Secondo tempo

E’dunque finita l’inerzia che caratterizzava l’opposizione mentre il governo, una ne faceva e una ne pensava? Essa era uscita vincente dalle elezioni europee, ma il 13,5 per cento dell’elettorato radicale non aveva alcuna fretta di incontrarsi, dalla Margherita e da i Ds provenivano soltanto battibecchi, e l’unica manovra che pareva delinearsi era l’occhieggiare fra l’Udc e parte dei riformisti. «Che cosa aspetta l’opposizione?» ci chiedevamo, tramortiti, noi semplici cittadini. Bene, ogni stupore cessi: è manifestamente riuscita l’operazione che premeva da un lato a Romano Prodi dall’altro a Fausto Bertinotti: il primo intendeva affrontare Berlusconi stavolta controllando assolutamente la propria maggioranza, il secondo non intendeva dargli gratis i suoi voti, per vincere, senza la certezza di non venire sbarcato subito dopo da una coalizione che lo sostituisse con una frazione del centro. Tutti e due volevano garantirsi, e a quanto pare ci sono riusciti. Prodi ha azzittito Rutelli, i Ds tratteranno i posti con la Margherita da una posizione di forza ma senza esagerare, Rifondazione si assicura un più vasto gruppo parlamentare, necessario anche alla vita concreta del partito, e una presenza non facoltativa nel governo. La sicurezza di Prodi è quella di Bertinotti e viceversa. Si sono accordati anche su primarie che in una democrazia normale non avrebbero gran senso ma nella bizzarra democrazia nostra sono utili ad ambedue i leader: si legittimano e non si faranno del male.

L’accordo riflette manifestamente la persuasione che l’elettorato darà fiducia a un governo anti-Berlusconi soltanto se lo ritiene stabile e duraturo. E’ forse una percezione esatta. Non si può però dire che sia stata un’operazione condotta alla luce del sole e ascoltando una vasta base popolare. Pazienza, se non comportasse almeno due aspetti preoccupanti.

Il primo è che, mentre si poteva puntare forse su un anticipo delle elezioni del 2006, Romano Prodi preferisce stabilizzare se stesso e i suoi alle regionali del 2005, e soltanto dopo partire per le politiche. Ma questo lascia alla Casa delle libertà più di un anno nel quale continuare sulla sua linea, indebolendo i sindacati con l’aggravarsi del declino industriale e il diffondersi del precariato, rovinando ulteriormente la scuola con la signora Moratti, assestando il prossimo colpo alla magistratura, dissanguando il paese con le finanziarie e privilegiando la sua propria base sociale, ceti medi e medio alti, con la redistribuzione del carico fiscale. Sono processi che non basterà né un giorno né una legislatura a riparare.

Il secondo punto critico è il rinvio della discussione sul programma. Pareva a noi che proprio da questo si dovesse cominciare, esponendo con chiarezza quale altra Italia si voleva. Ma le opinioni devono essere così diverse che cominciando dal programma – devono aver pensato il professore e Bertinotti – ci si sarebbe prima divisi che unificati. Il professore poi è un cultore dei due tempi. Come per l’Europa, prima si è incardinata la moneta e con questa un vincolante sistema socio-economico, e poi si sarebbe visto che cosa vuole essere il vecchio Continente, così per l’Italia si è scelta la priorità inversa: prima si piantano dei solidi paletti politici per battere il Cavaliere e mettere ordine fra le truppe, poi si discuterà per che fare. C’è tempo, ha detto Prodi.

E infatti ce n’è. Fin troppo. Non è detto infatti che come col tempo e la paglia maturano le nespole, basterà il tempo ad accordarsi su un programma troppo a lungo rimandato. Né che saranno sufficienti poche parole d’ordine a mobilitare l’elettorato. Né che, anche ammesso che si batta il Cavaliere, questo tipo di unità sia in grado di tenere assieme per cinque anni un governo e il paese. La strada del programma resta tutta in salita. Sarà meglio non confidarla agli architetti di una soluzione istituzionale intelligente ma costruita su rapporti di forza più che di amicizia. Su quel che siamo diventati con Berlusconi e che cosa vogliamo diventare se riusciamo a metterlo fuori, dovrà essere una società meno oligarchica a riprendere la parola e incalzare i leader con una presenza che negli ultimi tempi è alquanto affievolita. C’è poco da lamentare la crisi della politica se ci si limita a commentare le mosse o non mosse dei suoi anche più abili manovratori.