Se «tutto» produce valore, il vero orizzonte è il capitale

A fronte degli sconvolgimenti produttivi in corso e del mutamento della geografia industriale del mondo odierno, la minaccia reale ai livelli occupazionali nei paesi industriali va considerata con grande attenzione. Già oggi alcune sedi locali del sindacato dell’auto, negli Stati uniti, ordinano l’arrivo del carro attrezzi quando qualche iscritto osa entrare nella sede sindacale con un’auto di marca non statunitense.
La delocalizzazione sta generando una distorsione di prospettiva: non è tanto il numero dei posti di lavoro persi in occidente e dislocati in paesi a basso salario, quanto l’angoscia che questo processo provoca non solo nella produzione industriale, ma anche in quella dei colletti bianchi. Ottant’anni di vie nazionali al socialismo e di smarrimenti di una prospettiva internazionale – salvo qualche nobile eccezione – hanno offuscato l’interesse e l’attenzione dei sindacati per le condizioni di quello che resta del movimento operaio nei paesi oggetto di delocalizzazione, dove vecchi macchinari continuano a essere utilizzati grazie ai bassi salari.
D’altra parte, l’attuale delocalizzazione assume le apparenze di un risarcimento per uno sviluppo industriale negato da decenni, se non da secoli, ai paesi colonizzati ed economicamente bloccati dall’intervento occidentale. Questo preteso risarcimento è in realtà foriero di un nazionalismo di ritorno come, ad esempio, in Cina e in India. Esso nasconde processi di differenziazione di classe: da un lato, c’è chi — in alto – punta sull’accumulazione nazionale e, dall’altro, c’è chi – in basso – deve lavorare in condizioni disumane. E anche dalle nostre parti, probabilmente, più di qualche capannone o garage non risulterebbe molto diverso, se potesse parlare. Nella proposta del reddito garantito si corre il rischio di ragionare in termini di economia nazionale o tutt’al più europea, quando il problema va letto in termini transnazionali.
È d’altra parte comprensibile la posizione di quanti, a fronte della precarizzazione del lavoro, propongono il ritorno alla centralità del contratto a tempo indeterminato, al lavoro come diritto o bene comune. Parole d’ordine che difficilmente intercettano alcune categorie sociali, tra cui quei giovani, ma non solo, che sono sottoposti a ritmi lavorativi insopportabili e a salari risibili. Chi vorrebbe mai lavorare per un’intera vita come operatore in un call center, isolato da tutti e sorvegliato continuamente? Chi poi trovasse posto in un’azienda sotto i 15 dipendenti o in una cooperativa si sentirebbe scarsamente sollevato da un contratto a tempo indeterminato, perché può esser licenziato con uno schiocco di dita.
D’altra parte, una larga parte dei migranti è costretta a chinare il capo non potendosi permettere di rifiutare a lungo un contratto a tempo indeterminato in una delle tante prigioni a ore: e nemmeno questo li protegge dalla possibilità di finire in un Cpt. Proprio qui, stante l’attuale legislazione sulle migrazioni, il reddito garantito sulla base della residenza pone un problema non da poco: per i migranti la minaccia di doversi rioccupare nel giro di sei mesi, pena l’abbandono del territorio italiano, rende il reddito garantito un sollievo pregevole, ma di corto respiro.
Se, come pensiamo, la caratteristica del lavoro contemporaneo è il suo farsi migrante, allora sempre più labile è e sarà il divario tra quanti ci si ostina a definire «garantiti» e i precari. Per questo, nonostante la buona fede dei suoi sostenitori, il reddito garantito può significare, in assenza di un movimento impetuoso, la diffusione di diritti differenziali. Se, quindi, l’erosione della previdenza sociale carica tutti i salari di un onere che precedentemente era un diritto acquisito col proprio lavoro, allora non solo è necessaria e urgente un’organizzazione tra lavoratori e lavoratrici che rompa le gerarchie imposte dai nuovi modelli produttivi e contrattuali, ma è fondamentale che tale ricomposizione inizi là dove massima è la divaricazione tra lavoro e diritti, ossia dalle condizioni materiali dei migranti. Non si tratta di aspettare tempi migliori, ma di raccogliere e promuovere le occasioni di mobilitazione anche parziali, ma capaci di incidere, che facciano giustizia di un senso comune fondato sulla solitudine e sulla percezione di una congiuntura storica sfavorevole.
La categoria di «postfordismo» ha reso più difficile di quanto già non fosse la messa a fuoco dell’aumento in atto dei posti di lavoro a ritmi vincolati. Ciò che vediamo estendersi è un controllo sui tempi e l’intensità di lavoro sempre più capillare e che sempre più investe le nuove tipologie lavorative. Per questa ragione è sul lavoro, con le sue modalità in parte «vecchie» e in parte «nuove», che devono essere incentrati inchieste e dibattiti, e non sulla categoria di «vita» che rischia di sfumare le differenze di classe, rendendole indistinte.
Se infatti ogni attività diviene produttiva di valore, il capitale, produttore di precarietà (oltre che di profitti), pare configurarsi come una totalità, un orizzonte intrascendibile che può essere, tutt’al più, regolato in parte.