Shoah, la memoria non è un rito

La «Giornata della memoria» sembra avere trovato, a pochi anni dalla sua istituzione, un consolidamento nel tessuto istituzionale del paese, e può raccogliere i frutti della passione durevole e di un coinvolgimento non trascurabile di quanti fin dall’inizio si sono attivati per farne momento di verità e di risarcimento collettivo dei popoli europei. Impossibile quantificare il numero di appuntamenti e di iniziative: il solo opuscolo della Regione Toscana ne enumera più di un centinaio. L’esperienza dei «treni della memoria», di cui ha parlato spesso su questo giornale Sandro Portelli, coinvolge studenti e insegnanti in quella che è spesso avventura esistenziale destinata a lasciare tracce. Anche la ricaduta positiva sul terreno della ricerca storica non è trascurabile; è grazie all’impegno delle istituzioni che sono possibili opere come quella presentata in questi giorni da Enzo Collotti: due volumi (editi da Carocci) su Ebrei in Toscana tra occupazione tedesca e Repubblica sociale italiana. Persecuzione, depredazione e deportazione 1943-1945. Da dove emerge una realtà ignorata o rimossa di campi di concentramento e di raccolta, molto più numerosi di quanto si immaginasse, un atteggiamento complessivo della popolazione non rispondente alla favola consolatoria dell’italiano «naturalmente» contrario alla persecuzione degli ebrei e disposto a rischiare per aiutarli, un alto numero di delazioni, e lo zelo delle autorità nel collaborare a questo aspetto della politica nazifascista.
Emerge di qui una percezione mutata delle dimensioni e delle implicazioni della tragedia del popolo ebraico? Sicuramente siamo molto lontani dalle sottovalutazioni o dalle omissioni di un tempo, e lontanissimi dal tempo in cui nelle nostre scuole questa vicenda ci veniva presentata come «una» delle tante tragedie del tempo di guerra.
Però bisogna pur tenere presente che stiamo parlando di iniziative di eccellenza, per quanto diffuse, e che un bilancio complessivo che prima o poi bisognerà stendere dovrà tenere conto anche di altri fattori, che rendono il quadro molto più ricco di chiaroscuri di quanto possa sembrare a prima vista. In primo luogo, c’è il peso della istituzionalizzazione stessa, col carico di inevitabile ripetitività e col profilarsi di una stanca ritualità che già si intravede nelle esperienze meno originali e sentite.
Non darei molta importanza ai sondaggi in base ai quali una cospicua minoranza di cittadini europei sostiene che «gli ebrei si lamentano troppo», perché in questo può esserci il riflesso di antiche e nuove sollecitazioni. Mi preoccupa invece il fenomeno, che si registra con chiarezza nelle Università, del crollo verticale degli interessi degli studenti attorno al tema della Shoah, che fino alla istituzionalizzazione della sua memoria era uno dei più richiesti e coinvolgenti. La sovrabbondanza di richiami pubblici genera una reazione di perplesso discostamento, se non di rigetto (e va anche detto che in tutto questo è ininfluente la questione israelo-palestinese, dove in genere si hanno discernimento e sensibilità necessari per non sovrapporre i due piani).
Incide certamente anche il fastidio per l’attualizzazione inevitabile a cui la materia è sottoposta da parte di assessori e politici. Ma, ancor più, il prevalere di forme astoriche e moraleggianti nella spiegazione dell’evento, proprio dove di storicità vi sarebbe più bisogno: la raffigurazione oratoria e televisiva di questa tragedia come momento di una lotta eterna di Bene contro Male, abisso di malvagità, trionfo della «barbarie» (termine che richiederebbe almeno qualche aggettivazione per essere plausibile in una vicenda che si diparte dal cuore dell’Europa civilizzata, in presenza di una catena di comando burocratizzata che crea e sostiene una macchina industriale di sterminio). L’abuso di una terminologia che rinvia al «Male Assoluto», concetto che attiene a una sfera che appunto non è storica ma metastorica.
L’immaginario pacificato
Accanto ed oltre a questo, il disagio per l’affollamento del campo della memoria, di quello che giustamente Giovanni De Luna definiva su La Stampa del 20 gennaio «un’ossessiva proliferazione di “leggi memoriali” che veramente rischia di favorire più l’oblio che il ricordo. Troppe contraddizioni, troppa enfasi celebrativa, troppe tradizioni inventate, troppe scorciatoie rispetto alla realtà storica e, soprattutto, troppi morti a cui chiedere la legittimazione delle proprie posizioni politiche attuali».
Non ha vinto l’oblio, come temevano i superstiti dei campi, ma il rischio è che torni a vincere attraverso gli effetti negativi di un «eccesso di memoria». Con la conseguente banalizzazione che lascia prefigurare (ma il fenomeno è già in atto) come questa tragedia rischi di diventare sempre più in futuro il fondale hollywoodiano per drammi e commedie sempre più improbabili, parte scontata di un immaginario occidentale pacificato perché consuetudinario.
«Le società, tanto più quelle moderne, hanno bisogno di memoria. Le politiche pubbliche possono orientarla e gli storici possono contribuire a costruirla, a problematizzarla, a conferirle una dimensione critica, a volte “sorvegliarla”. …la prescrizione normativa della memoria presenta dei rischi e il ricordo imposto per legge è spesso inefficace, se non controproducente. Il passato codificato dalla legge e trasformato in verità ufficiale costituisce infine una minaccia per la libertà della ricerca e del dibattito pubblico». Sono frasi che si leggono in un utile libretto recente di Enzo Traverso (Il passato: istruzioni per l’uso. Storia, memoria, politica, ombre corte 2006, pp. 143, euro 12,50), storico tra i massimi studiosi della Shoah e che ha tutte le carte in regola per discutere le implicazioni, anche sconcertanti, che hanno portato nel breve volgere di un quarto di secolo una tematica rimossa a divenire elemento centrale di una vera e propria religione laica dell’Occidente.
Non seguirei fino in fondo Traverso quando definisce la memoria sacralizzata della Shoah un «uso apologetico dell’attuale ordine del mondo» («L’Olocausto fonda dunque una sorta di teodicea laica che consiste nel commemorare il male assoluto per convincerci che il nostro sistema incarna il bene assoluto»). Ma è indubbio che vi sia un uso consolatorio di una vicenda che non può trovare consolazione, la volontà, tutta americana, di lasciar intravedere un happy end in una vicenda che non ha e non può averne. Tragedia, giova aggiungere e ribadire, tutta interna all’Occidente e frutto della storia occidentale.
Il decorso della memoria pubblica statunitense è sicuramente tra tutti il più sconcertante, dove il percorso dalla rimozione alla centralità è stato più rapido e intenso, esente da dubbi e interrogativi. La maggioranza dei cittadini americani è convinta oggi, in base ai sondaggi, che la seconda guerra mondiale sia stata combattuta «per salvare gli ebrei», convincimento quasi irridente di una realtà storica nella quale la guerra era stata soprattutto guerra contro i giapponesi, con il quadro europeo in posizione defilata, e con la proibizione, da parte di Roosevelt, di toccare il tema ebraico, per non dare spazio alle polemiche della destra sulla «guerra per gli ebrei».
Traverso segnala il paradosso della creazione negli Stati Uniti di un Museo federale dell’Olocausto «dedicato a una tragedia consumata in Europa, quando nulla di paragonabile esiste per due esperienze fondatrici della storia americana: il genocidio degli indiani e la schiavitù dei neri. E mentre si inaugurava il museo dell’Olocausto, nel 1995, le Poste emettevano un francobollo che celebrava l’anniversario del bombardamento atomico di Hiroshima e Nagasaki come l’evento fausto che aveva messo fine alla seconda guerra mondiale».
Il passato alla sbarra
Si può aggiungere che avere posto Auschwitz al centro del Novecento, simbolo e incarnazione del «secolo degli orrori» è cosa che non ha senso sul piano storico, può averlo su quello della riflessione filosofica o morale, della meditazione religiosa. Non a caso alcuni dei pensieri più profondi pensati nell’ultimo quarto di secolo sono nati di lì. Ma questa disposizione dell’ultima coscienza occidentale ci offre una immagine realistica o appena plausibile del grande secolo che ormai è alle nostre spalle, una raffigurazione appunto storica e non penitenziale?
Ma il corto circuito tra storia, memoria pubblica e memoria di gruppi sembra ormai vicino ad attivarsi in molte realtà, favorito dalla inquietante rincorsa delle istituzioni a recintare i percorsi della memoria e della storia.
Il caso francese è il più eloquente e inquietante, ed offe alcune esemplificazioni concrete di ciò che non si dovrebbe fare su questo terreno. Una legislazione contraddittoria ha nel volgere di pochi anni raccomandato la valorizzazione dell’esperienza coloniale francese nelle scuole, e al contempo varato nel 2001 la legge Taubira, che fa della schiavitù e della tratta degli schiavi un crimine contro l’umanità. Ha inoltre sanzionato come reato la negazione della Shoah e del genocidio degli armeni. Questa «giuridicizzazione della storia» ha portato a quella che è stata definita una vera e propria contrapposizione storia-memoria. A fine gennaio dello scorso anno è nata una Associazione Libertà per la storia, creata per difendere gli storici dalla «persecuzione giudiziaria», di fronte al caso dello storico Olivier Pétré Grenouilleau (il cui libro sulla tratta degli schiavi è stato edito anche in Italia dal Mulino), citato dalle associazioni di discendenti di vittime che chiedono riparazione davanti a un tribunale per avere ridimensionato l’entità della tratta degli schiavi verso l’Occidente nel raffronto con quelle verso l’interno dell’Africa e dei paesi islamici.
Il diritto alla storia
Particolarmente significativo è che fondatore di questa associazione sia stato Pierre Nora, storico benemerito nell’instaurazione di un rapporto fecondo tra storia e memoria (promotore dei Luoghi della memoria, opera che ha ispirato in Italia il lavoro analogo di Mario Isnenghi in tre volumi per Laterza). Intervistato da Le Monde il 17 febbraio 2006 Nora si chiedeva con sorpresa: «Chi l’avrebbe mai detto che in pochi anni dovevamo passare dalla difesa del diritto alla memoria alla difesa del diritto alla storia? La memoria è ormai diventata un fenomeno quasi religioso che trasforma il testimone in una specie di prete. I conflitti memoriali ormai sono diventati una guerra di religione, una guerra santa». Per concludere sulla pratica «incompatibilità conflittuale della memoria. La conciliazione attraverso la storia è più lunga; ma in definitiva l’unica che si impone, perché la memoria divide e solo la storia riunisce».
In Italia siamo ancora lontani da questo clima, ma alcune avvisaglie preoccupanti già si intravedono, e lasciano ipotizzare anche per questo paese un clima di conflitti memoriali, invadenza normativa delle istituzioni, diritto penale anziché ragione storica e libera discussione. Le leggi sul negazionismo, in particolare, sono controproducenti e inutili, in presenza di una legislazione già ampia e bastevole che sanziona l’apologia di reato e l’istigazione a delinquere. Sono provvedimenti che servono solo a farci sentire più virtuosi, che pare l’occupazione principale dell’uomo occidentale del nostro tempo.