Se vince Kerry

«In vita mia non ho avuto alcuna discussione con gli Americani, tranne che sull’Iraq»: lo ha detto Romano Prodi al Financial Times. Affermando che «quando non si condivide una scelta bisogna dirlo», precisando però che, sia per l’Italia che per gli Stati uniti, «l’interesse a lungo termine è avere una forte alleanza atlantica». Non ha dubbi Prodi, questo è l’interesse comune che alla fine trionferà. E a Porta a porta si è detto «convintissimo» che, sull’Iraq, negli Stati uniti «stiano già maturando decisioni nuove, sia che vinca Kerry sia che rimanga Bush». E ha concluso: «Se c’è un movimento politico, un cambiamento», le nostre truppe «possono restare». E’ chiaro che «decisioni nuove» matureranno soprattutto se diverrà presidente John Kerry. Ma quali saranno? Kerry critica Bush per l’invasione dell’Iraq, in quanto costituisce «una profonda diversione dalla battaglia contro il nostro più grande nemico, Al Qaeda». Quel nemico che, con il comizio agli americani dello stesso Osama bin Laden, si è rifatto pericolosamente vivo in piena conclusione di campagna elettorale, a ricordare quanto siano stati inefficaci e controproducenti i disastri della guerra, in Afghanistan e peggio, in Iraq.

Kerry si impegna, comunque, a «portare a termine il lavoro in Iraq», coinvolgendo non solo singoli alleati europei ma la Nato in quanto tale, poiché – sottolinea – essa «è oggi una organizzazione per la sicurezza globale e l’Iraq deve essere una delle sue missioni globali». Così gli Stati uniti potranno «rifocalizzare le loro energie sulla reale guerra al terrore». Una volta alla presidenza, annuncia Kerry, «potenzierò il nostro esercito aggiungendo 40mila effettivi, raddoppierò la capacità delle Forze speciali, svilupperò nuove tecnologie per rintracciare i terroristi e abbatterli, rafforzerò il nostro sistema di intelligence». Impegnandosi a «fare dell’Afghanistan di nuovo una priorità, poiché è ancora la prima linea nella guerra al terrore».

Quindi, se Kerry diverrà presidente, spingerà la Nato ad assumersi ulteriori compiti sia in Iraq, dove già è impegnata a costituire una accademia militare, sia in Afghanistan, dove ha già proprie truppe. Lo stesso comunque farà Bush, se verrà rieletto. E’ già pronta, a tal fine, la «Forza di risposta della Nato» (Nrf). La comanda, dal quartier generale di Napoli, l’ammiraglio Usa Michael Mullen, comandante del Joint Force Command Naples (il nuovo comando Nato sempre con sede a Napoli), il quale è allo stesso tempo comandante delle Forze navali Usa in Europa, il cui quartier generale è stato trasferito da Londra a Napoli. La Nrf, composta ora di 17mila uomini, potrà essere «dispiegata in qualsiasi parte del mondo entro 5 giorni».

Il «cambiamento» che si prospetta dopo le elezioni Usa è dunque prevedibile. In Italia la Gad, il centrosinistra che si candida al governo, dovrebbe quindi, fin da ora, decidere la linea da seguire. Se la nuova amministrazione Kerry o la riconfermata amministrazione Bush chiederà all’Italia di mantenere le sue truppe in Iraq nel quadro di un contingente Nato, simile a quello in Afghanistan, la Gad manterrà la sua richiesta di «disporre il rientro del contingente militare italiano» (come propone la mozione unitaria di centrosinistra), o vi rinuncerà? E se Washington deciderà «la sostituzione delle forze di occupazione con forze multinazionali sotto egida Onu» (come propone la mozione), la Gad chiederà che essa sia posta sotto effettivo comando Onu (come prescrive lo Statuto delle Nazioni unite) o accetterà che il comando continui ad essere esercitato dagli Stati uniti? E se Washington, soprattutto se Kerry diverrà presidente, farà dell’Afghanistan «di nuovo una priorità», con un conseguente rinfocolarsi della guerra, la Gad chiederà il ritiro delle nostre truppe o accetterà che esse vi siano sempre più coinvolte? E se Washington (com’è prevedibile) renderà sempre più automatici gli interventi Nato con la «forza ad alta prontezza» sotto comando Usa, scavalcando i parlamenti europei, la Gad si opporrà o accetterà? Anche se Prodi in vita sua non ha avuto discussioni con gli Americani tranne che sull’Iraq, le questioni che dovrebbe discutere la Gad sono ben più ampie. Non si può nascondere la testa sotto la sabbia: va messo in discussione l’intero quadro dei rapporti Italia-Stati uniti dentro e fuori la Nato. Da ciò dipende la possibilità che il nostro paese conduca una reale politica di pace.