Siamo in un tunnel e non si vede la luce

Alla fine si è trattato di uno zero tondo tondo. Niente +0,1, +0,2 o +0,3 per cento, come sembrava dalle stime preliminari. Il dato sulla variazione del prodotto interno lordo del 2005 – che spesso viene considerato il «termometro» dell’economia e che è stato calcolato dall’Istat, insieme con quello degli anni precedenti, in base a nuovi e più accurati criteri – è una cifra che sa di bocciatura sonora. Il 2005 segna infatti un passo indietro rispetto ai risultati, già molto stentati, del 2004; annulla l’illusione di una ripresa sotterranea e nascosta; obbliga a pronunciare, per l’anno trascorso la temutissima parola «stagnazione».

Dai dati di contabilità nazionale emerge purtroppo il ritratto di un’economia in coma, non solo ferma nelle quantità, ma anche in probabile peggioramento nella qualità. Una caduta abbastanza marcata non solo della produzione industriale (-2 per cento) ma anche di quella agricola (-2,2 per cento) è infatti compensata a fatica da piccoli aumenti dell’edilizia e dei servizi. Quando saranno noti i dettagli si scoprirà probabilmente che tra i servizi crescono soprattutto quelli più tradizionali (amministrazione pubblica, distribuzione). I redditi da lavoro dipendente dell’amministrazione pubblica sono aumentati del 4 per cento, il che corrisponde a circa il 2 per cento in termini reali e l’aumento del gettito fiscale non è bastato a compensare quello delle uscite pubbliche correnti per cui la situazione dei conti pubblici è nettamente peggiorata.

L’impressione di un deterioramento si ricava anche dalla constatazione che sono diminuiti gli investimenti, tranne che nelle costruzioni, mentre i consumi – soprattutto quelli pubblici – sono aumentati in maniera lievissima. Le esportazioni si sono mosse meno delle importazioni ed è solo grazie all’ombrello dell’euro, spesso criticato, che gli italiani possono continuare a ignorare un deficit commerciale galoppante anche per l’aumento del prezzo del petrolio. Il numero degli occupati è marginalmente cresciuto, soprattutto nei servizi, come mostrano le indagini trimestrali sulle forze di lavoro ma il tempo di lavoro è diminuito; se si traducono i dati in «unità di lavoro», ossia in occupati a tempo pieno, si constata un calo di circa centomila unità. I dati si riferiscono a tutto l’anno mentre i dati relativi all’ultimo trimestre saranno diffusi tra pochi giorni; la speranza che il «profilo» del periodo ottobre-dicembre possa essere migliorato in maniera apprezzabile subisce però un colpo piuttosto duro.

La delusione è resa più acuta dal fatto che in molti altri Paesi europei, a cominciare dalla Francia, si osserva un certo risveglio della produzione industriale mentre in Germania è avvertibile un miglioramento del clima economico; il contrasto è particolarmente stridente con i «cugini» spagnoli, il cui ritmo di crescita si mantiene vivacissimo. Anche se un qualche «rimbalzo» congiunturale è pur sempre probabile nei primi mesi del 2006, questo sicuramente non basterà a far diminuire il distacco dai nostri più dinamici vicini. La situazione di fondo non migliorerà da sola. I dati di ieri chiudono definitivamente la prospettiva che in fondo al tunnel possa, per una qualche magia, apparire una luce.

Che succederà ora? La prospettiva migliore sarebbe che gli italiani – e le forze politiche che li rappresentano e competono per il loro voto – si spaventassero davvero e dessero all’economia un ordine di priorità rispetto a quello finora riservato nelle politiche e nei programmi. Nella rimeditazione dei programmi economici occorrerebbe tener conto di tre principi guida. Il primo è che l’Italia non uscirà dall’imbuto in cui si è cacciata con una «politica delle piccole cose» e deve dire basta ai provvedimenti-aspirina; non bastano ritocchi fiscali e piccoli bonus, occorre pensare in grande. Il secondo è che va ampliato l’orizzonte temporale dei programmi economici: non si può vivere alla giornata, occorre immaginare come potrebbe essere questo Paese di qui a dieci o vent’anni e ragionare in quest’ottica temporale più lunga. Il terzo è che non si può fare una frittata, come dice un noto proverbio inglese, senza rompere le uova mentre le forze politiche hanno la tentazione di presentare programmi che, forse in virtù di una bacchetta magica, accontentano tutti.