Senza tregua. Ricostruire il Partito Comunista

Da diversi anni il 25 Aprile assume sempre più un significato particolare. La cappa asfissiante che negli ultimi 15-20 anni è calata sul nostro paese, distorcendo i valori che dalla lotta antifascista sono nati, impone ad ogni sincero democratico di fare i conti con una nazione oramai trasfigurata nella propria storia, cultura e valori. Siamo governati, ormai da 15 anni, da un Presidente del Consiglio che non ha mai avvertito l’esigenza di celebrare la Resistenza ed il 25 Aprile, paradigma questo di quanto i valori fondanti della nostra Repubblica siano oramai distanti da quelli che, dal 1945 in avanti, portarono alla scrittura della Costituzione prima ed alla vita democratica segnata profondamente dalle conquiste del movimento operaio poi.

Ma non dobbiamo neanche dimenticare, nella giusta condanna al berlusconismo e del nuovo squadrismo imperante, il contributo nefasto di uomini e settori provenenti dalle file democratiche e della sinistra, che hanno sdoganato un revisionismo storico tanto subdolo quanto pericoloso. Nel suo intervento di insediamento alla terza carica dello stato (1996), l’allora pidiessino Luciano Violante ha sentito il “bisogno di capire le ragioni dei repubblichini di Salò” e di augurarsi una pacificazione nazionale. E tante sono state, nel corso degli anni, iniziative culturali, editoriali e politiche volte ad avvalorare questa tesi e a comprendere, se non compatire, “il sangue dei vinti”. Tutto questo è servito per lacerare la trama di una nazione che, proprio nella lotta partigiana contro l’occupante tedesco ed il fascismo, ritrovava invece una sua dimensione universale e costituiva la base ideale per la ricostruzione, anche morale, del paese.

Che una plumbea coltre revisionista abbia avvolto l’Italia, lo si vede dalle azioni che hanno preceduto le celebrazioni del 25 Aprile di quest’anno: in Lombardia sono state bruciate le corone e gli addobbi dei cippi partigiani; in Veneto è stato distribuito dai militanti della Lega Nord, un opuscolo che compie una rozza revisione di tutta la storia nazionale, sbeffeggiando il ruolo del 25 Aprile ridotto a “giorno di San Marco”; a Roma sono apparsi, come orami consuetudine, manifesti fascisti ed in diverse città i leader delle forze di governo disertano le celebrazioni ufficiali. A Bologna, città medaglia d’oro per la Resistenza, il Pdl chiede che si “indaghi sui massacri dei partigiani” e che la si smetta con questa “mitologia resistenziale”. Per il leader locale si dovrebbe invece festeggiare il 18 Aprile 1948 perché rappresenterebbe “la vera festa unificante del nostro paese, che con la vittoria elettorale della Dc e dei suoi alleati consentì all’Italia di consolidare la democrazia liberandola dalla minaccia del comunismo”.

Non che nel resto d’Europa la situazione sia migliore: nelle Repubbliche baltiche revisionismo e cultura nazista sono pienamente sdoganate (in Lettonia per esempio è stato istituito un museo dell’occupazione “sovietica e nazista” e nelle strade della capitale, ogni 16 marzo, si svolge una marcia che celebra le gesta dei legionari lettoni che combatterono nelle file delle Waffen SS naziste) e nei paesi dell’Est forte è la persecuzione nei confronti dei comunisti e delle loro organizzazioni (in Polonia chi possiede o sventola una bandiera rossa rischia il carcere; in Ungheria è stato condotto un attacco al Partito dei Lavoratori Ungheresi –MUNKASPART-, erede del Partito dei Lavoratori Socialisti d’Ungheria e nella Repubblica Ceca, dove è in vigore la lustrace, la legge sulle epurazioni nei confronti degli ex comunisti, si è tentato prima di mettere fuori legge l’Unione della Gioventù Comunista –KSM- ed ora anche il Partito Comunista di Boemia e Moravia –KSCM- ). Dimenticano d’un sol colpo, questi movimenti e partiti politici a forte componente russofoba, che nella lotta contro il nazismo l’Unione Sovietica ha pagato il più alto tributo di sangue (20 milioni di morti, la metà dei quali furono civili o prigionieri di guerra, uccisi e torturati dai nazisti nei territori sovietici occupati) e che solo grazie alla resistenza all’invasione nazista prima (iniziata il 21 giugno 1941), la Battaglia di Stalingrado poi (estate 1942 – 2 febbraio 1943) ed ancora all’offensiva invernale ed estiva del 1944 ed infine alla vittoria nella battaglia di Berlino del 1945 con la sconfitta delle file tedesche e la firma di resa incondizionata della Germania (8 maggio 1945, nel quartier generale del maresciallo Zhukov a Berlino), si posero le basi prima per lo sviluppo dei movimenti partigiani in Europa e poi per la liberazione dei campi di sterminio e la vittoria contro il nazismo e la liberazione dei paesi europei dall’occupazione e dalla dittatura.

E solo chi non vuole vedere la spirale nera che avvolge il vecchio continente e lo fa sprofondare economicamente e culturalmente, non è in grado di cogliere il legame che c’è tra la diffusione di movimenti neonazisti o il fiorire delle “piccole patrie” (che si autorappresentano a forte identità etnica, religiosa, localistica … ), con il lievito culturale che ha nutrito questa Unione Europea: un impasto, tra le altre cose, di liberismo, tecnocrazia, monetarismo e revisionismo. C’è un filo nero che lega lo sviluppo dei movimenti neonazisti con il radicarsi di una sottocultura razzista e xenofoba (con accenti caratteristici di islamofobia) e la risoluzione 1481 del Consiglio d’Europa, approvata il 25 gennaio 2006, sulla “necessità di una condanna internazionale dei crimini del comunismo”, in cui una istituzione dell’Unione Europea sdogana culturalmente il fronte estremo del revisionismo: l’equiparazione tra il nazismo ed il comunismo (e cioè tra gli artefici dei campi di sterminio e chi quei luoghi della morte ha liberato).

Questa operazione diventa sempre più forte e pervicace quanto più le dinamiche internazionali spingono questa parte di mondo “in periferia”, sottraendone la centralità che nei secoli le imprese coloniali e le guerre imperialiste le avevano dato. Ma proprio queste mutate condizioni configurano un mondo che si emancipa dal Washington consensus ed in vaste aree si sperimentano forme di cooperazione e collaborazione politica antagoniste al modello neoliberista (Alba, Organizzazione per la Cooperazione di Shangai, paesi BRICS, … ) creando così le condizioni affinché i popoli e le organizzazioni che vivono sotto la plumbea coltre del capitalismo selvaggio e del revisionismo imperante, siano capaci di indicare un’alternativa di società e lottare per conseguirla.

È una nuova resistenza quella che siamo chiamati a compiere, per una fase non breve, in tutta l’Europa ed in Italia in particolare. Qui tocchiamo il punto più basso di tutti i paesi dell’Europa Occidentale dal punto di vista del rispetto delle regole democratiche, con un Governo scientemente impegnato a torcere le regole ed i principi democratici, in direzione di un disegno eversivo e reazionario che ricorda il “piano di rinascita democratica” della Loggia P2, più che i cardini della Costituzione repubblicana. In questa battaglia, la ricostruzione di un campo democratico che faccia da argine alla devastazione ed all’attacco (politico e di classe), si impone con tutta la sua drammatica attualità. Esso può svilupparsi solo se è capace di costruire un fronte sociale e politico capace di mobilitare donne e uomini in carne ed ossa su battaglie fondamentali che vivifichino gli articoli della nostra Costituzione, e quindi i suoi principi fondamentali e la difesa dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori (perché non v’è democrazia in un paese, se questa non è in grado di varcare i cancelli delle fabbriche). In questo senso, la costruzione dei comitati in difesa dei beni comuni (a partire dall’acqua pubblica), la preparazione dello sciopero del 6 maggio prossimo ed i tentativi di costruzione di un vasto movimento contro la guerra in Libia, rappresentano casematte fondamentali di un lavoro politico, sociale, culturale e di massa di lungo periodo.

Oggi più che mai sentiamo forte l’assenza, nel nostro paese, di un forte Partito Comunista, capace non solo di essere propulsore di un avanzato conflitto di classe, ma soprattutto atto a diventare il motore di quella che Gramsci chiamava la “riforma morale ed intellettuale del paese”. Da qui deve partire il nostro cimento, nella consapevolezza che la strada sarà lunga, ma nella determinazione che è l’unica via possibile. Se alla cacciata di Berlusconi vogliamo associare l’espunzione del berlusconismo, se alla costruzione della democrazia (dentro e fuori i luoghi di lavoro) vogliamo coniugare la lotta alle nuove forme di fascismo, razzismo e revisionismo, allora è necessaria una battaglia di cui, storicamente, sono stati i comunisti a farsi carico nei vari e difficili tornanti della storia. Per questo riteniamo che in Italia i comunisti debbano lavorare per unirsi, invertendo non solo la “maledizione alla divisione” che sembra aver ammalato la sinistra di questo paese, quanto soprattutto il processo di frantumazione della classe operaia (dei nuovi lavoratori sfruttati dal capitale, in fabbrica come nei call center, nei laboratori di ricerca come nei campi che pullulano di immigrati) e della sua rappresentanza politica. Ed è necessario invertirla subito questa tendenza, perché non c’è più tempo da perdere. E per poter far questo, diventa sempre più necessario uscire dalla dinamica autoreferenziale che vede il percorso unitario come un passaggio semplicemente fusionista, minimale, che attiene più al mondo dell’algebra (somma di quello che c’è già) che non al necessario rivoluzionamento dell’esistente ed all’apertura di una fase istituente una pagina nuova nella storia del movimento comunista di questo Paese.

Ricostruire il Partito Comunista è, al tempo stesso, la meta del nostro lavoro ed il sentiero da percorre, teoria e prassi del nostro cimento politico. È alle stampe, proprio in questi giorni, un libro che si sforza di impostare una vasta ed ambiziosa discussione sulle ragioni del socialismo e sulla necessità della ricostruzione del Partito. Gli autori (Oliviero Diliberto, Vladimiro Giacchè, Fausto Sorini), che anche plasticamente rappresentano un’unità tra percorsi diversi, hanno il merito di sottoporci un poderoso sforzo collettivo di analisi e riflessioni politiche come da anni (decenni) non ci accadeva. Basta scorgere l’indice del libro (http://www.lernesto.it/index.aspx?m=77&f=get_filearticolo&IDArticolo=20894) per rendersi conto della ricchezza di un contributo che non si erge come dogmatica riflessione, ma al contrario si pone come strumento che opera per riannodare i fili della ricerca e della riflessione che vivifichino il senso di una battaglia delle idee fra i comunisti di questo paese. Perché quando questi hanno perso la curiosità dell’indagine sul mondo e su ciò che li circondava ed il rigore di una discussione attraverso la quale rafforzare e costruire il partito stesso, hanno smarrito la rotta e sono andati in crisi. Attraverso un’analisi rigorosa e l’uso di un linguaggio non specialistico, il libro ha il pregio di porre questioni di fondo a ciascun militante comunista, stimolandolo alla ricerca ed al confronto. Era da anni che questo non veniva fatto, teorizzando addirittura l’impossibilità di un confronto su questi temi, pena il rischio di divisioni (che purtroppo ci sono state, per ragioni esattamente opposte), o alla singolare messa in ridicolo dello sforzo per conseguire una unità politica ed ideologica nel gruppo dirigente di un partito comunista, quasi che l’esperienza in questo senso fatta da cubani, vietnamiti, cinesi, indiani, sudafricani, greci, ciprioti, portoghesi … rappresenti una variante spuria della storia comunista, da non prendere a paragone.

Già dalle prossime settimane, compatibilmente con una campagna elettorale e referendaria che deve vedere ciascun militante totalmente impegnato, si organizzeranno presentazioni del libro e tavole rotonde, come occasione per discutere fuori dalla retorica unitaria degli ultimi anni, ma confrontandosi con progetti, idee, analisi e riflessioni nel merito delle varie questioni. Consapevoli che la ricostruzione del partito comunista è un progetto di lungo periodo (durerà anni) e a tappe (e sarà importante vedere come gli imminenti congressi di Prc e Pdci parteciperanno a questo corso o se si eluderà il problema), questo libro rappresenta un prezioso contributo in questa direzione.