Sequestro Abu Omar, un nastro inguaia Pollari

E’ una registrazione segreta di Marco Mancini la prova regina che accusa il generale Nicolò Pollari di aver «ordinato» il sequestro di Abu Omar. Un nastro scottante, che lo stesso Mancini ha consegnato ai magistrati nel suo interrogatorio, dopo essersi visto arrestare il 5 luglio come presunto organizzatore del rapimento. Dopo averlo ascoltato insieme allo 007 indagato, i pm Spataro e Pomarici hanno chiesto alle difese il silenzio assoluto, per verificare subito quelle esplosive rivelazioni sul direttore del Sismi. Trovate «molte credibili conferme», gli stessi magistrati hanno chiesto la libertà per Mancini dopo appena sette giorni di carcere, certificando il suo «eccezionale contributo alle indagini», e hanno pure autorizzato i suoi avvocati, Luca Lauri e Luigi Panella, a dichiarare che lo 007 si era comportato da «servitore dello Stato». Quella di Mancini è stata indubbiamente un’ autodifesa da grande agente segreto. In maggio il capodivisione del Sismi si sentiva «con le spalle al muro»: già indagato e intercettato, confidava ai suoi funzionari di non voler fare il «capro espiatorio» e accusava Pollari di essere un «codardo» che «non vuole assumersi le sue responsabilità». E’ in questa situazione che partono le manovre del Sismi (attraverso l’ «ufficio disinformazione» di Pio Pompa) per tentare di sviare le indagini prima contro la Digos, poi contro le gerarchie del Ros. Falliti entrambi i depistaggi, il primo giugno Mancini manda in Procura il suo superiore, il generale Gustavo Pignero, per fargli raccontare ai pm una nuova «falsa versione»: «E’ vero, la Cia ci aveva richiesto di partecipare al sequestro dell’ imam, ma noi abbiamo rifiutato». Subito dopo quell’ interrogatorio, alle 15.22, Mancini telefona a Pignero e scopre che purtroppo il suo capo-reparto ha detto troppo ai pm. Mancini: «Della richiesta che ci avevano fatto gli yankees tu gliel’ hai detto?». Pignero: «Sì, ma la richiesta di fare delle verifiche… solo degli accertamenti sull’ esistenza e sulla pericolosità di questo soggetto, punto». Mancini: «Però io ai miei gli avevo detto esattamente quello che mi avevi detto tu», cioè che i pedinamenti servivano «per prenderlo, per portarlo via» e che «era una cosa illegale!». Alle 16.57 Mancini richiama Pignero, gli racconta di essere stato «convocato dai pm» (in realtà non è vero) e gli chiede un incontro urgente. L’ appuntamento è in via Tomacelli a Roma. Due giugno, ore 9. L’ incontro Mancini-Pignero viene filmato di nascosto dagli inquirenti della Digos, che però non possono intercettare il loro discorso a tu per tu. La sorpresa è che a registrarlo è lo stesso Mancini. Con un microfono nascosto addosso, lo 007 fa parlare il superiore e lo porta a rivelare tutto quello che entrambi sanno da tempo. La voce di Pignero conferma così che fu personalmente «Pollari a darmi l’ ordine» di affiancare la Cia per il sequestro dell’ imam. Nel nastro Pignero specifica che Pollari lo chiamò nel suo ufficio e gli passò pure un documento con il nome di Abu Omar, che il direttore del Sismi aveva appena ricevuto «da Jeff Castelli, il capo della Cia a Roma». Tra i riscontri trovati dai pm, il più vistoso è la conferma finale dello stesso Pignero. Il generale fa il possibile per difendere il direttore del Sismi, che ai suoi occhi rappresenta l’ istituzione. Quando i pm gli fanno ascoltare il nastro di Mancini, però, Pignero sbianca. Incastrato dalla propria voce, Pignero non ha scelta e conferma: «E’ tutto vero. L’ ordine partì da Pollari, che mi disse di aver ricevuto la richiesta da Jeff Castelli». Mancini, nella sua registrazione, ripete più volte che lui «era contrario» e che si sarebbe addirittura «opposto all’ ordine illegittimo di Pollari». Un passaggio che i suoi difensori sicuramente valorizzeranno nel futuro processo. Per la Procura, però, non può valere come alibi una dichiarazione «auto-prodotta» dallo stesso Mancini, che resta quindi tra gli accusati. Dalla Procura intanto è partita una nuova richiesta di estradizione per i 26 agenti della Cia accusati del sequestro. Il procuratore capo Manlio Minale ha inviato ieri alla Procura Generale il mandato di cattura, già tradotto in inglese, che salvo colpi di scena verrà trasmesso in tempi brevi a Roma. Quindi toccherà al nuovo ministro della Giustizia, Clemente Mastella, decidere se trasmettere negli Stati Uniti la nuova richiesta, che il suo predecessore, il leghista Roberto Castelli, aveva invece bloccato. Al governo Prodi la Procura ora rivolge una richiesta anche formalmente nuova, perché è cambiato pure il reato contestato: dopo la scoperta dei complici italiani, infatti, si procede per sequestro «aggravato dall’ abuso dei poteri dei pubblici ufficiali». Anzi, proprio la «copertura» del Sismi, secondo i pm, ha «rafforzato la determinazione della Cia». L’ inchiesta e gli Usa La Cia La prima richiesta Nel novembre 2005 il pm Spataro decide di inviare una richiesta di estradizione negli Usa per 22 agenti Cia coinvolti nel rapimento di Abu Omar. Per trasportare in Egitto l’ imam di Milano vennero usati aerei della flotta segreta Cia Il parare di Castelli Lo stop Nell’ aprile 2006 il ministro della Giustizia Roberto Castelli stabilisce di bloccare la richiesta di estradizione per i 22 agenti Cia. Gli ordini di cattura spiccati dai pm italiani restano validi solo per i Paesi europei La nuova domanda Replica Il procuratore capo Manlio Minale ha inviato ieri alla Procura Generale un nuovo mandato di cattura da trasmettere a Roma. Toccherà al nuovo ministro della Giustizia, Clemente Mastella, decidere se inviarlo negli Stati Uniti.