Segnali di fumo nella nebbia

Piccoli segnali di fumo destinati ai «lavoratori precari» nella finanziaria sono avvistabili – a quanto pare il messaggio al governo dalle lotte nei call center, dalle manifestazioni come il 4 novembre, non poteva essere proprio snobbato – ma le carte di un eventuale cambiamento nella condizione dei prestatori d’opera di tutto l’arcobaleno «atipico» si scopriranno solo in questi mesi: ai «tavoli» di concertazione centralizzata con sindacati e imprenditori, nella decisione o meno di cambiare le leggi sul lavoro. Qui il governo Prodi è chiamato alla sua prova, a mostrare nitidamente «da che parte sta» nel conflitto capitale-lavoro, con tutte le mediazioni ma anche le scelte di una compagine che si vuole «riformista».
Per ora ci sono i «segnali» ad esempio per i «parasubordinati». Confermato l’aumento dell’aliquota previdenziale al 23% (più 0,5% per le prestazioni di malattia, maternità, assegno familiare) c’è però un miglioramento rispetto alla prima stesura della manovra: si prevede infatti che l’aumento contributivo «non» possa determinare «una riduzione del compenso netto superiore a un terzo dell’aumento stesso». Non è molto, ma almeno viene nominata la questione «compensi dei lavoratori»: le imprese non potranno completamente ammortizzare l’aumento dei contributi diminuendo le paghe. In più, è di rilievo la precisazione che tali compensi vanno «anche» agganciati ai contratti nazionali di lavoro «di riferimento».
Ma rispetto a «cocopro» e consimili, restano invece scoperti i collaboratori a «partita Iva». L’aumento dei contributi è a loro completo carico, senza compensazione: facile ipotizzare che le imprese troveranno perciò queste forme di lavoro ancor più appetibili.
Altro segnale nella finanziaria sono le detrazioni d’imposta sul reddito, che raddoppiano per chi ha un rapporto di lavoro a termine – subordinato o non subordinato. La detrazione passa dai 690 euro previsti nel primo testo della finanziaria, a un ‘minimo’ di 1380 per un «reddito complessivo» annuo che non superi gli 8 mila euro. Il ‘minimo’ riguarda infatti i rapporti inferiori alla durata di un anno, perché la detrazione va commisurata al tempo del lavoro e ad esempio nel caso di una durata annuale la detrazione sale a 1840 euro.
Per i «parasubordinati» si migliorano anche le condizioni per la «malattia» e la «maternità». L’indennizzo dell’Inps per la malattia adesso viene collegato al tempo del contratto: i 20 giorni previsti precedentemente diventano il periodo «minimo» mentre il «massimo» è fissato a un sesto della durata complessiva del rapporto di lavoro: se hai un contratto per un anno, può venir «coperta» una malattia lunga fino a due mesi. Così come è «coperta» per le «collaboratrici» non solo la «maternità» ma adesso anche la «gravidanza a rischio». Solo che, a parte l’entità risibile delle «coperture», resta che questi diritti non sono «esigibili» se non si cancellano le attuali leggi sul lavoro. Infatti, ad esempio, la «maternità» già esiste come istituto anche per le «collaboratrici», ma è corredata di un singolare corollario nella legge 30: è previsto infatti che un datore di lavoro possa comunque licenziare le donne in maternità, pur che dia un «preavviso».
Importante – purché «esigibile» – è la norma che finalmente prescrive che per qualunque forma di lavoro – anche per collaboratori, soci di cooperative o lavoro di «associazione in partecipazione» – i «datori», privati o pubblici, devono comunicare l’«instaurazione del rapporto» il giorno prima dell’inizio della prestazione (e così comunicarne cessazione, trasformazione o proroga). E’ un punto di contrasto al lavoro nero e in particolare riguarda gli «infortuni». Avete notato quante volte si legge che ad esempio un edile si è fatto male «il primo giorno di lavoro»?. Se l’infortunio è grave, e dunque non si può nascondere, improvvisamente un uomo o una donna compare col suo corpo leso come «lavoratore ufficiale». Se l’«infortunio» è meno distruttivo, può lavorare una vita e non «comparire» mai.
La settimana prossima parlerò di altre norme, che riguardano la «stabilizzazione» del lavoro e i precari pubblici – comprese università e ricerca. E per altro verso riassumerò alcuni dei disastri della «precarietà» nell’industria e nei servizi, dove non c’è finanziaria che tenga, bisogna cancellare molti testi, a partire dalla legge 30.