Segreti e bugie sul gas. Tutto quello che vorremmo sapere

Una campagna stampa senza precedenti, quella sul gas, e perfettamente bipartisan. Non passa giorno senza che qualche sedicente esperto evochi l’incombente black-out o ci avverta che stiamo per rimanere all’addiaccio, che l’Italia «si appresta tra una settimana a intaccare le ultime riserve strategiche di gas» (Enrico Letta sul Sole 24 ore) e che bisogna stringere la cinghia, ovvero abbassare il calorifero, per evitare la catastrofe. Ci viene ripetuto su ogni mezzo d’informazione che, se non ci fossero quei pazzi che si oppongono alla costruzione dei rigassificatori per puro egoismo di campanile, avremmo gas economico da qui all’eternità. Invece dell’annunciata aviaria il Belpaese si è beccato infatti la sindrome Nimby (da “Not in My Backyard” ovvero “Non nel mio giardino”) che ha infettato i concittadini dalle valli alpine alle coste brindisine, gente che non porta rispetto nemmeno per la fiaccola olimpica, figuriamoci se si preoccupa dei destini energetici della madrepatria.
Che gli italiani non si fidino è comprensibile. Non tanto, e non solo, perché a buona parte del territorio nazionale sono state imposte opere faraoniche che, oltre a svuotare le tasche dei contribuenti, hanno letteralmente distrutto le economie locali – qualcuno ricorda la distruzione degli agrumeti della piana di Gioia Tauro sacrificati al megaporto che avrebbe alimentato il quinto polo siderurgico italiano, la cui costruzione è stata decisa proprio quando Bruxelles dichiarava finita l’era dell’acciaio? Il vero problema è che le richieste di chiarimenti sono state – e vengono – continuamente evase, mentre si continua a somministrare alla plebe mera propaganda farcita di menzogne. Ora, a parte il fatto che non si riescono ad avere dati indipendenti sull’effettiva penuria di gas, è chiaro che se si vuole realmente avviare un dibattito serio con le comunità interessate – e, perché no, anche con i comuni cittadini che si vedranno sottrarre importanti risorse per la nuova stagione di megaopere – bisogna fare piazza pulita delle bugie e rispondere ad alcune domande sostanziali.

La prima bugia, ripetuta come una cantilena sia dai membri del governo che da quelli dell’opposizione – per non parlare dei manager delle aziende – riguarda la totale sicurezza degli impianti di liquefazione-gassificazione. Senza addentrarsi nel dibattito che ferve nel mondo anglosassone dopo l’uscita di un dossier del professor James Fay della Union of Concerned Scientist sul rischio terrorismo per gli impianti di gassificazione, basti citare quanto accaduto appena due anni fa a Skikda, cittadina a 500 chilometri da Algeri. Il 19 gennaio del 2004 l’impianto di liquefazione-gassificazione è stato quasi distrutto da un’esplosone che, oltre a uccidere 27 persone e a ferirne 80, in cinque minuti ha scaricato nell’atmosfera fra le 3 e le 4 tonnellate di metano. L’esplosione ha fatto tremare la terra – tanto è vero che la gente ha abbandonato le case in preda al panico pensando che fosse un terremoto – e ha causato un incendio che dopo ventiquattrore ancora non era stato domato. Possibile che nessuno ricordi il più grande incidente industriale della storia dell’Algeria?

L’altra balla riguarda il fatto che, una volta costruiti i gassificatori, basterà aprire le rotte al traffico delle navi cisterna per avere tutto il gas che vogliamo a prezzi stracciati. Il problema, come ben sanno gli esperti ma forse non i politici, è che per trasportare il gas liquefatto occorrono navi molto speciali e molto costose (dette criogeniche o LNG tanker) in grado di mantenere il carico a bassissima temperatura e a pressione controllata. Nel 1995 il prezzo di un LNG tanker da 138 mila metri cubi si aggirava sui 280 milioni di dollari. Oggi l’impennata della domanda ha fatto sicuramente calare le tariffe ma resta il fatto che le navi in circolazione sono ancora pochissime, così come le imprese navali in grado di costruirle: perché il gas liquido contribuisca significativamente a soddisfare la domanda bisognerà aspettare almeno dieci o quindici anni. Il fatto quindi che si invochi il gas liquido come soluzione di un’emergenza contingente è totalmente campato in aria. Le cose sono due: o l’emergenza non esiste oppure si approfitta di una crisi reale per finanziare una transizione di là da venire. Il che andrebbe anche bene, se davvero il gas fosse quel grande affare che ci si dice.

A questo punto, però, sorge spontanea un’altra domanda: se il gas è il business del futuro, perché quasi tutte le corporation del pianeta, sia quelle completamente private che quelle a forte partecipazione statale, sono tornate a battere cassa dai rispettivi governi? Perché, insomma, sono disposte a lasciarsi impastoiare dalla burocrazia invece di lanciarsi nell’affare? La risposta è molto semplice: le aziende sanno bene che il gas non è affatto una soluzione a lungo termine semplicemente perché, come il petrolio, è destinato a esaurirsi. Non subito, certo, ma troppo in fretta perché gli ingenti investimenti iniziali possano venire recuperati, ed è quindi meglio utilizzare i soldi “a perdere” dei contribuenti.

Dal punto di vista delle aziende, che debbono rispondere ai propri azionisti, è un comportamento molto logico. Ma per i governi? Perché i governi dovrebbero spendere denaro pubblico per allestire le costose infrastrutture necessarie a sfruttare una risorsa in via di esaurimento – il gas canadese così come quello del nord Europa registrano già un declino della produzione – quando l’emergenza potrebbe essere affrontata con misure molto più rapide ed economiche? Consigliamo a questo proposito di dare un’occhiata al piano sul risparmio energetico preparato dall’Energy Efficency Commitment, apposita commissione istituita dal governo britannico, per il triennio 2005-2008 (si può scaricare da www. ofgem. gov. uk) un piano che, da solo, rende decisamente antieconomici gli investimenti nel gas e nel nucleare – altro rampante ritorno che con l’emergenza ha poco a che fare. Per quale motivo dovremmo costruire da zero degli impianti tecnologicamente avanzatissimi che, anche se le comunità locali guarissero improvvisamente dalla sindrome del Nimby, ci metterebbero sempre fra i quattro e i cinque anni per entrare in funzione? Perché invece non investire nel riammodernamento di una rete elettrica che perde, ogni giorno, ciò che producono numerose centrali? In meno di sei mesi ci sarebbero risultati concreti mentre la ristrutturazione capillare dell’attuale parco energetico – fra rete, centrali e via dicendo – potrebbe dare lavoro a decine di migliaia di persone per almeno un decennio. E, sul più lungo termine, perché non abbracciare un vasto piano di risparmio ed efficienza energetica che imponga degli standard all’edilizia così come ai produttori di apparecchi d’uso comune – scaldabagni, riscaldamento, condizionatori – senza invece chiedere sacrifici ai contribuenti? C’è tutto un mondo di piccola imprenditoria che potrebbe beneficiare di una simile svolta invece di regalare immense quantità di denaro pubblico ai soliti – grandi – noti.

Non si può chiedere ai cittadini di abbassare i termosifoni, di accettare la dose di inquinamento e di scempio ambientale necessarie alla modernità, e magari perfino di sacrificare al progresso la propria piccola impresa familiare, senza nemmeno degnarsi di rispondere a queste domande.