Sfida al Congresso: «Dite sì alle mie leggi anti-terrore»

Visto che tutta questa «riscoperta del terrorismo» operata da George Bush è un’operazione elettorale, il suo corollario indispensabile è che la legge concepita dai suoi uomini sulle «commissioni militari» venga approvata, e presto, dal Congresso. In base ad essa, infatti, i quattordici personaggi di «alto profilo» che Bush ha recentemente tirato fuori dalle catacombe delle prigioni segrete della Cia e trasferito a Guantanamo saranno immediatamente processati, dando alla Casa Bianca il destro di dire che sì, può darsi pure che per un po’ abbia «trascurato» Al Qaeda, bin Laden e i «veri» artefici dell’attacco contro l’America per invadere un paese che non c’entrava nulla, ma adesso che è tornato al problema reale non intende più perdere tempo.
Perché ciò accada in tempo per le elezioni del 7 novembre è però indispensabile che il Congresso si metta a lavorare e usi al massimo il poco tempo che c’è prima che i lavori parlamentari vengano sospesi (alla fine di questo mese) proprio per le elezioni. Nelle prossime tre settimane, dunque, si deciderà se Bush (e i deputati e senatori repubblicani che trepidano per il loro posto) potranno o no dare in pasto agli elettori le condanne di quei quattordici presunti terroristi e presentarsi agli elettori come gli unici che sanno essere «efficaci» contro il terrorismo. E pazienza se per ottenere quel risultato si troveranno a varare una legge assolutamente orrenda, che non trova riscontro in nessun paese che abbia una cultura giuridica appena decente.
Le «commissioni militari», come si sa, sono i tribunali speciali incaricati di processare gli accusati di terrorismo. Poiché le commissioni esistenti, quelle create da Bush all’indomani dell’attacco del 2001, non possono essere usate perché sono state dichiarate illegittime dalla Corte suprema, ne occorrono di nuove, più rispettose dei «valori» che lo stesso Bush richiama continuamente, nonché della Costituzione americana e dei trattati internazionali che gli Stati uniti hanno sottoscritto. Per questo al Congresso è stata presentata una nuova legislazione sui tribunali militari. Ma le differenze fra le commissioni dichiarate illegittime e quelle previste dalla nuova legge sono decisamente scarse. In pratica solo due elementi contenuti nella nuova legge rendono le «nuove» commissioni militari diverse dalle vecchie. Uno (ovvio) è quello della loro legittimità. Quella delle commissioni vecchie, infatti, derivavano dal fatto che Bush le aveva istituite in quanto commander in chief. Quella delle nuove deriva dal fatto che a crearle sarà per l’appunto una legge varata dal Congresso. L’altro elemento è la composizione della commissione. Nelle vecchie, gli imputati venivano processati da un gruppo di ufficiali che avevano poteri allo stesso tempo di giudici e di giurati (cioè stabilivano come il processo dovesse svolgersi e poi esprimevano il giudizio di innocenza o colpevolezza). Nelle nuove il giudice e i giurati sono separati, pur essendo tutti militari.
Per il resto, le cose – quelle di ben più corposa sostanza – sono praticamente uguali, a cominciare dalla più infame: il fatto che nei processi verranno ammesse come prove le confessioni ottenute con la tortura. Qui l’unica differenza è che nelle vecchie commissioni quelle confessioni ottenute con la tortura erano ammesse e basta, mentre nelle nuove sono amissibili solo quelle ottenute con «interrogatori coercitivi». Il diritto dell’imputato a conoscere le prove che lo accusano, che era proibito nelle vecchie commissioni, è proibito anche nelle nuove, sicché sussiste il concetto «sei colpevole perché lo dico io in base a prove che non ti mostro perché sono segreto di stato». Le testimonianze «per sentito dire», poi, erano a discrezione del giudice e lo sono anche nella nuova legge di Bush, con la differenza che giudice e giurati sono separati. Quanto al diritto dell’imputato di essere presente al processo, era proibito nelle vecchie commissioni ed è proibito nelle nuove, «specialmente quando vengono presentate delle prove che costituiscono segreto di stato». Ultimo punto: il diritto dell’imputato, se condannato, a ricorrere in appello. Secondo il Bush commander in chief l’imputato poteva appellarsi a una speciale commissione nominata dal segretario della difesa, poi al segretario stesso e in ultima istanza al presidente. Nessun intervento di un tribunale civile era previsto. Secondo il Bush «nuovo» la commissione d’appello sarà sempre scelta dal segretario della difesa ma sarà composta da militari e civili; il livello successivo sarà la Corte d’appello civile (solo sugli aspetti giuridici, non quelli di merito), e quello finale sarà la Corte suprema.
Che possibilità ha questa legge di «passare»? Molti repubblicani, spaventati dall’umore degli elettori che i sondaggi riportano, hanno deciso di agganciarsi a quest’ancora che Bush ha loro lanciato, non tanto perché la considerino promettente quanto perché è l’unica che hanno. I democratici sono ovviamente tutti contro, e si sono trovati con un alleato alquanto inaspettato: molti esponenti delle forze armate, soprattutto l’esercito, non se la sentono proprio di farsi «macchiare» da una bruttura come quella. Il dibattito, insomma, promette di essere un po’ più che parlamentare.