Siamo in crisi

C’è un neo ministro – Micciché – convinto che il futuro del Mezzogiorno sia tutto nello sviluppo delle infrastrutture turistiche e nella nascita di casinò. E’ c’è un presidente del consiglio che tenta di giustificare la caduta del pil nel primo trimestre sostenendo che a Pasqua gli italiani sono andati tutti al mare, bloccando così la crescita del reddito. Nel governo, evidentemente si dialoga poco e Berlusconi e i suoi privilegiano il soliloquio. O meglio: il vaniloquio. Resta la realtà di una crisi senza precedenti che segue una fase di stagnazione iniziata nel 2001. Secondo gli economisti l’Italia è ufficialmente in recessione, visto che per due trimestri consecutivi il pil ha fatto il passo del gambero andando indietro di quasi l’1%. E la crisi è tanto più grave considerando che ieri da Bruxelles è invece arrivata la notizia che l’economia europea a ripresa a camminare con un passo (+0,5% negli ultimi tre mesi) un po’ più spedito. Questo evidenzi la specificità della crisi italiana che è sintetizzata da due fenomeni: una flessione della produzione industriale che va avanti da quattro anni; una caduta delle esportazioni, preoccupante segnale di una crisi di competitività e di contenuto tecnologico delle merci.

L’unico dato che seguita a mostrare andamenti positivi (ma con rallentamenti nell’ultimo anno) è quello dell’occupazione. Ma con un risvolto sociale pesante: si tratta di occupazione precaria, caratterizzata da bassi salari, flessibilità crescente, incertezza estrema per il futuro. Per questo tipo di occupazione Berlusconi si è appuntato una stelletta sulla divisa, dimenticando che l’Italia resta il fanalino di coda in Europa quanto a tasso di attività, soprattutto femminile e giovanile. Per loro questo governo non ha fatto nulla. Anzi sta progressivamente smantellando quelle forme di welfare che invece potrebbero sostenere l’occupazione. E vale la pena citare la mancanza di asili nido che impediscono alle donne madri di poter lavorare.

Il risultato di quattro anni di Berlusconi è una insostenibile condizione per milioni di persone che porta tra da un lato a una caduta dei consumi, abbattuti dalla mancanza di un reddito adeguato, ma anche a un incremento dei consumi di lusso di chi ha modificato la distribuzione del reddito a proprio vantaggio. Insomma, siamo in presenza di una carenza di domanda. Però, siamo anche di fronte a una drammatica crisi di offerta di prodotti che vengono richiesti da chi può e anche, a volte, da chi non potrebbe, ma viene spinto a determinati consumi da quelli che un tempo si definivano i «persuasori occulti».

La crisi dell’offerta è anche il risultato dell’abbandono delle politiche della ricerca; dell’esaltazione del piccolo è bello; di privatizzazioni che hanno creato monopoli privati che non hanno stimolo a sviluppare la ricerca; di una formazione universitaria che privilegia i «comunicatori»; a una scuola per la quale la Moratti ha deciso che gli operai vanno fatti crescere fìn da piccoli. Ma operai, poi, per fare cosa, vista la crisi irreversibile dell’industria?

A questo governo arrivano critiche da destra e da sinistra; dalla Confindustria e dalle altre organizzazioni di categoria. Ormai tutti si smarcano aspettando (spesso per opportunismo, per massimizzare i benefici delle briciole della politica economica) la catarsi: la vittoria del centro sinistra. Ma poi? Finora da sinistra sono arrivate solo critiche alla politica economica del governo. Le proposte alternative – ci dicono – sono segretate in laboratorio. Paura che il governo possa copiarle? Per carità: questo governo non copia da nessuno: va avanti sulla sua politica classista. Il problema è che a sinistra le idee sono poche. E per di più confuse e con la paura di uscire dal seminato di una tendenza internazionale codificata. Il risultato rischia di essere un disastroso Prodi-bis che fa stringere la cinghia per risanare i conti pubblici, impegnato unicamente in una – non disdicevole – corretta amministrazione della cosa pubblica.