Sharon: Il falco sono sempre io

Il ritorno del clima di guerra a Gaza, con la ripresa degli assassini mirati da parte di Israele e il lancio di razzi Qassam palestinesi contro Sderot e altri centri abitati, fornisce un fattore decisivo alle crisi politiche interne allo Stato ebraico e nei territori palestinesi controllati dall’Anp. Il Likud è sull’orlo di una scissione. Domani sera, dopo che il Comitato centrale si sarà espresso sulla necessità o meno anticipare i tempi delle primarie, si saprà se il primo ministro Ariel Sharon resterà nel partito. Il suo sfidante, Benyamin Netanyahu, vuole che i tremila membri del Cc scelgano subito il premier e si vada ad elezioni anticipate nei primi due-tre mesi dell’anno. E’ convinto, con questa strategia, di poter «eliminare» Sharon quanto meno dalla leadership del Likud visto che la maggioranza del partito non approva il ritiro di coloni ebrei e soldati da Gaza. Da quella del paese invece non è sicuro perché, volendo credere ai sondaggi, se Sharon decidesse di lasciare il Likud e presentarsi da solo alla guida di un nuovo partito, conquisterebbe 36 seggi (sui 120 della Knesset), contro i 14 del Likud di Netanyahu, che diventerebbe la terza forza di Israele, superato perfino dal moribondo Partito laburista di Shimon Peres.

Il ritorno della guerra a Gaza fa il gioco di Netanyahu che accusa Sharon di «aver messo a rischio la sicurezza di Israele» restituendo la libertà ai palestinesi di Gaza tenuti prigionieri per 38 anni (resta però da risolvere la questione decisiva del confine tra Gaza e l’Egitto). «Il voto di lunedì non è tanto sulla necessità o meno di anticipare le elezioni primarie fra i 130 mila membri del Likud – ha spiegato Ophir Akunes, un consigliere di Netanyahu – bensì sulla linea politica del nostro partito». Il lancio di razzi Qassam contro Sderot significano per Netanyahu una conferma delle sue tesi secondo le quali col ritiro da Gaza Sharon ha commesso un clamoroso errore di calcolo. Quello di aver puntato ad un ritiro unilaterale interpretato dai palestinesi come una fuga sotto la pressione della Intifada. E’ chiaro che lo sfidante userà tutti questi argomenti per mettere in difficoltà Sharon e assicurarsi primarie in tempi brevi volte ad allontanare dal potere un «premier ormai rammollito». Di fronte a questa prospettiva c’è il rischio concreto che il primo ministro, rispolverando il suo abituale ruolo di «bulldozer» contro i palestinesi, decida l’invasione temporanea di Gaza, allo scopo di convincere gli iscritti del Likud ancora indecisi a schierarsi dalla sua parte perché «lui non è cambiato» come invece afferma Netanyahu. Un’opzione che, se adottata, sarebbe tutta a spese dei palestinesi – un esempio è stata la ripresa ieri degli assassinii mirati a Gaza – e che potrebbe non bastare a Sharon per uscire vincitore del Comitato centrale.

La misteriosa esplosione di due giorni fa nel campo profughi di Jabaliya (almeno 17 morti e oltre cento feriti) e la minaccia di una invasione militare israeliana, hanno arroventato i rapporti tra Anp di Abu Mazen e il movimento islamico Hamas. La tensione tra le due parti è in costante aumento e, secondo l’opinione di molti, ormai procedono su una rotta di collisione. Ad Hamas che continua ad accusare Israele per le vittime di Jabaliya, ieri Abu Mazen ha risposto affermando che la strage è da imputarsi all’ «anarchia armata», alla quale contribuisce anche Hamas. «Quello di cui avevamo paura è accaduto. E’ stata la conseguenza della anarchia delle armi» ha detto. Allo stesso tempo Abu Mazen a Sharon che vuole l’esclusione di Hamas dalle elezioni legislative palestinesi, ha replicato esortandolo a non interferire nelle questioni interne all’Anp. «Abu Mazen ha bisogno di sconfiggere Hamas in elezioni libere e democratiche, perché solo in questo modo potrà rafforzare e legittimare la sua autorità», ha commentato l’analista Ghazi Hamad.