Sharon: «Con Hamas niente elezioni»

Il premier israeliano minaccia di sabotare il voto di gennaio in Palestina, se il movimento islamico dovesse presentarsi: «Impediremo ai palestinesi di andare alle urne». L’Anp denuncia l’ingerenza

Se Hamas si presenterà alle elezioni «faremo ogni sforzo possibile per non aiutare i palestinesi». Le parole di Ariel Sharon pongono un macigno sul voto del prossimo 25 gennaio. Parlando con i giornalisti americani a New York, venerdì scorso, il primo ministro israeliano ha chiarito il suo pensiero in merito al processo democratico in corso in Medioriente. Per impedire un’affermazione dell’organizzazione islamista (data attualmente al 40 per cento), Tel Aviv potrebbe decidere di ostacolare in maniera decisiva il regolare sviluppo del processo elettorale palestinese.

Per riuscirci, a Israele basterebbe non rimuovere i blocchi stradali e i checkpoint che dividono i Territori occupati, impedendo a gran parte dei palestinesi di raggiungere le urne. I problemi maggiori li incontrerebbe la popolazione araba di Gerusalemme. Di fatto le consultazioni parlamentari di gennaio risulterebbero falsate. Ne è consapevole lo stesso Sharon: «Non penso che (i palestinesi, ndr) potrebbero tenere delle elezioni senza il nostro aiuto», ha detto a New York.

Se il governo israeliano desse seguito alle dichiarazioni di venerdì l’Autorità nazionale palestinese (Anp) si troverebbe in grave difficoltà, in vista dell’appuntamento elettorale. Hamas ha rivendicato molti degli attentati suicidi avvenuti in Israele negli ultimi anni, ma (come anche la Jihad islamica) ha firmato, a febbraio, un «cessate il fuoco» con il presidente palestinese Abu Mazen. E l’Anp fa affidamento proprio sull’integrazione dell’organizzazione radicale nel processo politico, al fine di allontanarla dalla lotta armata. Israele, invece, pretende il completo disarmo dei militanti e la cancellazione della «Costituzione» di Hamas, che ancora auspica la distruzione dello stato ebraico.

I dirigenti dell’Anp non nascondono la propria preoccupazione. «Se Israele inizia sin da ora a interferire con le nostre elezioni, questo saboterà il processo democratico in Palestina – ha dichiarato al New York Times Saeb Erekat, capo dei negoziatori palestinesi -. Chiedo con insistenza a Israele di tenersi alla larga dalle nostro voto. Abbiamo tenuto delle consultazioni locali, con l’inclusione di Hamas, e questa è la nostra scelta, e spero che Israele rispetterà la nostra democrazia». Con tali premesse – ha commentato il ministro degli esteri palestinese Nassar al Kidwa – «sarebbe impossibile tenere delle elezioni».

Ben altre sono, però, le preoccupazioni che affliggono Sharon. Con le ultime dichiarazioni a effetto il premier israeliano cerca di ritrovare consensi all’interno del proprio partito, il Likud, e tra le fila dell’elettorato più conservatore, deluso dal recente smantellamento degli insediamenti ebraici nella striscia di Gaza. La minaccia più prossima, per il primo ministro, è quella dell’ex premier Benjamin Netanyahu, che dopo aver abbandonato l’esecutivo – in seguito alla decisione di ritirarsi da Gaza – è passato ad attaccare Sharon sul suo terreno, da destra, difendendo i coloni e bocciando la linea «morbida» dell’attuale governo.

Adesso l’ex generale prova a recuperare il terreno perduto, riscoprendo i valori forti che ne avevano fatto la guida indiscussa della destra ebraica, a partire da rifiuto di applicare uno dei primi punti della road map, il «congelamento» delle colonie ebraiche in Cisgiordania. «Gli insediamenti rappresentano l’ultima fase – ha tagliato corto Sharon di fronte alla stampa newyorchese -. Ci sono 250mila ebrei che vivono in quelle aree. Cosa dovrei dire loro, “Non potete più vivere qui”?».

Una posizione condivisa, nei fatti, anche da Washington, che pure era stati uno delle potenze promotrici della road map. In una lettera inviata a Tel Aviv lo scorso anno il presidente degli Stati uniti George Bush, parlando della situazione del West Bank, riconosceva l’esistenza di «evidenze demografiche» da tenere in conto.