Signori, qui ci serve un po’ di Stato

Terzo giorno del Forum di Corviale: la sinistra riscopra le politiche pubbliche

La terza giornata del Forum di Sbilanciamoci, «l’impresa di un’economia diversa», si è concentrata su un argomento che di primo acchitto sembra molto accademico: quale ruolo deve avere lo Stato in economia? Un tema che fa pensare subito a grandi scontri ideologici, ma che in realtà si nutre di «beni comuni», di lavoro, (di precariato e reddito di cittadinanza), di welfare, di servizi e beni essenziali, come il telefono, l’acqua, la luce, il gas, i trasporti locali, le città sostenibili. Un tema che c’entra molto perfino con i recenti scandali finanziari dei novelli palazzinari, che hanno fatto i soldi con la «bolla» immobiliare. Insomma delle cose che interessano tutti noi. Il problema politico è da dove ripartire, dopo la stagione delle privatizzazioni. E quale politica industriale è pensabile per il prossimo governo di centro sinistra. Luciano Gallino, sociologo e autore di numerosi studi sull’argomento, ha le idee molto chiare. Ci vuole «un centro di controllo pubblico» perché le imprese (lasciate a se stesse) non solo non sono in grado di risolvere i problemi, ma stanno addirittura compromettendo il loro futuro. La politica, però, è troppo frantumata e mentre gli Usa (contro tutte le apparenze) sono il paese più statalista del mondo per le politiche industriali, da noi tutto si disperde in mille rivoli, ministeri, sottosegretari, uffici. Ci vorrebbe invece un ministero che raccolga e coordini tutta la politica industriale. Una proposta, quella di Gallino, che ha fatto subito scattare Marigia Maulucci, segretaria confederale della Cgil, secondo la quale sarebbe sbagliato tornare indietro alle Partecipazioni statali e sarebbe un errore pensare di risolvere tutto con un nuovo ministero. Una critica a cui ha poi risposto lo stesso Gallino: chiamiamolo come ci pare, se non piace ministero, pensiamo a un’agenzia. Ma è una politica industriale coordinata che serve. Sia per Maulucci, sia per Marcello Messori, docente a Tor Vergata e uno dei responsabili scientifici della Fondazione Di Vittorio, serve piuttosto uno stato che funga da regolatore del mercato e che sappia assicurare a tutti il nuovo modello di welfare. Messori, in particolare, ha voluto distinguere con grande nettezza le privatizzazioni dalle liberalizzazioni mancate. In realtà siamo passati dai monopoli pubblici ai monopoli privati. Le «reti» devono invece essere statali, pubbliche, e solo la gestione può essere affidata ai privati. Tutto il contrario di quel che è successo in Italia. Un esempio? Telecom, che ha in mano la rete. Così da una parte sono spuntati i palazzinari, ma dall’altra abbiamo un capitalismo bloccato dai grandi gruppi che si sono ricavati spazi protetti di rendita e che nei fatti controllano i prezzi perché ostacolano la concorrenza.

Chi si candida a governare dopo la destra dovrà vedersela quindi con grossi problemi: dai conti pubblici disastrati, al sistema fiscale da ricostruire. Riusciremo a impostare una vera lotta all’evasione fiscale? Si chiede per esempio Alessandro Santoro, dell’università Bicocca di Milano: quasi il 25% delle imprese dichiara «un valore aggiunto negativo», ovvero palesa la sua evasione fiscale totale delle tasse. E con la soppressione dell’Irap si andrà anche peggio, visto che tutto ciò non sarà più neppure monitorato.

Ma la discussione di ieri a Corviale si è a un certo punto quasi sdoppiata con gli interventi di Michael Edwards (University College of London) e della sociologa Laura Balbo. Il primo ha infatti introdotto nel ragionamento sul nuovo ruolo dello Stato e delle politiche pubbliche la questione delle abitazioni. Un vecchio tema che evidentemente ritorna molto di attualità nell’Europa dell’esclusione delle classi più deboli. Edwards ha analizzato soprattutto il caso inglese e contro l’ingordigia della speculazione immobiliare ha proposto due o tre vie d’uscita, tra cui la riscoperta di forme di proprietà collettiva della terra.

Laura Balbo è partita invece da un presupposto diverso. E’ vero che si tratta di rilanciare il welfare e di sostenere l’industria e il lavoro. Ma è anche vero che quel modello di welfare che escludeva le donne e si basava su una struttura sociale che non c’è più non può essere riproposto come se nulla fosse successo. Il problema nuovo che abbiamo di fronte, secondo la sociologa, è la liberazione del tempo di lavoro e quindi la reinvenzione dei modelli di vita e di convivenza. Per sostenere il suo discorso sulla necessità di provare a cambiare i parametri, o almeno le lenti, Laura Balbo ha citato letture medioevali sull’invenzione dei soldi come elemeno di scambio.

Come era prevedibile, la discussione si è però via via concentrata sul nostro presente, sulle scelte da compiere a livello politico e quindi su un tema molto caro a un’organizzazione come Sbilanciamoci: come si possono inf luenzare i processi politici istituzionali partendo dal basso? Su questo è perfino polemica, visto che ieri c’è chi ha contestato a Messori e anche alla sindacalista Maulucci una posizione da «centro sinistra», troppo «accondiscendente con il mercato». E si è anche contestato alla sinistra in generale la sua tendenza a ridurre anche le amministrazioni comunali a enti in concorrenza tra loro e tutti protesi alle esternalizzazioni. E infine c’è stato chi, come Frassinetti, ex dirigente pubblico, ha difeso ed elogiato le vecchie partecipazioni statali, mentre da Legambiente è arrivato un secco no: non possiamo ripartire da lì, dal quel carrozzone. Insomma di carne al fuoco ce n’e’ stata tanta e le idee sono ancora molto distanti. E’ sicuro però che tutti sono d’accordo nel dire che ci vuole una nuova politica pubblica, un nuovo ruolo dello Stato e che il mercato non salva proprio nessuno. La discussione continuerà, mentre Edwards propone di lanciare un concorso annuale per i migliori servizi pubblici offerti e Laura Balbo un corso per i movimenti sulla comunicazione con la politica. A volte sembra infatti che si dicano le stesse cose, con lingue diverse.