«Senza diritti nessun disarmo dei campi in Libano»

«Non credo si possa discutere del disarmo della resistenza e della risoluzione 1559 senza prima affrontare il problema dei diritti negati del popolo palestinese sia a livello individuale, con le insopportabili discriminazioni di cui siamo vittime in Libano, sia a livello nazionale con la mancata attuazione del “diritto al ritorno” per i profughi palestinesi sancito dalla risoluzione 194 delle Nazioni unite. Non si può cominciare dalla fine, come sembra voglia fare il governo libanese di Fouad Siniora, su pressioni degli Usa, ma dalle cause del problema. La resistenza ha bisogno delle sue armi per ottenere i propri diritti e per fronteggiare le continue minacce israeliane. Senza diritti nessun disarmo». Munir Maqdah, comandante delle forze militari di al Fatah in Libano, reduce, nonostante la sua ancora giovane età, da trent’anni di battaglie, ci riceve nella sua casa-comando ad un piano, con davanti una specie di cortile ombreggiato da una pergola che difende l’edificio dalla polvere e dal caldo insopportabile del campo di Ein el Helwe, alla periferia di Sidone. Oltre 80.000 profughi stipati in appena un chilometro e mezzo quadrato in un caotico agglomerato di baracche in muratura, senza diritti e sempre più amareggiati. Il campo è circondato all’esterno dall’esercito libanese e controllato all’interno dagli uomini delle forze dell’Olp. All’ingresso, passato il posto di blocco libanese, una garitta a strisce bianche e rosse sorvegliata da un carro armato, si passa per quello palestinese sovrastato dai ritratti di Yasser Arafat e soprattutto di colui che fu il vero leader di questi uomini, lo scomparso Abu Jihad. Munir Maqdah, protagonista nel 1982, ai tempi dell’invasione israeliana dell’eroica resistenza del campo, che ebbe oltre mille morti, e di un rapporto sempre difficile con Fatah, soprattutto ai tempi di Oslo, ci riceve nel suo salotto immerso nella penombra, lontano dal caos di un vicino, poverissimo mercato. La miseria nel campo è palpabile, «il 60% degli abitanti è sotto la soglia di povertà – ci dice l’esponente palestinese – e il 40% è privo di ogni reddito». La legge libanese impedisce ai palestinesi di fare oltre 63 mestieri, praticamente tutti, e persino di avere una qualsiasi proprietà anche se si tratta della casa nella quale abitano.
I palestinesi arrivarono qui, in questo campo vicino al mare, nel 1948, cacciati dalle loro case dalle forze sioniste avanzanti, e oggi vivono come sospesi, tra il sogno del ritorno, la realtà dell’esilio e il ricordo della Nakba, della tragedia, descritta con grande efficacia dal poeta Ghassan Khanafani ne “La terra delle arance tristi”: “A Nakoura il nostro camion si fermò (…) insieme a numerosi altri. Gli uomini cominciarono a consegnare le loro armi ai loro ufficiali (…). Quando venne il nostro turno, vidi i fucili e le pistole sul tavolo e la lunga fila di camion che si lasciavano alle loro spalle la terra delle arance rovesciandosi per le tortuose strade del Libano. Allora cominciai a piangere con gli occhi gonfi. Tua madre in quel momento si voltò e guardò in silenzio gli aranceti…”. Ed è da qui che Munir Madqah – magro come sempre con i calzoni della mimetica e una t-shirt marroncina – intende partire: «Dopo la riapertura della sede dell’Olp, poche settimane fa (era stata chiusa nel 1982) stiamo negoziando con il governo libanese a partire dal nostro rifiuto di qualsiasi forma di naturalizzazione in Libano ma anche dalla richiesta di una parità di diritti.
Come sono i rapporti con le altre forze palestinesi…
Direi che dalla nomina del nuovo rappresentante dell’Olp, Abbas Zaki, abbiamo formato una piattaforma comune con le altre organizzazioni comprese Hamas e la Jihad…. e abbiamo inviato un urgente appello perché si ponga fine agli incidenti di Gaza e si arrivi ad una soluzione unitaria che permetta di rilanciare il ruolo dell’Olp.
Quali sentimenti nutrono i 300-400.000 dimenticati profughi palestinesi in Libano…
Al di là della drammatica situazione economica siamo sempre più esasperati per la politica dei due pesi e due misure seguita a livello internazionale. Tutte le risoluzioni che chiedono a Israele di ritirarsi, di non costruire il muro, di rispettare i diritti umani vengono ignorate e ora ci vengono a chiedere il disarmo della resistenza. E’ come se i nostri morti contassero meno degli altro o non contassero affatto. La menzogna è diventata verità e la verità menzogna. Questa è l’origine della violenza e se portiamo le armi è per combattere questa violenza e questa ingiustizia, per difendere noi e i nostri diritti.
E per il futuro…
Il governo del mondo ci pensi bene perché i palestinesi non sono pedine su una scacchiera da sacrificare per una pax israeliana nella regione. Contrariamente a quanto sostenne Golda Meir, i giovani palestinesi non hanno dimenticato la loro terra e ogni giorno sono pronti a sacrificare la loro vita per la Palestina e non certo per uno stato senza sovranità, senza risorse, senza terra, spezzettato il tanti ghetti chiusi da un muro di cemento.