Sem Terra: cosa chiediamo a Lula

Mobilitarsi e lottare è già un atto di dignità contro il sacrificio sociale storicamenteimposto ai poveri in Brasile. Abbiamo camminato per richiamare l’attenzione della società brasiliana sul fatto che la riforma agraria è ferma. Nel novembre 2003 abbiamo fatto un accordo con il governo Lula che prendeva l’impegno di insediare 430.000 famiglie nei tre anni di mandato che restavano ancora. E il governo si impegnava a mettere al primo posto le famiglie accampate. E’ passato, da allora, quasi un anno e mezzo, e fino ad ora il governo non ha onorato il suo impegno e ha insediato meno di 60.000 famiglie. Mancano 20 mesi di mandato e 370.000 famiglie devono ancora essere insediate. Il governo non sta mettendo in pratica il Piano nazionale di riforma agraria e, addirittura, annuncia tagli al bilancio, per pagare ai banchieri gli interessi del debito interno. Questo è stato il secondo motivo della nostra marcia.

Sappiamo che la riforma agraria non è solo una questione di volontà politica o d’impegno personale del presidente. Dipende da una politica economica e da un progetto nazionale di sviluppo. E abbiamo cammintato fino a Brasilia per dire al governo che cambi la sua politica economica, se vuole rendere possibile la riforma agraria e risolvere i problemi del popolo.

Tutti sappiamo che la politica economica attuale è il proseguimento della politica neo-liberista del governo Cardoso. Questa politica, che si basa sulla priorità del superavit primario, sugli alti interessi e sullo stimolo alle esportazioni, ha come risultati soltanto i fantastici profitti delle banche e delle transnazionali, la concentrazione di reddito e l’aumento della disoccupazione. Basta leggere i giornali, non è necessario essere economisti per capire la sua natura.

Siamo andati a Brasilia a dire che è ora di utilizzare i 60 miliardi di reais del superavit primario per investimenti che garantiscano lavoro per tutti. Investirli nell’educazione, nell’università pubblica e nella salute pubblica. Siamo venuti a dire che, se vogliono tanto imitare gli Stati uniti, devono adottare il tasso di interesse degli Stati uniti, che è di appena il 2.5% e non del 19% che riscuotono da noi. Siamo venuti a Brasilia a dire che il nostro popolo merita un salario minimo dignitoso. Economie più povere e più piccole, come quelle dell’Argentina e del Paraguay, pagano salari minimi intorno ai 500 reais. Perché l’economia brasiliana non può pagare salari simili? Tutti i mezzi di comunicazionedell’oligarchia, tutti gli imprenditori dicono ipocritamente di sostenere la redistribuzione del reddito e l’aumento del salario minimo è la misura più efficace per redistribuire il reddito. Perché non lo accettano? siamovenuti a Brasilia a sostenere l’idea che il nostro popolo si libererà dalla povertà e dalla disuguaglianza sociale, solo se il governo metterà realmente al primo posto la maggioranza e garantirà che ogni giovane abbia accesso all’università pubblica e gratuita. Anche su questo punto, l’oligarchia accetta la tesi che l’educazione deve essere la priorità, ma non accetta che il governo smetta di pagare i debiti interni e esteri per investa le risorse nell’educazione. Siamo andati a Brasilia a sostenere l’idea che è necessario aprire un dibattito pubblico sul debito estero, come presvisto dalla costituzione, perché il popolo sappia cosa è già stato pagato e quel che continuiamo a pagare invano. Noi brasiliani inviamo annualmente più di 50 miliardi di dollari all’estero. L’oligarchia mantiene 85 miliardi di dollari depositati in conti esteri. Ma in questo caso nessuno esige il rispetto della costituzione…

Siamo andati a Brasilia a sostenere la democratizzazione dei mezzi di comunicazione di massa. Perché il governo smetta di chiudere le radio comunitarie. Non ci sarà democrazia senza che il popolo e le sue organizzazioni sociali abbiano il diritto all’informazione. Siamo andati a Brasilia per dire che siamo contro l’accordo dell’Alca e chiedere che il governo brasiliani ritiri da Haiti i nostri soldati. Il popolo di Haiti ha bisogno del nostro aiuto umanitario, non di soldati.

* Stedile è il leader più conosciuto dell’Mst