Senza difesa

Berlusconi ha fatto scuola. Così anche Aldolfo Urso ricorre alle metafore calcistiche. Il viceministro per le attività produttive, commentando il disastro dei conti con l’estero, sostiene che «l’attacco del nostro export segna, ma la difesa non regge più come prima». Sarà contento Zeman che vede esaltato il suo gioco d’attacco, ma, a forza di beccare gol, l’Italia affonda: in soli tre mesi il deficit negli scambi con l’estero è salito a oltre 4,5 miliardi di euro, mentre erano appena 865 milioni un anno fa. E senza andare troppo lontani nel tempo, 6-7 anni fa i saldi annuali erano ancora in attivo per cifre superiori ai 26 miliardi di euro. Accusare, come fa Urso, il prezzo del petrolio è facile; sostenere che la Cina fa concorrenza «sleale» è scoprire l’acqua calda, anche se, oggi, non c’è politico in circolazione che ricordi le battaglie condotte per far entrare la Cina nel Wto. E nessuno sottolinea che parte della produzione italiana è decentrata in Cina e in altri paesi in via di sviluppo: questo grava sui conti dell’import. Basti pensare alla Fiat: tutte le Panda (e sono tante) vendute sul mercato italiano arrivano dalla Polonia. Questo pesa sui disavanzi commerciali, anche se non giustifica la crisi del Lingotto che in aprile ha visto crollare le vendite in Europa di oltre il 18%, conquistando la misera quota di mercato del 6,4%, mentre una decina di anni fa contendeva alla Volkwagen la leadership. Insomma, considerando le attenuanti generiche, l’Italia è lo stesso gravemente condannata sul fronte economico e, come ha ricordato ieri l’Ocse, anche su quello dei conti pubblici.

Ma il disastro viene da lontano. In un rapporto del 1999, l’Istituto per il commercio estero segnalava che il settore tessile e dell’abbigliamento registrava un ridimensionamento dell’avanzo commerciale e che «notevoli peggioramenti nei disavanzi» si erano verificai nel settore degli autoveicoli e della chimica. Sembra leggere parole scritte oggi. Ma ciò significa che la crisi tecnologica e industriale non è arrivata all’improvviso e ha cause ben precise: scelte imprenditoriali e di politica economica.

Partiamo dalle seconde. La chimica sta affondando e l’industria farmaceutica italiana è praticamente scomparsa. Eppure, per la chimica si sono combattute grandi battaglie politiche e di potere (ricordate la Montedison?). Senza contare che la presenza pubblica era di tutto rilievo. Ma tutto è stato smantellato, privatizzato e i risultati si vedono. Quanto ai privati, per più di dieci anni hanno seguito la strada dell’innovazione di processo e, forti degli accordi del `93, hanno torchiato i lavoratori ma gettato le premesse per un paese senza innovazione che inevitabilmente avrebbe subìto (oggi ne abbiamo la prova) la concorrenza di paesi nei quali i lavoratori sono ancora più sfruttati.

Di fronte al disastro, che risposte dà la politica? Tutti a gran voce reclamano la riduzione dell’Irap: un aspirina a un moribondo. Ridurre l’Irap significa tra l’altro tagliare risorse alle regioni. E in particolare alla sanità che da questa imposta è finanziata e le regioni saranno costrette, o a sforbiciare ulteriormente il welfare, o a imporre nuovi balzelli sulla popolazione. Irap, e poi? Poi nulla. Nel governo Berlusconi c’è il vuoto assoluto. La lotta all’evasione annunciata da Siniscalco appare strumentale (con i condoni in serie, da quattro anni l’evasione è stata incentivata) anche se dovuta. In ogni caso, un fisco più equo attenuerebbe «solo» le iniquità della distribuzione del reddito e non promuoverebbe una ripresa dello crescita. Che necessita di una decisa azione sul fronte industriale, riprendendo in mano (e non per nostalgia) il sistema delle partecipazioni statali e delle grandi industrie pubbliche che fecero decollare l’Italia nel dopoguerra. Se i privati non sanno fare il loro mestiere, non c’è «mano invisibile» che raddrizzi le cose ma nel futuro c’è solo, come direbbero in America Latina, «borghesia compradora» e il trionfo dei palazzinari che già oggi hanno cominciato a assaltare le banche.