Si è fermato il tram

Per una volta aziende e sindacati sono d’accordo: lo sciopero di otto ore del trasporto pubblico locale (bus, metropolitane, ecc), ieri, è perfettamente riuscito. Dappertutto oltre il 70% di adesioni, con punte in molti casi del 100%.
La vertenza è incentrata sul rinnovo del biennio economico (2006-2007) del contratto nazionale degli autoferrotranvieri, scaduto il 31 dicembre. La trattativa con la controparte non è mai decollata, visto che Asstra e Anav – rappresentanti la prime le aziende di trasporto «privatizzate», la seconda quelle ancora pubbliche o municipalizzate – si sono fin da subito trincerate dietro la mancanza di fondi per far fronte alle richieste dei sindacati. La richiesta sindacale parla di 111 euro parametrati al livello medio, pari al 6% di aumento a titolo di recupero della sola inflazione. Le aziende, da parte loro, pur richiamandosi allo «spirito della concertazione degli accordi del ’93», offrono soltanto 60 euro al massimo.
La distanza è notevole, come si può vedere, e non suscettibile di essere ridotta neppure dalla grande riuscita dello sciopero di ieri. A ben guardare, però, un punto ulteriore di contatto tra le parti sembra esserci. Ed è l’appello al «parlamento neoeletto» di «mettere il settore dei trasporti tra le questioni urgenti nell’agenda politica». Il presidente dell’Asstra, Marcello Panettoni, chiede al nuovo governo di «metter mano alla situazione della mobilità dei cittadini, sciogliendo i nodi strutturali che fanno da sfondo alla vertenza contrattuale e che stanno affondando i trasporti pubblici locali». Parole molto simili a quelle pronunciate dal segretario della Fit Cisl, Claudio Claudiani, secondo cui «l’agenda del governo deve contenere tra le priorità il rilancio complessivo del trasporto pubblico locale quale fattore propulsivo di sviluppo e riordino dell’intero sistema della mobilità».
Entrambi centrano l’ormai annoso problema dei finanziamenti statali al trasporto pubblico, che rimangono fermi alla cifra stabilita qualche anno fa o addirittura ridotti in occasione della legge finanziaria. Il centrodestra, su questo piano, ha chiaramente spinto in direzione della «dismissione» del servizio pubblico, lesinando anche sull’indispensabile. E’ chiaro che a quel punti sono gli enti locali a dover «ripianare» il differenziale, ma sono a loro volta colpiti dai tagli ai trasferimenti dallo stato centrale. Una spirale perversa che ricade alla fine sui lavoratori, con stipendi fermi a livelli incivili (soprattutto nelle fasce di precari «somministrate» a dosi massicce negli ultimi anni) e sui cittadini, stretti da servizi insufficienti e scioperi ricorrenti.
Articolato diversamente città per città, lo sciopero di ieri ha rispettato in pieno le «fasce di garanzia», in modo da permettere comunque ai cittadini di raggiungere i posti di lavoro e tornare a casa. Molte città, comunque, hanno sofferto in modo serio di difficoltà alla circolazione. Napoli più altre, sia per l’altissima adesione all’agitazione, sia per la particolare conformazione della rete viaria. Problemi molto simili anche per Genova. Mentre le città più grandi. come Roma, Milano, Torino e Bologna hanno visto grandi incolonnamenti sulle strade che portano dagli hinterland a ridosso dei centri storici, ma quasi in nessuna caso ad autentiche paralisi del traffico.