Sevel, in fabbrica operai polacchi pagati come in patria

Entro il prossimo giugno sarà presentata al mercato mondiale l’ultima versione del furgone commerciale di casa Sevel, la cui produzione in serie dovrebbe partire dal mese di settembre, al rientro dalle vacanze. Una buona parte del sito industriale della Val di Sangro è già in subbuglio. L’imperativo rivolto ai 6200 dipendenti dello stabilimento Fiat, Citroen-Peugeot è categorico: produrre, produrre, produrre. In pratica si lavora tutti i giorni, compresa la domenica, ma nonostante ciò, non si riesce ancora a rispettare i programmi aziendali, che avrebbero voluto da un lato la diminuzione della vecchia produzione e dall’altro lato l’aumento costante della nuova.
La confusione è tanta, specialmente per quanto riguarda la nuova produzione. In particolare, si notano carenze nell’assemblaggio dei mezzi, per la mancanza di qualche pezzo e, principalmente, perché le linee non sono regolate alla bisogna. E così i nuovi furgoni, in attesa di essere revisionati, hanno saturato tutti i piazzali dello stabilimento (la Sevel è dovuta correre ai ripari affittando terreni agricoli in prossimità dell’azienda). Contemporaneamente sono stati fatti arrivare in fretta e furia 200 lavoratori provenienti da diversi stabilimenti Fiat; tra cui 30 da Fiat Mirafiori, 20 da Fiat Termini Imerese (Pa), 50 da Fiat Cassino, 50 da Fiat Melfi e 50 dalla Fiat Polonia. Mentre i lavoratori italiani si sono sistemati alla meno peggio (in 2 per camera alla modica cifra di 5/600 euro al mese per un appartamento di due stanze più servizi) in case private nel perimetro della Val di Sangro, per i polacchi siamo al limite di una vera e propria Bolkestein. Alloggiano in un paio di alberghi del circondario, ogni squadra ha un capo (l’unico che conosce qualche parola d’italiano), al mattino vengono caricati su dei furgoni e portati sul posto di lavoro, stessa operazione viene fatta a fine lavoro per rientrare in albergo. A fine mese percepiscono, compresa la trasferta, poco più di 600 euro di salario.

Attualmente in Sevel si producono tra vecchi e nuovi (appena 50) furgoni circa 209mila unità, in pratica 900 furgoni al giorno; dal 2007 sarà portata ad una produzione giornaliera di 1200 veicoli per un totale annuale di 300mila furgoni. Tale previsione è stata denominata “Progetto 300mila”. «Per realizzare questo progetto – spiega il segretario provinciale della Fiom di Chieti, Marco Di Rocco – la Sevel ha comunicato alle sigle sindacali il massimo utilizzo degli impianti, con 2 turni aggiuntivi di produzione al sabato. Il 17 maggio prossimo venturo, l’azienda inizierà un confronto, presso l’unione industriale di Chieti, con i sindacati a tutti i livelli, sulla qualità degli investimenti e sul merito del progetto stesso. A partire dal giugno prossimo si aprirà un altro confronto su come utilizzare gli impianti al meglio della produzione. Siamo più che convinti che molte cose in Sevel non vanno per il verso giusto, ma sappiamo anche che attualmente esiste un accordo tra Sevel e sindacati per cercare di stabilizzare il lavoro precario, che in questo periodo vede interessati circa 1500 lavoratori. Questo accordo (unico in tutti gli stabilimenti Fiat) prevede che dopo 12 mesi di contratto a termine, i suddetti lavoratori saranno assunti a tempo indeterminato. Questo è quanto era stato stabilito nel tanto contrastato accordo del maggio 2005».

Nel frattempo nuovi “disperati”, provenienti in prevalenza dal foggiano, dal cassinese e dal termolese, si iscrivono alla Worknet ed Adecco di Lanciano per essere assunti temporaneamente dalla Sevel, con il miraggio di un futuro posto di lavoro a tempo indeterminato. Molti di questi precari, quando devono lavorare nelle nuove turnazioni del sabato, la sera a fine turno del venerdì rimangono a dormire nelle proprie auto nei parcheggi dello stabilimento, per non percorrere nello spazio di una notte i 200 chilometri che separano la Sevel dalle loro case.

Al danno del precariato super sfruttato, si aggiunge la beffa delle assunzioni femminili, che secondo l’azienda non possono superare la quota del 20% di tutte le assunzioni. Questo, indirettamente, fa in modo che le agenzie interinali esercitino un vero e proprio “toto lavoro” con tutti i giovani delle varie regioni confinanti con l’Abruzzo. «Non si può condividere – dice ancora Di Rocco – la scelta aziendale di limitare ai soli giovani sotto i 34 anni la possibilità di essere assunti, come non condividiamo la scelta, tutta interna all’azienda, del limite del 20% dell’impiego femminile».