«Segreto di stato su Abu Omar»

Sul sequestro di Abu Omar, o meglio sui rapporti tra Italia e Stati uniti in materia di terrorismo, esiste un ampio segreto di stato che copre ogni forma di cooperazione tra i due paesi dall’11 settembre ad oggi. Il sottosegretario alla presidenza del consiglio Enrico Micheli l’ha confermato ieri pomeriggio davanti al Copaco aggiungendo che il governo tutelerà quel segreto ogni volta che si porrà la questione. Anche davanti al tribunale di Milano, che indaga sul ruolo del Sismi nel rapimento.
Tra le labbra del presidente del Copaco, Claudio Scajola, la notizia fa rumore: «Alle nostre precise domande – spiega all’uscita dalla riunione – se le autorità americane avessero avvertito il governo italiano prima, dopo o durante il presunto rapimento di Abu Omar, il sottosegretario Micheli ha risposto che su questo tema esiste il segreto di stato». Il fatto è noto almeno dai primi di agosto, cioè da quando il Corriere della sera ha reso pubblico il carteggio tra i pm milanesi (Spataro e Pomarici) e il ministero della Difesa sul punto. Raccontata come la mette Scajola, però, la carta del segreto di stato serve ad avvalorare proprio l’ipotesi su cui puntano gli avvocati di Pollari (che infatti ieri l’hanno ripetuta): il generale non può difendersi perché i documenti sul rapimento sono sotto segreto di stato e dunque sulla extraordinary rendition dell’imam Abu Omar voluta da Cia e Sismi non può esserci nessun processo, perché per farlo bisognerebbe violare atti segreti. Che le cose stiano davvero così è da dimostrare: il pm milanese Armando Spataro ha detto e scritto negli atti che per portare a giudizio Pollari e Mancini bastano le prove raccolte fin ora. E dalla sua parte ci sono due sentenze della Consulta ed una della Cassazione.
L’uscita del presidente del Copaco ha mandato su tutte le furie i membri di maggioranza della commissione: «E’ stato violato il dovere di riservatezza», diceva il comunicato firmato da Brutti, Bressa, Caprili e Fiano. I quattro puntano molto sulla relazione che il comitato dovrà licenziare entro fine mese. «Nel corso di questo anno abbiamo appreso elementi sul comportamento dei servizi gravemente omissivi, dovremo parlare di come il quadro è cambiato», spiega il diessino Massimo Brutti.
Scajola non ne ha parlato, ma Micheli nella sua relazione ha fatto capire chiaramente che il governo non ha ancora deciso quando e come procedere al rinnovamento dei vertici dei servizi segreti e in particolare del direttore del Sismi Nicolò Pollari, che rischia di ricevere da qui ad un mese una richiesta di rinvio a giudizio sul caso Abu Omar. «Il problema della sostituzione complessiva di tutti i vertici dei servizi è urgente, legato ad esigenze di efficienza e normale avvicendamento», ha ammesso in sostanza Micheli. Neppure una parola, però, sui tempi in cui arriverà la decisione sulla sostituzione, con un accenno piuttosto vago al fatto che questo avvicendamento potrebbe essere collegato ad una generale riforma dell’intelligence «ormai pronta». E analogo silenzio sulla ipotesi di una sostituzione di tutti i vertici delle forze dell’ordinine, compreso il capo della polizia Gianni De Gennaro, che era stato uno dei temi di scontro durante il vertice a palazzo Chigi di lunedì sera.
In realtà la polemica sul destino di Pollari all’interno del consiglio dei ministri continua. Ieri sera Romano Prodi ha convocato tutti i ministri interessati (D’Alema, Amato, Parisi e il sottosegretario Micheli) per fare di nuovo un punto sulle decisioni da prendere. Il premier sarebbe orientato a licenziare prima la riforma dei servizi e poi procedere alla sostituzione degli attuali dirigenti. Una posizione che non convince il titolare del Viminale, Amato, sicuro che il cambiamento debba essere fatto prima dell’avvio del ormai inevitabile processo a Milano. E che non ha intenzione di sottomettere la sostituzione di De Gennaro a quella scadenza.