Sharon silura anche Abu Mazen

Il mese prossimo cadono due ricorrenze significative: i dieci anni dall’assassinio del premier laburista Yitzhak Rabin e l’anniversario della morte del presidente palestinese Yasser Arafat. Le settimane che verranno potrebbero tuttavia vedere anche il «funerale politico» di Abu Mazen. Ministri e deputati israeliani hanno cominciato a recitare le orazioni funebri dell’uomo che, quando era in vita Arafat, veniva descritto a Tel Aviv e Washington come il palestinese «moderato» destinato a prendere la poltrona di Arafat. Leggendo in questi giorni le dichiarazioni dei dirigenti israeliani, si avverte la sensazione di essere tornati indietro nel tempo. «Abu Mazen non lotta contro il terrorismo», «Abu Mazen non ha consegnato ciò che doveva», fino alle dichiarazioni fatte dal ministro della difesa, Shaul Mofaz, al quotidiano Yediot Ahronot sull’impossibilità di raggiungere la pace con «l’attuale dirigenza palestinese». Secondo Mofaz «potremo al massimo giungere ad accordi intermedi. Non penso che uno stato palestinese possa nascere nei prossimi anni». Le stesse parole che i dirigenti israeliani pronunciavano riferendosi ad Arafat. Persino più esplicito è stato qualche giorno fa il presidente della commissione difesa della Knesset, Yuval Steinitz , che ha esortato il governo a porre Abu Mazen di fronte ad un aut aut: o usa la forza contro le «organizzazioni terroristiche» o verrà confinato nella Muqata di Ramallah, come il suo predecessore. In meno di un anno dalla sua netta vittoria elettorale, Abu Mazen è già stato scaricato da Israele. Ciò mentre Israele ha fatto pochissimo per rendere la vita facile ad Abu Mazen. Il «ritiro» da Gaza non ha reso liberi gli 1,4 milioni di palestinesi che vivono in questo lembo di terra, perché le forze d’occupazione ne controllano ancora i confini, lo spazio aereo e la costa. Sharon, deciso a portare a termine il suo piano unilaterale – muro, annessione a Israele di ampie porzioni di Cisgiordania, realizzazione della «grande Gerusalemme» – ha evitato in ogni modo di negoziare con Abu Mazen. Se prima «non era possibile negoziare con il “terrorista” Arafat», oggi non è possibile rilanciare la trattativa perché Abu Mazen «non ha smantellato le strutture del terrore».

Sul terreno perciò tutto è fermo. James Wolfensohn, l’inviato del Quartetto, ha fatto sapere che Israele ha fatto pressioni sulla Banca mondiale affinché vengano sospesi gli studi per la realizzazione di una via di comunicazione diretta tra Ciagiordania e Gaza. Abu Mazen è un esponente palestinese di basso profilo che gode di scarso prestigio e potere. Ha fallito la riorganizzazione delle agenzie di sicurezza perché non riesce a riportare l’ordine in Al-Fatah, la «colonna vertebrale» dell’Anp e dei servizi di segreti. Allo stesso tempo ha ottenuto: il cessate il fuoco dalle organizzazioni armate, al quale Israele non ha mai aderito ma ha continuato i raid militari in Cisgiordania alla ricerca di «terroristi».

Ha migliorato l’amministrazione e ha fortemente voluto le elezioni legislative del 25 gennaio 2006. La sua strategia è chiara: Hamas e le altre formazioni radicali non potranno essere disarmate con la forza sino a quando continuerà l’occupazione. La strada da seguire al momento, sostiene il presidente, è quella dell’integrazione di queste forze nella vita politica in modo da arrivare gradualmente al disarmo delle milizie. Sharon e i suoi ministri al contrario premono per la repressione, pur sapendo che provocheranno la guerra civile palestinese che, è facile immaginare, avrà conseguenze gravi anche per Israele. La soluzione del conflitto passa invece per il ritiro di Israele anche dalla Cisgiordania e dalla proclamazione di uno Stato palestinese indipendente e sovrano. Soltanto in quel caso Abu Mazen avrà la legittimità piena per imporre il rispetto della legge e per punire coloro che la violeranno.