Si scrive «oil», si legge «sicurezza nazionale»

Anche gli Usa hanno gli ispettori tra i piedi: quelli del Congresso che indagano sul crack Enron. La Casa bianca nega loro i documenti sulla base del fatto che la sicurezza energetica «è» sicurezza nazionale. E il Pentagono deve garantirla, specie nei posti dove c’è petrolio. A costo della guerra

Per parecchi mesi, a partire dall’aprile 2001, è stata prodotta una raffica di documenti politici militari e governativi che miravano a legittimare l’uso delle forze armate americane per garantire l’approvvigionamento di petrolio e gas. Contemporaneamente, la task force sull’energia del vicepresidente Dick Cheney si è attivata per affrontare la minaccia di una crisi petrolifera americana, mentre sono state esercitate pressioni ad alto livello perché nel gruppo fosse incluso anche il dipartimento della difesa. Sintetizzando efficacemente il ruolo futuro delle forze armate Usa, nell’estate 2001 l’Army War College ha affermato che «la sicurezza è qualcosa di più che proteggere il paese dalle minacce esterne; sicurezza è anche sicurezza economica». L’articolo, apparso sulla rivista del War College, Parameters, continuava auspicando che «le forze armate possano essere utilizzate per qualcosa di più che proteggere semplicemente un paese e il suo popolo dalle minacce tradizionali».

Concentrando l’attenzione su questa nuova evoluzione del pensiero strategico Usa, le pubblicazioni dell’Army War College e del suo General and Command Staff College hanno cominciato a sostenere che, quando sono in gioco petrolio e gas, «dove vanno gli affari Usa, là seguono gli interessi nazionali». Contemporaneamente, la rivista dello Us Army’s Command and General Staff College, Military Review, ha messo in luce la ricchezza energetica del Mar Caspio e dell’Asia Centrale e la sua importanza per la sicurezza economica degli Usa. Un documento politico congiunto di due dei principali istituti di ricerca americani, il Council on Foreign Relations e il James A. Baker III Institute for Public Policy, ha confermato ulteriormente questa nuova prospettiva. La sicurezza energetica è stata equiparata alla sicurezza nazionale.

Praticamente in contemporanea con queste iniziative, il generale Tommy Franks, comandante delle forze armate Usa responsabili per l’area del Golfo persico/Asia meridionale, ha sottolineato il sostegno militare a questa ricerca di approvvigionamenti energetici. In un resoconto del 13 aprile 2001 sulla testimonianza del generale al Congresso, l’ufficio stampa dell’esercito ha definito la missione chiave del suo comando come «l’accesso a queste risorse energetiche (della regione)». Nei mesi precedenti l’11 settembre, un coro virtuale di policy-makers governativi e di militari americani è andato costruendo in misura via via crescente contesti militari per questioni energetiche. Confermando esplicitamente il rafforzamento del legame tra forze armate e questione energetica, un documento politico ad alto livello commissionato dall’amministrazione Bush – Strategic Energy Policy Challanges for the 21st Century — ha dato parere favorevole all’«intervento militare» per assicurare le forniture energetiche. Il rapporto è stato preparato congiuntamente dal Council on Foreign Relations e dal James A. Baker III Institute for Public Policy, e il progetto era coordinato da un colonnello dell’esercito Usa.

Quasi anticipando eventi che stavano per accadere, nella primavera del 2001 l’esperto per la sicurezza Michael T. Klare ha asserito che l’esercito sarebbe giunto progressivamente a «definire la sicurezza delle risorse come la sua missione principale». Il suo libro è intitolato Resources Wars.

Un elemento che pone il conflitto afghano in un’altra prospettiva è il seguente. Secondo un resoconto dell’Inter Press Service del 2001, l’ex ministro degli esteri pakistano Naif Naik ha accusato il rappresentante Usa Tom Simons di aver tentato, nell’estate 2001, di costringere i Taliban a collaborare. In questo modo, «gli oleodotti dal Kazakhstan e dall’Uzbekistan sarebbero arrivati». Secondo quanto affermato da Naim, Simons minacciava una «operazione militare».

A confermare l’accuratezza delle affermazioni di Naik, è stata ampiamente riportata dai media l’esistenza di un piano militare formale di aggressione all’Afghanistan, piano che sarebbe stato pronto per il presidente Bush il 10 settembre. Guardando gli eventi in una luce più attuale, l’Iraq ha il 10% delle riserve petrolifere accertate del mondo e un articolo apparso sul New York Times l’11 ottobre riferiva che la Casa Bianca di Bush stava elaborando un «piano dettagliato» per installarvi un governo militare americano.

In questo momento, una prova incontrovertibile che l’Amministrazione abbia discusso specificamente una Guerra dell’Energia deve ancora emergere. Comunque, i dettagli riguardanti le deliberazioni della task force di Dick Cheney – su cui erano state fatte pressioni affinché ne facesse parte anche il dipartimento della difesa – restano avvolti da un silenzio inusuale. Ad oggi, restano un mistero persino i suoi membri.

Il 22 gennaio di quest’anno, il braccio investigativo del Congresso americano, il General Accounting Office (Gao), è stato costretto ad avviare il primo procedimento contro un’amministrazione Usa nei suoi 81 anni di storia. Il Gao sta cercando di ottenere i verbali della task force. Esso intende solo accertare i partecipanti alle riunioni della task force, i temi discussi e le date delle riunioni. Secondo il capo del Gao David Walker, informazioni di questo tipo sono state «comunemente fornite al Gao per molti anni», cosa che dimostra la natura straordinaria della resistenza opposta dall’Amministrazione.

Il procedimento del Gao ha fatto seguito a richieste analoghe da parte del Natural Resources Defense Council, del Sierra Club e di Judicial Watch. Queste organizzazioni non governative hanno avviato delle cause in base al Freedom of Information Act, una base legale diversa rispetto a quella del Gao. Le cause intentate dalle ong mirano a ottenere informazioni sulla formulazione, da parte della task force, del piano nazionale per l’energia americano, sul ruolo avuto dai dirigenti dell’industria energetica e dai lobbisti. Ma la task force sull’energia di Cheney è andata avanti dopo la diffusione del piano nazionale sull’energia. Secondo il New York Times la Enron aveva incontrato la task force fino al 10 ottobre 2001.

Le ong hanno chiesto i documenti sulla task force di Cheney alle agenzie federali coinvolte nella creazione del piano per l’energia, oltre a documenti provenienti dall’ufficio del vice presidente. Il piano per l’energia è stato visto da molti come un piano che serviva gli interessi dell’industria energetica, non dei consumatori o dell’ambiente, cosa che ha accelerato l’azione di controllo delle ong. Sui media si è molto discusso del ruolo della Enron all’interno della task force, dato che tale compagnia ha incontrato la task force più di qualunque altra. Si noti che l’ex presidente della Enron, Kenneth Lay, era anche uno degli autori del documento Strategic Energy Policy Challanges for the 21st Century.

Un’altra cosa da notare è che durante questo periodo precedente l’11 settembre, la Enron aveva subìto una progressiva erosione sotto il peso dei suoi imbrogli contabili. Uno scontro sul suo impianto di Dabhol in India li aveva ulteriormente indeboliti. Secondo articoli pubblicati dai giornali americani la Enron, per salvarsi, aveva estremo bisogno del gas naturale che un gasdotto trans-afghano avrebbe portato. Il deputato Usa Henry Waxman ha già condotto delle audizioni per chiarire in quale misura la task force sull’energia agisse per avvantaggiare specificamente la Enron.

Sebbene le ong, a seguito delle loro richieste, abbiano ricevuto migliaia di pagine di documenti dalle agenzie federali, non è ancora apparso niente che riguardi il dipartimento della difesa. Ma secondo i portavoce di Judicial Watch e del Natural Resources Defense Council, all’appello mancano ancora numerosi documenti, mentre altri sono pesantemente redazionati.

In uno sviluppo che può servire a illuminare il collegamento tra il dipartimento della difesa e la task force sull’energia, il 18 ottobre il Washington Post ha riferito che il giudice distrettuale Emmet Sullivan aveva ordinato agli avvocati di Cheney di produrre alcuni «documenti chiave». Il giudice Sullivan aveva stabilito una scadenza molto ravvicinata per «produrre documenti contenenti in dettaglio i partecipanti e il calendario delle riunioni». L’amministrazione Bush ha sostenuto che tali informazioni sarebbero protette dalla «separazione dei poteri», rifiutando con questa motivazione di fornire i documenti. Ma il giudice Sullivan ha stabilito che l’Amministrazione dovesse o produrre la documentazione richiesta dalla corte entro la data prescritta, oppure chiedere il riconoscimento di un «privilegio esecutivo», fornendone le motivazioni. Una cosa che l’Amministrazione non vuole assolutamente fare.