Sessant’anni dopo Norimberga chi giudica i crimini di guerra?

Ci volle un giorno solo per fare l’appello e leggere gli atti d’accusa: cospirazione, crimini contro la pace, crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Era il 20 novembre di sessant’anni fa quando la voce del giudice Jackson risuonò nel Palazzo di giustizia di Norimberga di fronte al Tribunale militare internazionale che giudicava i vertici politici e militari del nazismo. Le forme del processo erano state decise in agosto, a Londra, in una conferenza che si tenne due giorni dopo la bomba di Hiroshima e due giorni prima dell’altra atomica, sganciata su Nagasaki. Coincidenza da non sottovalutare visto che i giudici saranno tutti appartenenti alle potenze vincitrici e che occupavano la Germania. E sul banco degli imputati c’erano solo rappresentanti degli sconfitti. Ma per la prima volta un’«autorità più alta degli Stati», parole di Piero Calamandrei, scritte 218 giorni dopo quando uscì la sentenza, giudicava una guerra d’aggressione.
Sessant’anni dopo, il mondo è incendiato da nuove guerre. La guerra è permanente, globale, chimica e criminale. Ripensare quel processo – dopo aver visto il documentario di Rainews 24 su Falluja – non è ginnastica di memoria storica. Infatti Liberazione ha scelto di discuterne le implicazioni con un giurista, Danilo Zolo. Friulano di nascita ma fiorentino di residenza, Zolo, autore del fortunato “Cosmopolis” (Feltrinelli) e “Globalizzazione” (Laterza), insegna Filosofia del diritto internazionale e Politica della globalizzazione. A nominargli la città bavarese, risponde come Calamandrei, che lì, «per la prima volta, e nettamente, fu messa a fuoco la nozione di guerra di aggressione, crimine internazionale da sanzionare sia con strumenti politici, economici e, eventualmente, bellici, sia crimine penale individuale: è questa la grande svolta di Norimberga, la criminalizzazione della guerra d’aggressione. Ma il tribunale non fu davvero internazionale ma militare, istituito sulla base della sovranità acquisita dagli occupanti».

L’opinione pubblica, con vari termini, si interrogò se fosse giusto che a giudicare fossero solo i vincitori.

Fu la stessa domanda che formulò subito il massimo giurista del secolo, Hans Kelsen, austriaco che, pur essendo favorevole alla formazione di tribunali penali internazionali che incriminassero singoli individui, fu subito contrario alla struttura scaturita dall’accordo di Londra: secondo lui non c’era giustizia senza autonomia della corte e senza una solida presunzione di innocenza degli imputati, è questo che faceva la differenza tra la vendetta, come prosecuzione della guerra e invece la giustizia con la sua pretesa di muoversi in uno spazio di terzietà tra la le parti del conflitto armato.

Ci furono altri lati oscuri del processo. Ci si chiese, ad esempio, chi avrebbe potuto giudicare i bombardamenti alleati delle città tedesche o l’olocausto nucleare.
Ogni volta che qualche testimone menzionava crimini commessi dagli Alleati veniva zittito. Fu un crimine l’occupazione sovietica della Polonia e la dichiarazione di guerra dell’Urss al Giappone con cui c’era un trattato di non belligeranza. Furono crimini i bombardamenti terroristici degli inglesi a Dresda e Amburgo, fu Churchill ad ammettere di voler diffondere terrore. Così pure la messa a fuoco di Tokio e le bombe atomiche che furono l’inizio della guerra fredda per l’egemonia nel Pacifico. Il processo di Norimberga fu l’ultimo atto di collaborazione tra Usa, Gran Bretagna, Francia e Urss e la guerra fredda era già in corso.

Inoltre ci furono la mancata Norimberga in Italia e in Giappone ci fu una continuità tra le istituzioni che fecero la guerra e quelle che gestirono il dopoguerra.

Fu un’altra delle osservazioni di Kelsen, oltre a quella sul tribunale composto da giudici “pregiudicati”. Kelsen propose giudici neutrali, ad esempio svizzeri. Norimberga risparmiò, per ragioni politiche, i criminali italiani, l’Italia era già sotto controllo statunitense. In Giappone la sola richiesta nipponica per chiudere la guerra era stata il rispetto della persona dell’imperatore. Era già chiaro prima di Hiroshima e Nagasaki. Nel ’46 anche a Tokio si sarebbe aperto un tribunale per l’Oriente che operò in termini più sbrigativi rispetto a Norimberga, si concluse con 7 condannati a morte di personaggi oggi considerati eroi nazionali e venerati dal ’78 come “martiri della patria giapponese” nel Tempio di Yasukum.

Insomma, Norimberga è il primo caso di condanna per i responsabili politici di un popolo sconfitto. A differenza di quanto accadde al termine I guerra mondiale quando, nella conferenza di Versailles venne incriminato il Kaiser Guglielmo II di cui gli Alleati avevano chiesto, con altre 900 persone, la consegna. Però l’Olanda, dov’era rifugiato l’imperatore, non lo consegnò finché la stessa Germania non si impegnò a costituire quella che ricordiamo come la Corte di Lipsia, 8 imputati e solo 3 condanne.

Professore, ha visto in tv il documentario di Rainews 24 su Falluja?

L’ho visto.

Crede che lì siano state davvero violate le convenzioni internazionali, in particolare la quarta di Ginevra, quella sulle armi di distruzione di massa?

E’ stato violato anche il Patto di Parigi del ’93 che mette al bando le armi chimiche. Tutto quello che si poteva violare è stato violato. Ma questo è un crimine di guerra, non è ancora un crimine di aggressione perché solo nello statuto del tribunale di Norimberga è previsto quel reato. Negli statuti successivi, nei tribunali istituiti per i crimini in Ruanda o in Jugoslavia, non è stato previsto il reato di aggressione. Il paradosso è grave: Milosevic che, pur avendo commesso dei crimini odiosi, non ha mai minacciato la pace internazionale, è in prigione e viene processato, Così Saddam, un despota sanguinario, non aveva mai invaso nessuno Stato, almeno dopo la I guerra del Golfo. Invece grandi criminali internazionali che hanno recentemente scatenato guerre d’aggressione sulla base di prove false, usato armi di distruzione di massa e prodotto migliaia di vittime innocenti, non hanno subito la minima conseguenza penale e godono di assoluta impunità.

Ancora Calamandrei disse di Norimberga che l’importante era creare un «precedente che domani varrà come legge per tutti, che si rivolgerà occorrendo, contro i giudici di oggi». E’ realistico pensare a una “Norimberga” per Falluja? Ossia, oggi chi deve giudicare i crimini di guerra?

C’è già a Baghdad un tribunale speciale, che è quello che gli Usa hanno organizzato durante l’occupazione incaricando espenenti politici iracheni di formalizzarne lo statuto. E’ il tribunale speciale istituito per giustiziare Saddam e processare un certo numero di suoi collaboratori. E’ avvenuto, molto prima delle elezioni, ad opera del governo provvisorio nominato dagli occupanti ma che non ha alcuna competenza nei confronti degli occupanti. Sul piano internazionale, nessuna corte ha competenza perché non ci sono tribunali penali ad hoc e perché il Tribunale penale internazionale (Icc) con sede all’Aja, ha competenza puramente complementare visto che ha giurisdizione solo se le corti nazionali degli stati che ne hanno ratificato lo statuto, non avviino processi adeguati. Ma l’Iraq e gli Usa non hanno mai ratificato lo statuto dell’Icc.

Non è immaginabile una soluzione simile a quella che ha portato all’incriminazione di Pinochet in Spagna?

Potrebbe capitare ma mi trovi lei uno Stato che abbia il coraggio di farlo, che abbia il coraggio di incriminare Bush, il capo del Pentagono e un certo numero di altissimi ufficiali. Occorre provare, poi, che ci sia un nesso causale e un loro ruolo specifico ma in questa situazione di rapporti di forza è semplicemente ridicolo pensare che qualche Stato applichi la giurisdizione universale prevista dalle convenzioni di Ginevra del ’49 per i crimini di guerra e contro l’umanità.

Ci resta l’urgenza di perseguire questi crimini…

In questo momento solo la guerra persa è un crimine internazionale. Vanno alla sbarra solo i leader sconfitti, già deboli e già emarginati. E non funzionano quelle istituzioni internazonali il cui primo compito è quello di prevenire le guerre di aggressione. Perché il diritto internazionale funzioni minimamente occorre che tra gli attori ci sia un certo equliibrio. Oggi le diseguaglianze sono tali che è pura illusione normativistica che possa funzionare. Alcune potenze si considerano legibus solutae, al di sopra della legge, e tali sono considerate dalla comunità internazionale. Anche la vicenda della prigione di Guantanamo è una violazione gravissima della convenzione di Ginevra perché crea una figura di nemico combattente che non esiste. E lo fa per non applicare agli sconfitti, in gran parte militari afgani, le garanzie previste dalle convenzioni.

Che cosa deve accadere per mutare gli equilibri in atto e far finire le guerre?

Le relazioni internazionali sono oggi dominate da un direttorio di grandi potenze diretto dagli Usa. La stabilità è garantita dal loro potere soverchiante ma è un monocentrismo imperfetto. Vedo dinamiche interessanti che possono, nel medio periodo, minacciare l’egemonia Usa: il grande sviluppo – anche militare – della Cina, l’India, potenza anche tecnologica che nel giro di 10 anni supererà la Cina per popolazione. Entrambe potrebbero trascinare la Russia fuori dall’orbita del Fondo monetario. E anche l’America Latina non è ferma, almeno i quattro Stati del Mercosur (Argentina, Brasile, Uruguay e Cile) procedono con risolutezza per resistere allo strapotere di Washington.