Sincobas e Sult, unità in controtendenza

Quante scissioni ha subìto in vent’anni la galassia del sindacalismo di base? Anche i cultori della materia hanno perso il conto. Tra chi aspira a costruire un’alternativa ai sindacati confederali le divisioni si succedono con la costanza di una legge di natura. Con l’inevitabile corredo di litigi, personalismi, porte sbattute, ruggini eterne. Dunque, che da quelle parti due organizzazioni decidano di mettersi insieme è una notizia. Questo fine settimana a Roma Sincobas e Sult tengono il loro congresso di unificazione. Costituiscono SdL, Sindacato dei lavoratori. L’aggettivo «intercategoriale», attaccato alla nuova sigla, serve a dire che SdL non sarà una confederazione, un cappello messo su cose che restano diverse. L’unità sarà praticata dalle fondamenta, su base territoriale.
Un matrimonio in controtendenza. Ma i contraenti, con senso della misura, non se la tirano più di tanto. Nessuno, né al Sincobas né al Sult, sproloqia di evento epocale o ipotizza che Sdl diventerà l’ombelico del mondo. Alla vigilia del congresso costituente registriamo dichiarazioni improntate alla fiducia nell’impresa. Accompagnate, però, da una realistica valutazione delle proprie forze e dalla consapevolezza delle «occasioni» che in passato – quando la situzione era più favorevole – il sindacalismo di base non ha saputo cogliere.
Sincobas e Sult hanno alla spalle le loro scissioni e unificazioni. Il primo, nato nel 1996 all’Alfa di Arese da una scissione dello Slai Cobas, si è fuso cinque anni fa con SdB, sigla del pubblico impiego. Dichiara 35 mila iscritti, per metà nel pubblico impiego. Con oltre un migliaio di iscritti è il secondo sindacato al Comune di Milano, è presente a Mirafiori e alla Fiat di Cassino. Il Sult, uscito nel 2003 dalla Cub e unificatosi con altre due sigle di base dei trasporti, dichiara 15 mila tesserati. Il 40% stanno nel trasporto aereo. 2.500 gli iscritti all’Alitalia, dove il Sult è il primo sindacato tra gli assistenti di volo. E’ presente anche nelle ferrovie e tra gli autoferrotranvieri. Da poco ha messo un piede nel trasporto marittimo e Fabrizio Tomaselli, della segreteria nazionale del Sult, tiene a citare il successo del recente sciopero di 48 ore a Gioia Tauro.
Paolo Sabatini, coordinatore nazionale del Sincobas, ammette che l’autorganizzazione dei lavoratori, obiettivo primario del sindacalismo di base, «oggi non c’è». Quella «radice» resta, ma stenta, «la miriade di sigle non aiuta». Mettere insieme i gruppi dirigenti è «più complicato» che mettere insieme i lavoratori. Sabatini spera che Sdl sia «un primo passo» verso un’unificazione più larga. Ma le caratteristiche che attribuisce alla nuova organizzazione confermano che le differenze rispetto alle altre isole dell’arcipelago di base restano intatte. SdL sarà «un sindacato antagonista, ma sindacato» (non come il Cobas scuola, «che fa più politica che sindacato»). SdL non sarà «autoreferenziale», non avrà come obiettivo quello di «sventolare la sua bandierina o di accampare promogeniture». Massima disponibilità, quindi, a fare cose insieme alla sinistra Cgil, con la Rete 28 Aprile, con la Fiom (e qui il riferimento è all’isolazionismo della Cub-RdB).
Serve qualcuno che dia il «buon esempio», dice Fabrizio Tomaselli. Sincobas e Sult ci provano, «è una sfida anche a noi stessi, perché di unificazioni vere nel sindacalismo di base ce ne sono state davvero poche». Le confederazioni si fanno e di disfano «a ogni alito di vento». Il modello «intercategoriale» è stato scelto proprio per evitare la labità di rapporti spesso solo virtuali. Quanto al rapporto con la politica, si va sull’ovvio. «Non siamo e non saremo organici a nessun governo. Quello guidato da Prodiè un governo. Punto e basta».
Tra gli iscritti al Sincobas le donne sono parecchie. Sono donne metà dei membri della segreteria nazionale. Luigia Pasi è una di loro. Abbiamo pensato a lei, entrata ragazzina nel 1971 all’Alfa di Arese, protagonista del «gruppo donne» in una fabbrica maschile, alla vigilia del congresso costituente. Dalla Fim di Tiboni in giù ha vissuto quasi tutti i rivolgimenti del sindacalismo di base. Con la ruvidezza che ci si può permettere tra coetanee, le domandiamo: ne è valsa la pena? «Certo che sì. Le motivazioni che mi hanno spinto a credere che deve esistere un sindacato conflittuale, democratico, espressione vera dei bisogni dei lavoratori e delle lavoratrici, restano tutte. Purtroppo». Non siamo riusciti a realizzare quello per cui abbiamo lottato, per dirla tutta siamo stati sconfitti (parola che Luigia non usa). «Ma non è una buona ragione per accettare che il mondo e il lavoro vadano a rotoli». E, allora, ecco la lista delle priorità (sue e di SdL): salario, pensioni, Tfr, lotta alla precarietà e alle privatizzazioni, salute, diritto di sciopero e, of course, una buona legge sulla rappresentanza.