Siamo deboli davanti al modello Ruini

Noi siamo anticlericali? No, però ci piace discutere di tutto senza pregiudizi e senza tabù. Che cosa hanno fatto di male – chiediamo – quei ragazzi che hanno fischiato il cardinal Ruini, durante una manifestazione organizzata da Ferdinando Adornato, dopo che il cardinal Ruini aveva tuonato – dal megafono forte di stampa e Tv – contro i diritti delle coppie di fatto, i diritti dei gay, la laicità dello stato, della scienza, il libero amore? Forse non è educato fischiare, o forse è sacrilegio? I ragazzi non hanno interrotto una funzione religiosa o un’omelia, ma una manifestazione politica organizzata da un deputato della destra. Non c’è sacrilegio. C’è arroganza e violenza nei fischi? Chiediamoci anche quanta ce n’è, di arroganza, nel pretendere – seppure con soavità e voce tenue – che milioni di persone, per legge, rinuncino al loro modo di pensare e si adeguino – nel proprio stile di vita – alle convinzioni religiose del Vaticano. E poi chiediamoci se c’erano altri modi, per quei ragazzi, di esprimere il proprio dissenso dal Cardinal Ruini: avrebbero potuto fare una dichiarazione all’Ansa e aspettarsi che il giorno dopo – come capita per le dichiarazioni di Ruini – fosse sulla prima pagina di tutti i giornali e che qualcuno li invitasse in Tv o altro?
Come sarebbe bello poter discutere anche delle questioni più complicate, magari tirandosi delle legnate, ma andando al nocciolo, al sugo delle questioni invece di cercare solo lo scandalo.

Una parte della sinistra italiana – e noi di “Liberazione” ci siamo dentro – dopo l’elezione di papa Ratzinger ha accentuato le proprie posizioni laiche e di critica al Vaticano. Questo è certo. Chiediamoci perché. Io credo per un motivo semplice: ha visto nell’elezione di Ratzinger il segno di una svolta reazionaria nella Chiesa cattolica. Ha visto una pietra tombale sulla grande stagione del Concilio.

Non è così? Provate a riprendere in mano la “Gaudium et spes”, oppure la “Pacem in terris” di Giovanni XXIII o – per altri versi – la “Populorum progressio”, che è di Paolo VI ed è del ’67. Voi pensate che esista una continuità tra il pensiero espresso in questi tre documenti e l’impianto teorico che Papa Ratzinger e il cardinal Ruini stanno affermando come centrale nel mondo cattolico?

No, non esiste una continuità. Dopo la morte di Paolo VI la Chiesa è rimasta per un quarto di secolo sospesa nell’intermezzo di Wojtyla. Intermezzo assai robusto e però di grande incertezza, che conteneva alcune delle idee conciliari – specie nel campo della critica al liberismo e alla violenza di stato – e le mescolava con tensioni dottrinarie di segno opposto, che sono quelle che hanno portato alla lotta aperta e dura contro la “Teologia della liberazione” e contro tutti i fenomeni del pensiero cattolico “sovversivo”, con i quali Paolo VI si era confrontato e che erano stati linfa vitale del cristianesimo, in quegli anni.

Ora l’intermezzo si è concluso e la Chiesa, scegliendo Ratzinger, ha innestato la retromarcia, cioè ha deciso la rinuncia alla grande idea del Concilio. Quale idea? Se la volessimo riassumere in poche parole, potremmo dire così: l’abbandono del sogno di una Chiesa forte sul piano temporale, e il progetto di ricostruire il profilo del cristianesimo moderno, sulla base di una tensione spirituale, che contesta il mondo dei poteri e dei potenti, e promuove le grandi questioni sociali, la tolleranza, la fratellanza, ponendo il valore della carità al di sopra di quello della fede. E’ stato questo, in sitesi, il Concilio: il rovesciamento di una pratica e di una idea millenaria, e il tentativo di costruire una Chiesa che entra nella modernità, e non vuole restare attaccata a quel che resta dello Stato Pontificio, ma vuole ricominciare – come si dice – dagli ultimi. E più precisamente vuole ricominciare dalla sostanza del vangelo di Gesù: dal discorso della Montagna, dalla difesa della prostituta, dalle monete a Cesare, dalle frustate agli scribi.

Forse ci metteremo molto tempo a capire quali conseguenze catastrofiche può avere la retromarcia di oggi. La fine di quel percorso avviato da Roncalli nei primi anni ’60 è l’inizio di un nuovo fondamentalismo cattolico. Avrà conseguenze non solo per la Chiesa e il mondo cristiano, ma per lo spirito pubblico, per le nostre comunità.

Qui si pone la domanda che fa tremare i polsi. Come possiamo noi – laici e cattolici, atei e cristiani, noi che vediamo questo pericolo – opporci al nuovo fondamentalismo della Chiesa, che rischia di corrompere il pensiero di massa di una vastissima area moderata?

E’ facile dirci: non fischiando, né pubblicando copertine strafottenti che accostano la figura di Ratzinger a quella di Kohmeini. Va bene, vi diamo ragione: purché siate disponibili a proseguire il ragionamento.

Il problema è questo: Ruini esprime una idea completa, un modello di società “devota” che è organico, totalizzante, e mette insieme alcuni dogmi del cattolicesimo conservatore con le esigenze del conservatorismo liberista. Liturgia e mercato. E’ un modello che dà sponda alla destra, ormai priva di ricette per il futuro, e propone una società ordinata, non più pluralista e multiculturale, basata sulla famiglia, sulla sobrietà dei costumi, sulla sacralità della vita, sulla superiorità dei valori religiosi nei confronti di quelli della scienza, della fede nei confronti della razionalità, della dottrina nei confonti della cultura. La sinistra cosa oppone a questa idea?

Sa indicare un modello di società che abbia la stessa forza di attrazione del modello di Ruini e Ratzinger e ne rovesci alcuni punti di partenza? Per esempio, sa dire a voce alta che combatterà la società patriarcale, basata sul matrimonio, cioè sul dominio del maschio, cioè sulla limitazione della libertà, cioè sulla negazione dei corpi, eccetera eccetera, e cercherà di costruire una comunità fondata sulla piena libertà degli individui, sulla distribuzione solidale delle ricchezze, sulla parità e sulla diversità delle persone, dei sessi, delle età, delle abitudini e delle scelte sessuali e di vita?

Oppure: sa la sinistra presentare, in alternativa alla sacralità della vita, una sua idea di intangibilità della vita basata non sulla fede in Dio ma sulla esaltazione dell’uguaglianza, che è l’unico valore in grado di livellare il diritto, e di mettere l’idea della vita al di sopra di ogni altra cosa?

La sinistra è molto indietro su questi temi. La sua componente più forte, quella riformista, ormai da dieci anni ha scelto il pragmatismo come propria caratteristica fondamentale. Ha deciso che è disposta a pagare alla modernità un prezzo salatissimo: la rinuncia a una “visione”. Vogliamo dirla usando una parola che da un po’ di tempo è stata messa all’indice? La rinuncia alla ideologia.

La sinistra ha bisogno di ricostruire la sua ideologia se vuole affrontare ad armi pari Ruini e il papa. Altrimenti arranca. Perde.

E comunque – posso dirlo? – è meglio arrancare, cercando di far sentire la propria voce con i fischi o con le foto-choc, piuttosto che starsene zitti e sottovalutare il grande rischio.