Show pacifista a palazzo Chigi

«Non sono mai stato convinto che la guerra fosse il sistema migliore per rendere democratico un paese e farlo uscire da una dittatura anche sanguinosa». Parole che ogni pacifista condividerebbe. Parole, o almeno concetti, che molti, negli ultimi anni, hanno probabilmente adoperato per spiegare il loro rifiuto della guerra irachena e della politica estera del governo Berlusconi. Parole che adesso, ineffabile, ripete proprio lui, il premier italiano, il principale alleato di Bush nell’Europa continentale, il capo di un governo che in Iraq ha inviato i suoi soldati anche a costo di arrivare a una crisi rovinosa con i principali partner europei. E non si ferma qui il cavaliere. Intervistato da Rula Jebreal per la puntata di Omnibus che andrà in onda lunedì prossimo sul La 7 concede rivelazioni a dir poco sconcertanti. «Ho tentato a più riprese di convincere il presidente americano a non fare la guerra. Ho tentato di trovare altre vie anche attraverso un’attività congiunta con Gheddafi. Non ci siamo riusciti e c’è stata l’operazione militare, un’operazione che io ritenevo si dovesse evitare».

Non una volta, negli ultimi anni, Silvio Berlusconi ha permesso a questi sentimenti e a queste opinioni di trapelare. Non nella miriade di dichiarazioni con cui ha bombardato gli italiani. Non nelle sue apparizioni televisive. Soprattutto non in parlamento, dove, al contrario, ha sempre difeso strenuamente le ragioni degli americani, la missione pacifica e civilizzatrice avviata da Bush e nella quale ha lui, Berlusconi, ha impegnato il suo paese.

Quanto agli imperscrutabili motivi che lo hanno spinto a non dar seguito a tanto lodevoli giudizi, a non assumere la stessa posizione presa dalla Francia, dalla Germania e dalla Spagna di Zapatero, quelli restano misteriosi. Berlusconi sorvola sul particolare. Non spiega, non illustra. Passa invece a rivendicare una sostanziale identità tra il suo governo e quello laburista di Tony Blair. «Blair non è il leader dell’Ulivo mondiale. Non c’è nulla nella sua politica e nella mia che sia in contrasto». Sarà pure propaganda rivolta agli elettori moderati che apprezzano il nipotino laburista di Margaret Thatcher, ma per una volta è purtroppo precisa, per nulla esagerata.

A conti fatti, si direbbe che la sola differenza tra il capo della sinistra inglese e quello della destra italiana è che il primo ha voluto a ogni costo, con Bush, l’impresa irachena, mentre il secondo ha fatto il possibile per impedirla, sia pur modestamente, senza dirlo a nessuno, con discrezione da gran signore.

La trovata del capo lascia palesemnte sbalordito Gianfranco Fini, che si affanna nel cercare un impossibile recupero. Perché tanto stupore?, sembra dire: «Non è la prima volta che Berlusconi ricorda che cercammo fino all’ultimo di indurre Bush e Blair a non attaccare l’Iraq». E comunque, puntualizza subito dopo: «Gli italiani non hanno partecipato alla guerra, le truppe sono state inviate quando la comunità internazionale si pose il problema di come sconfiggere il terrorismo e aiutare le autorità irachene a ritrovare libertà e democrazia. Bisogna assumersi le proprie responsabilità».

Le frettolose precisazioni di Fini si spiegano facilmente. Va da sé che un’opposizione quasi divertita passi all’attacco e inchiodi il premier alle sue vistose contraddizioni: «Che succede? Finalmente Berlusconi si è accorto che è una guerra sbagliata? Allora lo dica…», se la ride Prodi. Da Atene Bertinotti duetta con Lafontaine. «Il paradiso si rallegra per un peccato di cui ci si pente», ironizza il leader tedesco. «Ma non nel perdurare del peccato», infierisce il segretario del Prc.

In effetti il tentativo di Fini di attenuare l’impatto delle dichiarazioni del premier difficilmente centrerà l’obiettivo. Ma è altrettanto difficile pensare che quella di Berlusconi sia stata solo goffaggine. E’ assai più probabile che il premier, a pochi metri dalle elezioni, tenti un difficile recupero d’immagine, prensendo di petto, con l’abituale e a modo suo ammirevole faccia di bronzo, una delle sue scelte più criticate dagli elettori. Ed è anche possibile che, per lo stesso motivo, il premier italiano si stia preparando a una qualche mossa a sorpresa nel colloquio di lunedì prossimo con Bush, a Washington.