«Sei milioni di analfabeti»

Sei milioni sono le persone analfabete in Italia. Venti milioni (il 36% della popolazione), se a loro si aggiunge chi possiede solo la licenza elementare. Oltre trentacinque milioni (il 66%), gli «ana-alfabeti», sommando cioè a chi è completamente analfabeta, chi è appena alfabetizzato. Sono i «sommersi» del sistema scolastico italiano a cui si contrappongono i «salvati», coloro cioè che hanno conseguito una laurea (il 7,51%) o una licenza di scuola superiore (25%). E non si può dire consolante nemmeno la verifica qualitativa dello stato dell’istruzione nel nostro paese, là dove c’è. E’ questa la fotografia della scuola italiana scattata da uno studio dell’Unla (Unione nazionale per la lotta all’analfabetismo) dell’Università di Castel Sant’Angelo. Un quadro a tutto tondo, che analizza i rapporti scuola-società nell’Italia di oggi. E che forse fornisce qualche strumento in più per capire alcune delle ragioni strutturali del nostro declino economico.

La cosiddetta «piramide educativa», che l’Unlas tratteggia elaborando i dati dell’ultimo censimento Istat del 2001, e alla cui base c’è quel 36% di «sans papier» (senza titoli), diventa una vera e propria tenaglia se si scompone il dato per regioni. Nonostante l’illegalità scolastica sia diffusa su tutto il territorio, prende forma quella che l’istituto chiama la «croce del sud». Che raggruppa le regioni più analfabetizzate d’Italia: la Basilicata (con il 13,8% della sua popolazione), seguita dalla Calabria (13,2%), che però è al terzo posto per la percentuale di laureati (dopo Lazio e Liguria), e il Molise (12,2%) per citare le prime.

Se si considera poi che, in un decennio, la presa educativa del nostro paese si è allargata di un misero 1%, sembra lontano l’obbiettivo dell’agenda di Lisbona di ampliare la scolarizzazione dell’11%, di qui al 2010. E quello che emerge dal rapporto Unlas è un sistema ristagnante, senza «mobilità culturale» come ha detto Saverio Avveduti che ha curato la ricerca. Un sistema che cammina su una sola gamba, quella della formazione dai 3 ai 24 anni, escludendo il principio della formazione permanente. E dalle evidenti falle qualitative.

«Tra il 20 e il 25% dei ragazzi che escono dalla scuola media inferiore, non sa né leggere né scrivere» ha osservato ieri Tullio De Mauro, ex ministro all’Istruzione. Pochi giorni fa, una ricerca dell’Invalsi (il neonato istituto di ricerche del ministero dell’Istruzione), diceva che la metà degli studenti italiani non sa leggere, se con questo si intende la capacità di applicarsi a un testo e comprenderne il senso. Prima ancora, l’Ocse (nella sua quadriennale rilevazione), secondo cui i quindicenni italiani oscillano tra la penultima e l’ultima posizione in materia di apprendimento dell’italiano, della matematica e delle scienze.

«Ineludibile»il confronto internazionale. In quanto a livello di istruzione, secondo i dati dell’Ocse che l’Unla utilizza, su 30 paesi l’Italia è al terz’ultimo posto. Su 11 paesi considerati, ancora dati Ocse, il nostro è all’ultimo posto per addetti alla produzione di merci e servizi, in possesso di qualifica universitaria.

«Nella prossima legislatura la questione dell’educazione permanente dovrebbe essere al centro dell’attenzione» ha commentato Walter Tocci dei Ds. «Anche perché – ha aggiunto De Mauro – è un investimento dal ritorno immediato». «Non illudiamoci di porre riparo a questa situazione in breve tempo» ha osservato Sergio Zavoli, ex presidente Rai e senatore Ds. «E’ la cultura del senso che va riportata all’ordine del giorno – ha detto – Non basterà indignarsi, la riforma vera sarà quella di cominciare ad occuparci di una vera politica dell’istruzione».