SETE DI ACQUA, SETE DI GIUSTIZIA

L’acqua è un diritto umano: lo dice il Parlamento europeo che il 15 marzo a Strasburgo ha votato una risoluzione in cui definisce l’acqua “bene comune dell’umanità e diritto fondamentale della persona”. Dunque l’acqua non può essere proprietà di nessuno, bensì bene condiviso equamente da tutti. Come tale l’accesso all’acqua costituisce un diritto fondamentale della persona umana.

A tre anni di distanza dal Forum Mondiale dell’Acqua di Kyoto, che raccoglieva l’eredità dell’obiettivo del millennio di garantire l’accesso all’acqua potabile alla popolazione del pianeta, anche a Città del Messico (IV Forum Mondiale dell’Acqua – 16/22 marzo 2006) è stato grande il comune sentimento di preoccupazione sullo stato della risorsa e sulla sua disponibilità. Quest’ultimo Forum si è proposto di stimolare la partecipazione e il dialogo degli operatori istituzionali e privati al fine di giungere all’individuazione di obiettivi comuni per garantire politiche sostenibili di gestione dell’acqua a livello globale e locale.

Qualche dato…

Oggi più di un miliardo e 300 milioni di persone non hanno accesso all’acqua potabile, mentre due miliardi e mezzo di persone non dispongono di servizi igienici adeguati. L’80% delle morti nei PVS è dovuto a malattie legate all’acqua, come tifo e colera.
La crisi idrica deve essere inquadrata come problema di accesso all’acqua piuttosto che di quantità. In teoria, sul pianeta ci sarebbe acqua in abbondanza per tutti, ma questa risorsa non è distribuita in maniera omogenea: basti pensare che sei stati (USA, Russia, Canada, Brasile, Cina, India) controllano più del 40% delle risorse d’acqua del mondo. L’Asia ospita il 60% della popolazione mondiale, ma solo il 36% delle risorse d’acqua. Il Medio Oriente e il Nord Africa hanno una disponibilità di risorse idriche rinnovabili minore a un decimo di quelle del Nord America.

L’acqua è una risorsa rinnovabile, ma limitata e in esaurimento.
Inoltre, fattori quali l’inquinamento agricolo e industriale e i cambiamenti climatici contribuiscono a peggiorare la situazione facendo diminuire le risorse idriche disponibili.
Spesso l’uso d’acqua nel settore agricolo è sconsiderato e dannoso: in alcuni paesi africani, l’uso in agricoltura sale al 99%, questo comporta anche deviazioni di fiumi e prosciugamento di laghi.

Un altro argomento di cui più che mai è importante fare chiarezza è il consumo critico, che risponde alla domanda: perché la maggior parte di noi beve acqua minerale imbottigliata? Forse perché si crede che sia più controllata e sicura. Ma non è così: a livello di qualità, la cosa peggiore che può subire l’acqua è stagnare, stare alla luce e subire sbalzi di temperatura. L’acqua potabile, invece, arriva nelle nostre case al buio e senza subire cambiamenti di temperatura, è comoda e molto più economica. Utilizzando l’acqua potabile si valorizza una risorsa locale, economica e più buona, si risparmia energia e si ottiene un minor impatto ambientale.
E’ bene sapere che l’Italia è la prima al mondo per consumi pro capite di acqua in bottiglia.
7 italiani su 10 bevono acqua in bottiglia.
Il 77% dell’acqua minerale viene venduta in bottiglie di plastica, che producono un milione e mezzo di tonnellate di plastica all’anno. Per produrle bisogna bruciare e trasformare una quantità di petrolio almeno doppia. E già a questo stadio l’acqua minerale contribuisce a inquinare l’atmosfera e ad accrescere l’effetto serra. Inoltre, l’acqua in bottiglia viene trasportata in camion e per nave, e quindi a petrolio: questo è il secondo contributo all’inquinamento e all’effetto serra. Un terzo contributo viene poi dalla necessità di smaltire il milione e mezzo di tonnellate di plastica attraverso impianti di riciclaggio o inceneritori (altamente inquinanti).

L’acqua in bottiglia è un vero e proprio business: in Italia la Nestlè (che include Levissima, Recoaro, Panna, San Benedetto…) detiene il 30% del fatturato totale (6.000 miliardi all’anno), la Danone il 20%.
Lo stato non vende l’acqua, ma le aziende acquistano delle concessioni che portano allo stato un miliardo all’anno (su un fatturato di migliaia di miliardi!).

L’acqua come bene comune

Il principale responsabile di tutto ciò è il modello neoliberista che ha prodotto una enorme disuguaglianza nell’accesso all’acqua, generando oltretutto una sempre maggiore scarsità di quest’ultima, a causa di modi di produzione distruttivi dell’ecosistema.
Le pressioni ai diversi livelli (internazionale, nazionale, locale) finalizzate ad affermare la privatizzazione e l’affidamento al libero mercato, travalicano trasversalmente le diverse culture politiche ed amministrative.

Solo una proprietà pubblica e un governo pubblico e partecipato dalle comunità locali possono garantire la tutela della risorsa, il diritto e l’accesso all’acqua per tutti e la sua conservazione per le generazioni future.

In questa battaglia, insieme globale e locale, è diffusa la consapevolezza riguardo alla necessità di non mercificare il bene comune acqua, e non esiste quasi più territorio che non sia attraversato da vertenze per l’acqua.

Le lotte per il riconoscimento e la difesa dell’acqua come bene comune hanno acquisito in questi anni una rilevanza e una diffusione senza precedenti.

Le lotte contro la privatizzazione e per il diritto d’accesso all’acqua e alle risorse naturali sono state il motore di cambiamenti sociali e politici in un continente come l’America Latina: in Bolivia, dopo mesi di lotta e morti civili, la popolazione è riuscita a far revocare la concessione per la fornitura idrica al consorzio Aguas del Tunar, controllato dal gigante californiano Bechtel e dall’italiana Edison.
In Argentina, nel 2002, dopo il crac e il repentino ritiro della Enron, cui erano stati appaltati i servizi idrici della provincia di Buenos Aires, sono stati i tecnici e i lavoratori del settore a dar vita in partenariato con il sindacato a una cooperativa per garantire la gestione del servizio.
In Uruguay, alla fine del 2004, la maggior parte del paese ha detto sì a un referendum costituzionale che chiedeva il riconoscimento dell’acqua come “risorsa essenziale alla vita” e “diritto umano inalienabile”.

Movimenti contro la privatizzazione si registrano anche in Africa, in particolare in Ghana, Sudafrica e Tanzania, dove lo scorso anno il governo ha revocato la licenza alla compagnia inglese Biwater.
In Africa la situazione è particolarmente drammatica: nel 2015 ci si attende che almeno 17 paesi saranno in una situazione di mancanza d’acqua, e circa 300 milioni d’africani (cioè il terzo della popolazione del continente) non avrà accesso all’acqua potabile. Fra tutte le zone dell’Africa, i paesi del Sahel dovrebbero essere quelli più colpiti.

In India è nato il movimento anti Coca-Cola, su iniziativa delle donne Adivasi, per chiedere la chiusura degli stabilimenti della multinazionale americana, la cui attività ha provocato il prosciugamento di 260 pozzi, la contaminazione delle riserve acquifere e delle sorgenti, e il furto di milioni di litri d’acqua alla popolazione (basti pensare che per fare un litro di Coca-Cola sono necessari nove litri di acqua potabile). Nel 2004 il capo del governo del Kerala ha ordinato la chiusura dello stabilimento della Coca-Cola. Il movimento si è poi esteso ad altre regioni.

Oggi le lotte per l’acqua tendono sempre più a divenire strumento di costruzione di pace contro la guerra globale, oggi sempre più determinata dalla competizione per il controllo delle risorse naturali strategiche, tra cui l’acqua.

Legge di iniziativa popolare per la “ripublicizzazione” dell’acqua

Anche nel nostro Paese l’importanza della questione acqua ha raggiunto nel tempo una forte consapevolezza sociale e una capillare diffusione territoriale, facendo divenire la battaglia per l’acqua il paradigma di un altro modello di società.

Nel 2003, dichiarato dall’ONU Anno mondiale dell’acqua, a Firenze si è svolto il Forum Mondiale Alternativo dell’Acqua che, ispirandosi al concetto di acqua come bene comune necessario alla vita, ha bocciato le politiche fondate sulla trasformazione dell’acqua in merce. Da allora sono state decine e decine le vertenze aperte nei territori contro la privatizzazione dell’acqua.
Nel 2006 si è svolto a Roma il primo Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua, nato dalla consapevolezza che per poter produrre un cambiamento effettivo occorreva costruire sull’acqua una vertenza di dimensione nazionale.
Solo con un cambiamento normativo nazionale si può giungere ad una svolta radicale rispetto alle politiche che hanno fatto dell’acqua una merce e del mercato il punto di riferimento per la sua gestione.

In questa sede si è deciso di darsi e di fornire al Paese uno strumento normativo che disegni il quadro della svolta auspicata: una proposta di legge d’iniziativa popolare con gli obiettivi di tutela della risorsa e della sua qualità, di “ripublicizzazione” del servizio idrico integrato, di gestione dello stesso attraverso strumenti di democrazia partecipativa.

La proposta di legge è stata presentata il 15 novembre a Roma. Nei prossimi mesi in tutta Italia si terranno manifestazioni di lancio della campagna, cui hanno aderito decine di associazioni, comitati locali e molte organizzazioni nazionali.
Dalla seconda metà di gennaio, partirà la raccolta delle firme vera e propria. Dalla data di presentazione delle prime firme, ci sono sei mesi di tempo per raccogliere 50 mila firme.
Per aderire alla campagna si può scrivere a: [email protected]

E allora è necessario che tutti si impegnino in questa battaglia “contro la mercificazione e la privatizzazione dell’acqua, per affermare la necessità di un governo dell’acqua che sia pubblico, sostenibile, partecipativo e legato al bacino idrografico, che ne garantisca il pieno accesso universale e la conservazione in quanto bene comune e diritto umano inalienabile”…affinché un altro mondo sia possibile!