Sfida ai predatori dell’oro blu

Quattro giornate di lavoro al Forum mondiale dell’acqua di Ginevra. 187 ong, politici, economisti e attivisti di 60 paesi con un obiettivo preciso: definire azioni politiche concrete per garantire l’acqua come diritto fondamentale

L’ipotesi più ottimista, una tragedia: nel 2050 la penuria di acqua sconvolgerà due miliardi di persone in 48 paesi; la più pessimista, inimmaginabile: per quella data potrebbero essere sette miliardi con difficoltà di accesso all’acqua. Se cinquanta anni vi sembrano troppi, già oggi, 1 miliardo e mezzo di persone non bevono acqua potabile, ogni giorno ne muoiono 6000 di malattie diarretiche; mentre 2 milioni e 200 mila ogni anno vengono uccise da patologie provocate da acqua inquinata. In questo contesto di morte e povertà l’acqua è diventata una delle merci più preziose per le multinazionali che depredano le risorse idriche del pianeta: privatizzazione. E la comunità internazionale? Si limita ad affermare che per i prossimi 15 anni si potrà diminuire del 50% il numero di persone che non hanno accesso all’acqua. Nel `77 era stato fissato il medesimo obiettivo. Ma la crisi mondiale dell’acqua non è che la premessa delle intense giornate di studio del secondo Forum alternativo mondiale dell’acqua (Fame 2005) che da tre giorni riempie l’auditorium Arditi di Ginevra. Qui nessuno vuole piangersi addosso. Dopo l’azione di denuncia, due anni fa, al primo forum di Firenze, sembra suonata l’ora della riconquista. Lo dicono gli organizzatori di questa piccola Porto Alegre: «Vorremmo definire azioni politiche concrete per la trasformazione delle istituzioni e delle politiche pubbliche, che permettano l’accesso all’acqua potabile per tutti gli esseri viventi, e una gestione democratica, solidale e sostenibile dell’acqua». Non serve un miracolo. La concretezza sta nel fatto che qualche anno fa solo poche associazioni avevano percepito la portata del tema, mentre oggi 5000 comuni nel mondo, 1000 parlamentari, 500 ong e 100 sindacati aderiscono agli obiettivi del Contratto mondiale dell’acqua e si battono contro «la banda dei quattro»: merce, impresa, capitale, tecnologia. Militanti di 60 paesi (920 iscritti) sono a Ginevra proprio per dimostrare che importanti obiettivi sono già stati raggiunti, e che è arrivato il momento di coinvolgere le istituzioni e la politica per imporre la riscrittura di un principio irrinunciabile: un governo pubblico mondiale dell’acqua basato su «quattro principi fondatori», tradotti in chiave politica e finanziaria durante interminabili sessioni di studio. Ovvero: l’accesso all’acqua come diritto umano fondamentale, l’acqua come bene comune dell’umanità non acquistabile, la gestione democratica delle risorse idriche e la necessità di un finanziamento collettivo dell’acqua.

«Credo che, intesa come regola – ha sintetizzato Mario Soares, ex presidente del Portogallo e co-presidente di Fame 2005 – la privatizzazione dei servizi pubblici essenziali è un errore grave che indebolisce gli stati e distrugge il modello sociale europeo. La mercificazione che è in corso mette in causa il funzionamento della democrazia, aggrava le ineguaglianze ed è incapace di risolvere i problemi dell’umanità». Danielle Mitterand, presidente di France Liberté, nel suo intervento ha dato l’idea di cosa si intende per azione politica concreta: «Ho pensato alla responsabilità degli europei che devono pronunciarsi sul testo di una Costituzione che, oltraggio supremo alla democrazia, non tiene conto dell’avvenire dell’acqua e leva dal suo vocabolario la nozione di interesse pubblico generale per l’interesse economico generale».

A Ginevra, nei seminari, nelle chiacchiere al buffet, o tra perfetti sconosciuti che si invitano da una parte all’altra del mondo per partecipare a nuovi incontri, è tutto un racconto di piccole e grandi battaglie già vinte. Da quella di Vandana Shiva, che strappa l’applauso quando racconta la resistenza delle donne indiane contro la Coca Cola che stava prosciugando le falde freatiche. Alla straordinaria esperienza raccontata da una sindacalista uruguaiana, Adriana Marquisio. Il parlamento dell’Uruguay, dopo le pressioni del movimento Agua e Vida, in ottobre ha inserito il diritto all’acqua potabile nella sua Costituzione (primo paese al mondo). Non basta. Siccome l’1% dell’acqua è ancora in mano a una società, «dobbiamo mandarla via, anche ridandole i soldi investiti».

Ma è impossibile dare conto di tutti i documenti che stanno circolando nelle sale dell’auditorium Arditi di Ginevra. Si capisce però dalla frenesia dei contatti e dei progetti che al lavoro ci sono migliaia di persone con una convinzione: esistono soluzioni al problema. Tutti i politici dovranno tenerne conto. Quelli che invece si sono già impegnati, proprio oggi, sono a Ginevra per parlare di finanziamento pubblico e di gestione pubblica dell’acqua. Con quali risultati, lo vedremo nel settembre 2006, in Belgio, dove è stata convocata l’«assemblea mondiale dei cittadini». Verificheranno quali promesse sono state mantenute.