono mai stati così deboli: soltanto un lavoratore su venti è sindacalizzato. La risposta delle organizzazioni sindacali internazionali alla crisi, però, non è altro che il tentativo di ampliare il vecchio concetto di partnership sociale con il capitale e con lo stato, per renderlo operativo a livello globale. Sono nate così varie campagne dirette a sollecitare le multinazionali, le istituzioni finanziarie internazionali o altri promotori della globalizzazione (come il Wto, il World Economic Forum e via dicendo) a promuovere standard lavorativi, codici di condotta e politiche di responsabilità sociale delle imprese. Da più di 15 anni è in corso una campagna per cercare far approvare dal Wto una clausola sociale che l’organizzazione potrebbe impugnare contro gli stati che non rispettano i diritti del lavoro. Questo tentativo di istituzionalizzare i diritti dei lavoratori a livello globale attraverso il più potente sponsor del liberismo più sfrenato, non soltanto non è riuscita ma ha provocato notevoli spaccature all’interno del movimento sindacale. Un’altra iniziativa, che finora ha dato pochi frutti, riguarda il tentativo di imporre alle corporation dei codici di condotta volontari, i Global Framework Agreements, il cui rispetto però risulta quasi impossibile da verificare. Ultima iniziativa degna di nota è quella avviata all’interno del sistema delle Nazioni Unite dove è stato istituito una sorta di registro Onu delle imprese “buone” nel quale possono iscriversi le corporation che autocertificano il rispetto di alcuni standard. Il Global Compact, come è stato chiamato, è stato appoggiato con una dichiarazione congiunta Un-Icftu nel 2000 ma, fino a questo momento, ha suscitato parecchie critiche e pochi risultati. La speranza di convincere le imprese a promuovere un capitalismo dal volto umano non è comunque stata abbandonata, come dimostra una recente pubblicazione dell’Ilo intitolata Fair Globalisation: Creating Opportunities for All (Globalizzazione corretta: creare opportunità per tutti).

Le organizzazioni sindacali internazionali si stanno quindi rifocalizzando dagli stati e dagli organismi inter-stato, visti come luoghi di potere e di legislazione, alle multinazionali, considerate come i principali attori e regolatori dell’economia globale.

Una tendenza che trova molti critici anche all’interno del mondo sindacale anche se l’Alleanza per le Nazioni Unite libere dalle corporation, fondata come reazione alla presentazione del Global Compact, non ha registrato l’adesione di alcun sindacato, né nazionale né internazionale. Del resto anche nei rapporti con i paesi in via di sviluppo il mondo sindacale si trova indietro. La collaborazione transnazionale con i lavoratori del sud del mondo, derubricata sotto la voce “cooperazione allo sviluppo” e finanziata direttamente dagli stati, viene considerata come un sussidio Nord-Sud e non come una vera e propria cooperazione basata sullo scambio e sul reciproco interesse – per esempio quello dei lavoratori del Nord ricattati dal dumping sociale del Sud.

Il lavoro nel movimento
L’internazionalismo sindacale tradizionale si trova quindi ad affrontare la sfida dei nuovi movimenti sociali – ambientalisti, pacifisti, donne, diritti umani, indigeni e così via – che, dagli anni ’70-’80, stanno guadagnando forza e consensi. Sono innumerevoli le coalizioni internazionali che si occupano di lavoro e che continuano a crescere utilizzando le tecnologie informatiche e il traino del movimento dei movimenti. Questo nuovo internazionalismo sindacale legato alle ong, sebbene sia in genere collegato con i sindacati istituzionali, differisce da loro come origine, modalità di adesione – se ce ne sono – finanziamento, forme relazionali e di lotta. I nuovi attivisti del lavoro si concentrano su campagne specifiche, su aspetti della vita dei lavoratori o su tipologie di occupazioni di solito non rappresentate, e sponsorizzano attività di solidarietà inusuali, dall’addestramento degli attivisti alla raccolta d’informazioni. Può succedere che non siano specificamente orientati su questioni lavorative ma che vengano spinti a interessarsene come parte di istanze popolari più generali da parte dei movimenti locali. Due esempi paradigmatici sono la coalizione mondiale dei contadini e dei piccoli coltivatori (Via Campesina – www. viacampesina. org) e la rete dei pescatori artigianali (International Collective in Defence of Fishworkers – www. icsf. net).

Più conosciute in Occidente sono le organizzazioni che combattono il lavoro minorile (come la Global March Against Child Labour o Free the Children), il lavoro nelle “fabbriche del sudore” (come la Clean Clothes Campaign e la britannica No Sweat), o che dirigono le loro campagne contro singole multinazionali – basti citare Coca Cola o Mc Donald’s. Alle numerosissime ong specializzate nella ricerca, nel monitoraggio delle condizioni del lavoro nelle fabbriche del terzo mondo e nell’advocacy – ovvero che forniscono consulenza e appoggio legale – bisogna aggiungere una miriade di gruppi di muto soccorso dei lavoratori informali, dai venditori di strada ai riciclatori di spazzatura che vivono nelle baraccopoli, dagli strilloni ai braccianti stagionali, dai migranti alle prostitute.

A parte le divergenze ideologiche – ad esempio l’identificazione del Wto, considerato non riformabile dalla maggior parte dei movimenti, come di un possibile alleato per la diffusione dei diritti del lavoro – occasioni di conflitto si aprono ovunque sul territorio. Già dagli anni ’80 alcune ong o reti come Transnationals Information Exchange o Asia Monitor Research Center hanno direttamente sfidato l’internazionalismo sindacale istituzionale dal basso, da sinistra e da Sud (Waterman 2001). Una sfida che ha portato alla luce nuovi approcci, sollevando interesse per questioni fino a quel momento al di fuori dell’orizzonte dei sindacati tradizionali, come appunto il lavoro atipico. Un processo di rinnovamento che sembra attraversare soprattutto i sindacati nazionali, sempre più presenti nelle grandi dimostrazioni contro la globalizzazione liberista a fianco dei movimenti sociali. Da segnalare, a questo proposito, il cauto slittamento verso sinistra della Confederazione europea dei sindacati (la Ces), che fino a questo momento non ha certo brillato per radicalismo. Non si può negare il ruolo del movimento internazionale nella presa di posizione pacifista poco prima dell’attacco all’Iraq e, nel marzo scorso, l’opposizione contro la Bolkestein, la direttiva iper-liberista sulla quale inizialmente la Ces era stata più che possibilista.

Probabilmente il luogo dove l’interdipendenza con i movimenti sta diventando più visibile è proprio nel processo dei social forum mondiali. E’ significativa la presenza nel Comitato organizzativo di Porto Alegre – poi segretariato – di due delle più importanti organizzazioni del lavoro brasiliane: il nuovo Cut, la Centrale unitaria dei lavoratori, e il Movimento dei senza terra, il cui rapporto con la Cut e con il suo braccio politico, il partito dei lavoratori brasiliano (Pt), non è privo di tensioni. La crescente partecipazione dei sindacati a eventi di questo genere apre infine ulteriori problemi di relazione fra organizzazioni strutturalmente diverse: la cultura della rete che anima i movimenti – orizzontale, fluida, talvolta poco rappresentativa – e quella delle istituzioni tradizionali – verticistica, gerarchica, stabile ma estremamente rigida. Un dialogo che, oltre a mettere al centro del processo dei forum il tema del lavoro, potrebbe spingere le vecchie organizzazioni a rinnovarsi anche se, al momento attuale, è abbastanza improbabile che l’antica partnership con lo stato e il capitale venga abbandonata in favore dell’alleanza con una società civile globale ancora in formazione.