Siamo ciechi

La decisione della Ue di sospendere ogni aiuto finanziario alla Palestina è cieca se non provocatoria. Vogliamo sperare che sia soltanto cieca, perché nel secondo caso vorrebbe dire che quel tanto che esiste di Europa è in mano a dirigenti pericolosi, determinati ad aggravare senza fine il conflitto nel Medio oriente. Ma anche la cecità fa paura. Che ci si attende dal fatto di affamare un piccolo paese, già distrutto nelle poche infrastrutture che l’Anp aveva cercato di costruire, dai colpi mirati del governo israeliano, un paese privo di risorse, o come la striscia di Gaza ridotto all’estrema miseria per avere votato maggioritariamente per Hamas? E con la motivazione, ribadita dalla Ue, che Hamas non ha dichiarato di rinunciare in linea di principio alla violenza e di riconoscere l’esistenza dello stato di Israele? In primo luogo, Hamas checché ne pensi il dipartimento di Stato, è sicuramente un movimento armato, ma che non ha nulla a che vedere con Al Qaeda e varie jihad che spuntano nei paesi a bersaglio degli Stati uniti, ma agisce esclusivamente nei territori palestinesi, al fine di liberarli dall’occupazione. Si può discutere se sia stata la maniera giusta. Ma Hamas va visto per quel che è, un movimento di liberazione nazionale e sarebbe elementarmente ragionevole chiedersi come mai è arrivato ad avere il voto maggioritario della sola nazione mediorientale che fino a dieci anni fa era assolutamente laica. Come non vedere che la risposta è nella esasperazione di un popolo spinto agli estremi, dopo un’occupazione di trentacinque anni, il solo a pagare il rifiuto dei paesi arabi a riconoscere Israele, a sua volta insediata in una terra araba senza consultazione alcuna con gli abitanti che ne venivano estromessi? Come non vedere nella politica di Ariel Sharon, di cui egli forse stava sia pur tardivamente dubitando, un elemento che ha facilitato l’insediamento di Hamas, sola organizzazione che tentava e riusciva a sostenere un paese distrutto in tutte le sue infrastrutture? E come non rendersi conto che le politiche repressive non hanno mai ragione, salvo andare al vero e proprio sterminio, di una opposizione nazionale? Anzi, la esacerbano, e in presenza di un così smisurato rapporto di forze, la spingono verso l’azione armata anche terrorista? Come non ammettere che la linea di Ariel Sharon è stata folle, come quella di Bush con l’Iraq? Come non chiedersi che cosa ha significato rifiutare un dialogo su basi serie e accettabili, che non è mai stato – neppure a Taba – esplicitamente e perfino unilateralmente avanzato? Come non riconoscere che, se tarda un riconoscimento dell’esistenza di Israele da parte dei paesi arabi fino alle ultime elezioni ha continuato a dominare a Tel Aviv il progetto di una grande Israele? Mantenersi su questa strada è di una criminale stupidità. Ci possiamo augurare soltanto che la «transitorietà» di questa misura porti alla sua abrogazione nel più breve tempo possibile. E’ una ben scarsa soddisfazione da parte di chi non ha mai creduto che la democrazia si potesse esportare o imporre con le armi, senza che ne esistano o ne siano saggiamente alimentate le basi, constatare che essa non consiste soltanto in «libere elezioni». Che siano state libere quelle palestinesi nessuno ha messo in dubbio. Che una repubblica islamica possa essere democratica nel senso pieno che noi diamo alla parola, non è possibile.Ma che cosa è successo in Algeria quando il voto maggioritario ottenuto dal Fis è stato negato dalla messa fuorilegge del medesimo? Ne è seguita una guerra civile atroce, della quale nessuno parla perché il gas algerino serve ai paesi dirimpettai del mediterraneo. Domani si vota. La politica internazionale è stata del tutto assente da questa campagna elettorale, segno di un pericoloso provincialismo. Fuori di noi il mondo è in fibrillazione. La vittoria del centro sinistra dovrà anche allargare, fra i suoi compiti primari, l’attenzione di un paese che Berlusconi ha rinchiuso in se stesso o nel servaggio verso gli Stati uniti.