Se questo aumento vi sembra troppo…

Il 2 dicembre oltre un milione e seicentomila lavoratori dell’industria metalmeccanica sciopereranno e molti di loro (si attendono almeno centomila persone) manifesteranno a Roma. E questa volta i lavoratori chiedono con insistenza la diretta televisiva, dopo che le loro ptoteste sono state a lungo ignorate dalla grande informazione.
È l’ennesimo sciopero indetti unitariamente da Fiom, Fim e Uilm per sostenere la vertenza per il rinnovo del biennio economico dei metalmeccanici, che quasi un anno attende il riconoscimento degli adeguamenti salariali. La trattativa è rimasta finora praticamente bloccata dalla distanza siderale tra le richieste sindacali (105 euro di aumento medio più 25 euro per i lavoratori delle aziende in cui non è prevista la contrattazione di secondo livello) e l’offerta di Federmeccanica (60 euro). Inoltre gli industriali vorrebbero maggiore flessibilità e più libertà sugli orari di lavoro, mentre da parte dei sindacati di categoria è stato stabilito senza esitazioni che non sarà mai sottoscritto un accordo che, di fatto, cancelli il ruolo delle rappresentanze sindacali aziendali in materia di organizzazione del lavoro.
Ma anche scioperare costa. Le quaranta ore sacrificare finora per la causa di un contratto dignitoso valgono almeno 350 euro lordi. Che sulla busta paga di un operaio metalmeccanico incidono eccome. In questa pagina sono loro stessi a raccontare come sia la vita di chi lavora in fabbrica e fa i salti mortali per far quadrare il bilancio familiare mentre la vita costa sempre di più.

Rischiare la vita per mille euro

Patrizio Di Pietro (Ilva)
«Ho 38 anni e sono sposato. Ma non ho figli, e questo e un “vantaggio”, perché significa che il mio salario di un migliaio di euro mensili può bastare per vivere dignitosamente, perché in questi anni ho imparato a centellinare i miei soldi. Ma in generale, noi che lavoriamo all’acciaieria Ilva di Taranto da queste parti siamo considerati dei fortunati: perché sebbene in fabbrica rischiamo letteralmente la vita, come dimostrano purtroppo i molti incidenti mortali che continuano a verificarsi, possiamo contare sull’unica realtà produttiva che ci garantisce un reddito mensile. Il ricambio generazionale ha creato una forza lavoro giovane, tra i 24 e i 30 anni, con inquadramento molto basso. E per questo c’è una grande corsa agli straordinari, che aumentano l’esposizione ai rischi: molti infortuni sono avvenuti, infatti, proprio al termie di turni di lavoro prolungati. Però, chissà perché, noi metalmeccanici siamo sempre i “cattivi” solo perché chiediamo 105 euro di adeguamento all’inflazione, mentre altre categorie hanno ottenuto, giustamente, contratti dignitosi. E intanto continuiamo a offrirci per gli straordinari…».
Taranto

Faremo il mutuo per la gita scolastica

Pino Torraco (Fincantieri)
«Viviamo male, è un momento difficile, e fa rabbia vedere che qualcuno si permette di dire che pretendiamo “troppo”. Ho 53 anni, da 31 lavoro alla Fincantieri e ho raggiunto il quinto livello, quindi sono un “privilegiato” che prende un mensile tra i 1.100 e i 1.200 euro, ma alla fine del mese si arriva sempre con grande fatica. Ho una figlia di 17 anni che fa il liceo; chi ha figli mi può capire. Quando la sua scuola ha organizzato un viaggio di studio di quattro giorni in Inghilterra sono stato costretto, a malincuore, a dirle di no, che non potevamo pagargliela. Lei ha capito, ma a me e a sua madre dispiace davvero negarle questa opportunità di crescita. Tant’è che stiamo pensando addirittura di accendere un piccolo mutuo per finanziare questa e altre spese legate ai suoi studi. I 105 euro che chiediamo di avere in più in busta paga, dopo che per quasi tre anni l’inflazione si è mangiata il nostro potere d’acquisto, potrebbero servire per coprire proprio quelle spese. Ci pensi bene chi ci ha offerto 60 euro trattandoci come dei mendicanti. Intanto io “investo” negli scioperi, perché pretendo rispetto».
Monfalcone

Dieci anni fa potevo risparmiare

Rossano Gatti (Lonati)
«Ho 34 anni, una moglie e un figlio di 6 anni. Prendo 1.100 euro al mese e bene o male riesco a vivere perché anche mia moglie lavora e paghiamo un affitto ragionevole per la nostra casa. Ma senza queste due condizioni a sostegno del mio reddito non ce la farei, e comunque la famosa quarta settimana del mese è davvero diventata difficile. Ma io ricordo bene che fino a qualche anno fa riuscivamo anche a mettere da parte qualcosa, adesso bisogna stare attenti a non andare troppo spesso a intaccare le poche riserve. C’è poco da spendere: la pizza andiamo a mangiarla fuori una volta al mese, mentre una cena al ristorante non può che essere un evento molto occasionale. Perché oltre alle preoccupazioni dovute a un salario appena sufficiente, devo anche pensare al rischio della cassa integrazione: ne ho già fatta per oltre venti settimane, e in quei mesi le mie entrate si riducevano a 650-700 euro. Ma di quale moderazione salariale parlano gli industriali? Cosa dobbiamo moderare ancora, di fronte a un’inflazione reale che ci mangia la busta paga? Ma perché non provano per un mese almeno a vivere loro con 1.100 euro?».
Brescia

Vivo con papà e risparmio su tutto

Daniela Valorosi (Arcotronics)
«Ho 39 anni, lavoro come operatrice di macchina, sono un’operaia metalmeccanica di quarto livello e sono single. Per fortuna, aggiungo: perché con 1.100 euro al mese, se non abitassi insieme a mio padre nella casa di sua proprietà, non so proprio come farei a vivere a Bologna. Lui ha la sua pensione, io il mio salario e bene o male ce la caviamo. Certo, senza spese scellerate, sempre con grande attenzione, perché se dovesse arrivare un imprevisto i conti non quadrerebbero più. Per questo io non mi piango certo addosso, ma provo sincera e profonda ammirazione per i miei colleghi che con gli stessi soldi riescono a mantenere una famiglia, pagare il mutuo per la casa, cercare di accontentare i figli con qualche divertimento o qualche comprensibile capriccio, un cinema, una pizza… Davvero a volte li osservo e mi chiedo come facciano. Perché la situazione è difficile davvero e te ne accorgi quando vai al supermercato. Ora dobbiamo assolutamente ottenere quei 105 euro in più, ma il mio sogno è tornare alla relativa tranquillità che avevo fino a 15 anni fa».
Bologna

Ma i supermarket non fanno lo sconto

Massimo Galantini (Gkn)
«Sono un metalmeccanico fortunato, io. Ho 47 anni, una moglie ma nessun figlio. Un bel “risparmio” rispetto ai mie colleghi che vedo fare i salti mortali per arrivare alla fine del mese. Non sono storie, è la vita vera, quotidiana di tanti di noi, che fino a cinque anni fa riuscivamo a mettere via qualcosina ogni mese, adesso ci accontentiamo di non andare in rosso. Penso ai più giovani tra i miei colleghi, che arrivano a malapena a mille euro e devono stare attenti a non andare più di due volte a mangiare la pizza al sabato con le fidanzate. Il costo della vita è aumentato per tutti, non ce la facciamo con i vecchi salari. Ma cosa credono e dove vivono quei signori che ci vorrebbero negare un aumentino da 105 euro e ce ne buttano sul tavolo 60? A quanto mi risulta quando si arriva alla cassa del supermercato non esiste ancora lo “sconto metalmeccanici”, ci chiedono di pagare tutto come gli altri. Alla fine dei conti, guardate, che anche quell’adeguamento salariale non diventa altro che una serata in più da passare con la propria famiglia, magari, in pizzeria. Non basterà certo per andare alle Maldive».
Firenze

Mi dispiace ma compro cinese
Emanuele De Nicola (Sata)
«Sono un operaio manutentore della Sata-Fiat di Melfi, ho 37 anni, sono un single e vivo con i miei genitori. Per fortuna. Perché nonostante faccia ogni mese almeno un turno di una settimana di notti, la mia busta paga oscilla tra 1.000 e 1.100 euro. Che anche in Basilicata sono pochi per vivere dignitosamente il tempo che avanza dal lavoro in fabbrica e dai viaggi di 160 chilometri al giorno per andare e venire da Melfi a Potenza. Quando leggo i dati sull’inflazione forniti dall’Istat mi chiedo su quali beni si basino, perché con le spese che faccio io – e ovviamente parlo di consumi essenziali – non mi ci ritrovo per niente: i prezzi sono aumentati molto di più. Quindi ci si deve arrangiare: da una parte, chi ci riesce, si inventa qualche lavoretto per arrotondare, dall’altra tutti quanti ci ingegniamo per spendere il meno possibile. Così anch’io, con qualche remora perché penso allo sfruttamento che c’è dietro, mi trovo costretto a ricorrere ai prodotti cinesi, per esempio per l’abbigliamento. Sono di scarsa qualità ma costano poco. È così che gli industriali vogliono sostenere i consumi e i prodotti italiani?».
Potenza

Una busta paga in spese fisse

Giuseppe Caristia (Fiat)
«Ho 54 anni e sono un operaio di terzo livello dello stabilimento di Rivalta, dove si fabbricano le sospensioni per le vetture Fiat. Prendo ogni mese una busta paga da 1.000-1.100 euro, ma per fortuna anche mia moglie lavora e porta a casa più o meno la stessa cifra. Ma abbiamo due figlie, di 17 e 22 anni, che studiano entrambe. Io ho fatto bene i miei conti, anche perché questo è l’unico modo per arrivare alla fine del mese: solo di spese fisse (mutuo, luce, telefono, acqua, gas, tasse scolastiche) se ne vanno almeno 910 euro. Quindi di una delle due buste paga se ne va quasi per intero. Con quello che resta dobbiamo far quadrare i conti per la vita quotidiana, soprattutto delle due ragazze: farle studiare costa, ma è un sacrificio che facciamo volentieri.E loro con noi, ovviamente, perché si devono accontentare ad avere in tasca rispettivamente 5 e 10 euro alla settimana, di più non possiamo dare, dopo aver pagato libri, abbigliamento (poco e al risparmio), trasporti da Orbassano a Torino. E se fino a cinque anni fa riuscivamo anche a mettere da parte qualcosa, adesso siamo sempre al limite».
Torino

L’unica salvezza sono gli straordinari

Alessandro Banchero (Neon Europa)
«Ho 43 anni, una moglie (che lavora) e un figlio. Sono uno dei 25 dipendenti di una piccola azienda che fortunatamente funziona bene, perché in questi ultimi anni mi sono reso conti sulla mia pelle che il potere d’acquisto dei nostri salari è stato divorato dall’aumento dei prezzi. E non è vero che in Sardegna la vita costa meno che altrove, chiedetelo ai milanesi che vengono qui. La mia fortuna è che l’azienda offre la possibilità di fare molte ore di straordinari, così posso arrivare anche a 1.200 euro mensili. E’ l’unico mezzo che ci consente di far quadrare i conti, e questo vale ancora di più per i mei colleghi che devono mantenere la famiglia con un solo stipendio. Ma non è che questo garantisca grandi possibilità: si fa fatica comunque a vivere dignitosamente, bisogna imparare a negarsi certe spese, anche negli alimentari. La verità è che anche l’aumento di 105 più 25 euro (per noi che non abbiamo il secondo livello) richiesto legittimamente dai sindacati non rappresenterebbe altro che una boccata d’ossigeno. Per tornare a respirare dovremmo chiedere molto di più».
Cagliari

Voglio i soldi come tutti gli altri

Sergio Signoracci (Morbidelli)
«Mi mancano tre anni per raggiungere i 40 di contributi e pensare alla pensione. Ma anche se ho 54 anni, ho il quinto livello di inquadramento e da scapolone quale sono vivo con i mie due “vecchietti”, mi accorgo che la qualità della vita di noi operai è scivolata parecchio in basso e vedo attorno a me tanti, troppi, che fanno proprio fatica a campare. E non è giusto. I dati che ci propinano quando discutono del rinnovo contrattuale sono quelli di un’inflazione “irreale”, che non corrisponde alla realtà dei prezzi dei beni indispensabili che dobbiamo comprare con i soldi della busta paga. L’aumento richiesto, 105 euro più 25 per chi non ha la contrattazione aziendale, è semplicemente il minimo dei minimi. Di meno non si poteva chiedere davvero. Io ho notato che tutte le altre categorie di lavoratori hanno chiuso i rispettivi contratti con adeguamenti salariali ragionevoli e legittimi. Perché noi no? Perché mai dovremmo svendere i pochi diritti residui per una manciata di euro? Guardate che i metalmeccanici non ce la fanno più, c’è gente che incominciato a indebitarsi per mantenere gli studi dei figli».
Pesaro