«Sì, se puede», la rivolta di Los Angeles

Il mezzo milione (stime ufficiali), ma erano molto di più, sceso in piazza a Los Angeles ha infranto ogni record nella metropoli californiana, anche quelle risalenti alle grandi proteste per i diritti civili e contro la guerra del Vietnam. Sabato scorso Broadway era come un fiume in piena, la folla che marciava rumorosa, festante e arrabbiata sotto i frontoni deco degli edifici del vecchio centro era semplicemente troppo numerosa per essere contenuta dal viale principale della città e rivoli di gente con cartelli, trombe, megafoni e decine di migliaia di bandiere, si sono staccati da corpo del corteo ingrossandosi fino a rimepire le parallele: Hill street e Main e poi Olive street che si sono rapidamente riempite, e il corteo si è moltiplicato fino a diventare quattro fiumi paralleli che hanno letteralmente sommerso downtown e le pattuglie della Lapd hanno assistito attonite alla ripresa della città da parte dei suoi cittadini invisibili.
Abituati a vederli nelle cucine dei ristoranti, nelle hall degli alberghi, in officine meccaniche e sweat shop, nei cantieri edili e nelle proprie case a far le pulizie, i losangelesi hanno visto per un giorno il milione di messicani (e guatemaltechi, honduregni, salvadoregni e nicaraguensi) che vivono come fantasmi nella loro città con il volto di una maggioranza che ha reclamato per la prima volta da vera «superpotenza popolare» il diritto di appartenenza e la dignità da sempre negati.
Secondo i dati del census bureau sarebbero almeno 3 milioni e mezzo gli illegal aliens, quasi tutti di provenienza messicana e centroamericana, che risiedono in California. Una forza lavoro invisibile e indispendabile al sistema economico, gente che lavora senza permessi e sottopagata, fuori da ogni tutela e minimo sindacale, alla mercé dei propri datori di lavoro, che non può votare e che guida senza patente poiché non può richiederla alla motorizzazione (come ha decretato il governatore Schwarzenegger) che sta alla larga da ospedali quando si ammala ed evita ricorsi legali quando è regolarmente vittima di soprusi.
Uno sfruttamento endemico che va ben oltre il precariato, di persone che pagano tasse e bollette della luce e che devono costantemente sottostare al ricatto dell’illegalità; una popolazione «sommersa» pari al 10% di quella complessiva dello stato, passibile in teoria in qualsiasi momento di deportazione sommaria. Ma in una città come Los Angeles dove è ispanica il 49.7% della popolazione (contro il 27% e rotti di bianchi) non c’è dubbio su chi realmente alimenti «in nero» la quinta economia mondiale, quei figli diseredati della globalizzazione «interna» che ora per la prima volta sono usciti allo scoperto. Sotto il grattacielo del municipio li ha accolti Antonio Villaraigosa, il primo cittadino della città più ispanica, i cui genitori hanno compiuto a loro tempo il pellegrinaggio attraverso la frontiera messicana. Il sindaco ha offerto all’oceanica folla la sua solidarietà e quella della città.
Una barriera di 1000 km
La mobilitazione senza precedenti è stata provocata dal progetto di riforma sull’immigrazione che dopo essere stata approvata in sordina dalla camera a dicembre, da oggi passa all’esame del senato. Il disegno di legge HR4437, presentato dal senatore conservatore del Wisconsin George Sensenbrenner, propone una barriera rinforzata lunga 1000 km sul poroso confine messicano, e prevede di alzare l’immigrazione clandestina a rango di felony, cioé reato grave, designazione applicabile anche a chi assuma lavoratori «illegali» o semplicemente presti aiuto a chi non sia in regola, clausola quest’ultima che ha suscitato l’indignazione, e la promessa di disubbidienza civile addirittura del cardinale cattolico Roger Mahony. Il prelato di Los Angeles ha denunciato la recente isteria anti immigrati a base di ronde volontarie sulla frontiera organizzate dai Minutemen e analoghi gruppi di vigilanza per sigillare personalmente il confine «visto che il governo si rifiuta di farlo».
In realtà la strategia del border patrol è stata negli ultimi anni proprio quella di sigillare il confine nei tratti «più visibili» in California e Texas con l’effetto di spingere i passaggi clandestini verso l’Arizona. Nel territorio ostile e remoto del tratto centrale di frontiera, il famigerato «Tucson sector», è neccessario percorrere a volte fino a 100 km a piedi e senz’acqua il che ha determinato l’impennarsi dei decessi fra le persone, comprese donne e bambini che tentano la pericolosa traversata. Più di trecento ne sono morti in ognuno degli ultimi tre anni. La zona si e così trasformanata in far-west post-globale incrociato dalla migra con elicotteri, cavalli e camionette con gabbie porta-clandestino, vigilantes volontari con canocchiali e cappelacci da cowboy (nonché l’occasionale smith&wesson) e dall’altra parte pattuglie di ausilio ai clandestini che lasciano scorte d’acqua in depositi segnalati e prestano assistenza medica volontaria quando trovano gente che ne ha bisogno.
Due di loro, Shanti Sellz e Daniel Strauss, appartenenti al gruppo «no more deaths» sono attualmente in attesa di giudizio accusati di favoreggiamento per aver tentato di trasportare in ospedale tre messicani rinvenuti gravemente disidratati nel deserto. E’ il genere di criminalizzazione che verrebbe sancito ufficialmente dalla HR 4437 contestata dagli immigrati di L.A. a ritmo di Si se puede il tradizionale slogan dei braceros in sciopero. Una scena che ha rimandato alla pacifica occupazione di Washington guidata da Maryin Luther King 40 anni fa e che si è svolta negli stessi quartieri svuotati durante la grande depressione, quando decine di migliaia di ispanici vennero «rimpatriati» in Messico senza tanti complimenti per «sfoltire» le masse di disoccupati. Tendenza invertita poi durante la seconda guerra mondiale quando per far fronte al problema opposto, la mancanza di mano d’opera, vennero «rinvitati» attraverso il programma dei braceros durato dal 1942 al 1964 quando i raccolti del paniere californiano vennero ufficialmente «appaltati» a braccianti messicani stagionali che avevano però l’obbligo di tornarsene a casa finito il lavoro.
I picchetti dei vigilantes
Un progetto analogo viene ora caldeggiato da George Bush e dall’ala corporativa del partito repubblicano, attenta alle esigenze dell’industria americana (è nota l’abitudine perfino di Wal-Mart di assumere lavoratori «clandestini») ma che allo stesso tempo si trova a far fronte alle recrudescenza xenofoba e populista della destra integralista. Da un anno a questa parte ad esempio gruppi di vigilantes come Save Our State (SOS) organizzano regolari picchetti davanti ai luoghi dove i braccianti jornaleros si radunano per trovare lavoro, di solito i parcheggi dei grandi centri del fai-da-te dove caporali, costruttori e gente comune li contratta per lavoro spicciolo al di fuori di ogni tutela. Gli indefessi sventolatori di bandiere americane che li presidiano sostengono di reclamamare unicamente l’applicazione delle leggi ma le tinte razziste del movimenrto sono evidenti nella retorica sulla difesa di «sovranità e cultura nazionale», sfruttata da demagoghi come il parlamentare del colorado Tom Tancredo, l’anchorman conservatore della Cnn Lou Dobbs e il fondatore dei Minutement, Jim Gilchrist, che il mese scorso ha perso di poco un elezione al senato dello stato presentando un programmma di «tutela dei confini» da spacciatori, contrabbandieri e dal pericolo dell’«infiltrazione terrorista». E da Sensenbrenner, autore della 4437.
Come stanno dimostrando le proteste di questi giorni a Los Angeles, San Francisco, New York, Atlanta, Phoenix, Chicago e in molte altre città la «questione immigrazione» rischia di scoppiare in mano ai repubblicani e il risveglio del dormiente «gigante latino» potrebbe essere vera kriptonite per il partito che rischia la spaccatura fra la fazione pragmatica e la destra ideologica oltre che l’alienazione di un cruciale elettorato in vista delle elezioni parlamentari di novembre. Dietro alle bandiere, la ronde, i picchetti e ora la controffensiva ispanica si cela infatti la realtà di una economia di servizio globalizzata ormai interamente dipendente dalla massiccia presenza e disponibilità di manodopera a basso costo, una realtà economica oggettiva che i difensori della sovranità non hanno alcun modo di modificare (a meno, come ha scritto Marc Cooper, di non volersi accomodare a raccogliere fragole e pomodori nei campi californiani a $2 senza assicurazione né pausa pranzo). A Los Angeles gli alieni costituiscono altresì il segmento più dinamico tanto della maggiore diocesi cattolica d’America quanto di un movimento sindacale che ha trovato nella loro organizzazione una vitalità mai vista da anni grazie anche ad attacchi come quello attuale della proposta Sensenbrenner.
La manifestazione di Los Angeles si è aggiornata con il progetto, se necessario, di uno sciopero generale dei lavoratori invisibili. Dimostrazione di ciò che diventerebbe la California se, come aveva immaginato un paio di anni fa la polemica fantapolitica di Sergio Arau, venisse davvero il «Day without a Mexican», il giorno senza messicani.