Sicilia: fabbriche chiuse, sanità a pezzi: «Produce povertà»

Le lacrime dell’imprenditore agricolo di Pachino strangolato dai prezzi imposti alla produzione, sempre più bassi, per il suo pomodoro ciliegino, una volta chiamato l’oro rosso, ora simbolo della disperazione di centinaia di famiglie del ragusano, condannate alla miseria da una spietata intermediazione commerciale. I cancelli chiusi della Fiat di Termini Imprese e della Emmegi, miraggi industriali ora fabbriche, quando va bene, di cassa integrazione. Oltre 100mila firme raccolte in poco più d’un mese dalla Cgil contro l’aggravio dei ticket per tamponare un buco che ammonta a oltre 800 milioni di euro in una sanità che impoverisce invece di curare.
Istantaneea dalla Sicilia dei poveri, dove la povertà riguarda il 38,1% delle famiglie, più del doppio della media nazionale (18,5%). E i record negativi non si fermano qui: in Sicilia abitano i pensionati 65enni più poveri d’Italia, dato calcolato registrando quanti hanno beneficiato maggiormente degli aumenti della pensione minima disposta dalla Finanziaria 2002, per l’esattezza il 23,4 % del totale. In prima linea della lotta alla miseria c’è la Caritas, che nel primo semestre del 2004 ha fornito assistenza a 1.230 persone che, solo a Palermo, hanno chiesto aiuto alle parrocchie. Si tratta in prevalenza di donne (58%) e per il 42% di uomini, che hanno una fascia di età compresa tra i 30 e i 60 anni. Forte mortalità delle imprese, sistema illegale largamente pervasivo, usura che corrode il tessuto economico sano: la povertà strutturale della Sicilia secondo gli economisti è destinata ad aumentare in un sistema che finisce per generarla: Guido Signorino, dell’Universita di Messina, ha sostenuto che il sistema economico e la struttura distributiva in Sicilia «producono poverta».