Si vive di più? Non tutti. Lavoro e pensioni sempre peggio

Ma davvero è aumentata l’aspettativa di vita? In premessa a ogni discussione sulle pensioni tocca rispondere a questa domanda. Ci dicono infatti le ricerche scientifiche che non si può parlare di «aspettativa» in astratto perché ancora oggi, chi fa un lavoro operaio, manuale, muore prima.
I nostri «riformisti», ignari di ogni problema fastidioso, continuano a pensare che sulla previdenza l’importante è non tornare indietro nelle decisioni di aumentare l’età pensionabile e di mettere sul mercato finanziario, attraverso Fondi privati, una quota consistente di salario differito. Sono disposti ad accettare tempi più lunghi e modalità meglio concordate, purché non si cambi la direzione di marcia. La novità è la crescita di consapevolezza nella sinistra sociale e politica che occorre uscire dalla difensiva e avanzare proposte per dare un ordine nuovo e migliore a una materia complessa come quella delle pensioni, facendo i conti con i profondi cambiamenti sociali in atto. Significativo a questo proposito è il lavoro fatto dalla Camera del Lavoro di Brescia e dal Forum sindacale nella Cgil.
In Italia il processo di invecchiamento, fatte salve le interne «disuguaglianze», è tra i più rapidi a livello mondiale, anche per il basso tasso di fertilità. Se il trend non si modifica al 2050 oltre un terzo della popolazione avrà più di 65 anni. Non è un processo «naturale», bensì fortemente orientato dalle scelte politiche. Positive nei decenni passati le scelte relative alla costruzione di un sistema previdenziale pubblico efficiente e di un buon servizio sanitario; negative negli anni più recenti quelle relative al lavoro segnate da precarietà e stagnazione dei salari. In queste condizioni le future pensioni pagate con il sistema contributivo saranno assai modeste, se non al limite della sussistenza.
Servirebbe una visione di insieme e di lungo periodo. Invece si procede per semplificazioni, a cominciare dalla «inevitabilità» dell’elevamento dell’età pensionabile, come ha sostenuto recentemente anche Piero Fassino. L’argomento principe è che aumenta la speranza di vita, ma, per l’appunto, nessuno discute che questo non avviene per tutti allo stesso modo.
Non solo c’è una differenza fra i sessi (a vantaggio delle donne), ma per reddito e istruzione. Più sono alti, più consentono di accedere a stili di vita e consumi che tutelano di più la salute e le condizioni di esistenza.
Ne viene che per un operaio con licenza elementare il livello di mortalità è il quadruplo rispetto a un impiegato o a un dirigente laureato. Già questo dato dimostra che la questione è più complessa e vasta rispetto al pur importante problema dei lavori usuranti.
Per quanto riguarda le donne, quelle con buona carriera professionale e senza figli traggono un vantaggio dall’attuale sistema. Ma sono una minoranza, perché in generale per le donne è difficile maturare i requisiti per la pensione di anzianità, mentre arrivano a quella di vecchiaia con una carriera lavorativa più frammentata e complicata dal lavoro di cura, con meno progressione professionale, meno stipendio e, quindi, pensioni modeste.
La vera questione non è che in Italia si vive di più; è che il lavoro è distribuito male e pagato peggio. Nel 1975 si contavano 5 lavoratori attivi per ogni pensionato sopra i 65 anni; nel 2000 erano scesi a 3; se la tendenza non cambia nel 2025 ci saranno 2 lavoratori attivi contro 1 pensionato. I giovani sotto i 25 anni entrano al lavoro tardi, in condizioni di precarietà e salari bassi (fino al 60% in meno di un parigrado «anziano»). E tantissimi «anziani» tra i 50 e i 64 anni sono precocemente espulsi dal lavoro: il loro tasso di occupazione è solo del 38%, quasi la metà di quello dei Paesi scandinavi. Ci si prospetta una situazione socialmente insostenibile, ma si può porvi argine solo aumentando l’occupazione e sostenendo una diversa politica di riconoscimento degli immigrati – l’opposto di quel che ha fatto la legge Bossi-Fini.
C’è un altro problema da affrontare. Tra gli anziani in Italia ci sono molti poveri: sette milioni di pensioni non arrivano ai 500 euro. Sono, però, aumentati coloro che hanno avuto una vita lavorativa lunga e hanno pensioni dignitose. Oggi in media il reddito di una persona con più di 65 anni è maggiore di quello di un giovane con meno di 30 anni.
Si è così realizzata una profonda modificazione nel rapporto tra generazioni. C’è più autonomia e responsabilità economica e personale tra gli anziani che tra i giovani, i quali subiscono la miscela di precarietà nel lavoro, prolungamento degli studi, dipendenza dal reddito dei familiari. La retorica che si fa da noi sulla «famiglia» serve a nascondere questa situazione che crea tante difficoltà e un diffuso disagio.
Per governare una situazione così contrastata, è un’idea di società che va definita, se si vuole che un nuovo e migliore ordine del sistema previdenziale contribuisca a ricostruire un patto tra generazioni e rafforzi la coesione sociale. Tre sono gli obiettivi da porsi: più lavoro; diversa scansione dei tempi di vita che permetta agli anziani di lavorare volontariamente finché possono in modo soddisfacente e produttivo; recupero reale di reddito per la maggioranza dei pensionati. Sono obiettivi di lungo periodo non semplici da realizzare e richiedono forte consapevolezza e consenso.
Per questo serve un percorso che permetta alle persone di confrontarsi nelle loro diversità per arrivare a definire una proposta condivisa. Il sindacato ha lo strumento della «piattaforma» che, oltre che un fatto di democrazia, è l’occasione per ricomporre le tante fratture che segnano il mondo del lavoro. Ai partiti e alle istituzioni serve riconoscere e valorizzare questo processo di partecipazione politica e di unificazione sociale, senza il quale non è possibile governare un cambiamento così travagliato, oltre il groviglio delle disuguaglianze, i limiti ristretti del mercato, la caduta di credibilità della politica.