Se Milosevic è in carcere perché Sharon è libero?

L’arresto dell’ex presidente jugoslavo Slobodan Milosevic ha dato nuovo slancio alla campagna internazionale per l’incriminazione e la messa sotto processo per omicidio, crimini di guerra, gravi violazioni della IV convenzione di Ginevra e crimini contro l’umanità, del primo ministro israeliano Ariel Sharon lanciata negli Usa da numerose personalità del mondo della cultura e dell’arte, avvocati, esponenti dei diritti umani, Ngo e noti accademici. Tra i firmatari dell’appello, che ha già raccolto migliaia di firme: il professore di diritto internazionale all’Università dell’Illilinois ed ex membro della direzione di Amnesty international, Francis Boyle, la signora Ellen Siegel infermiera al Gaza hospital di Sabra nell’estate del 1982 e testimone sullo svolgimento di quei tragici eventi davanti alla Commissione di inchiesta israeliana presieduta dal giudice Kahan e il noto dissidente americano Noam Chomsky del Mit di Lexington. L’appello, a livello internazionale, è stato firmato anche da numerosi intellettuali israeliani del campo della pace da Adam Keller direttore di “The Other Israel”, a Susi Mordechay del Comitato israeliano contro la demolizione delle case, da Uri Davis dell’Associazione per la protezione dei diritti umani in Israele ad Hillel Barak del Comitato per una repubblica laica e democratica. Secondo i firmatari l’intera carriera militare e politica del nuovo premier israeliano è costellata di crimini e di violazioni della Convenzione di Ginevra per i quali, visto che la magistratura israeliana non si è mai assunta le proprie responsabilità indagando a fondo e perseguendo Ariel Sharon, le Alte Parti Contraenti di quella Convenzione – in particolare l’Unione europea- hanno non solo il diritto ma il dovere di avviare un’azione legale nei suoi confronti. E i precedenti di Augusto Pinochet, Slobodan Milosevic e dei responsabili del genocidio in Rwanda testimoniano che Ariel Sharon non dovrebbe più avere quella immunità di cui ha goduto sino ad oggi.
L’articolo 146 della Convenzione di Ginevra sulla protezione delle popolazioni civili in tempo di guerra e sotto occupazione militare non dovrebbe lasciare dubbi in proposito: tutte le parti contraenti “Hanno l’obbligo di ricercare le persone sospettate di aver commesso, o di aver ordinato di commettere” gravi violazioni della Convenzione stessa e “dovranno portare tale persona, indipendentemente dalla sua nazionalità, davanti ai propri tribunali”. L’articolo 147 della stessa Convenzione stabilisce che per “gravi violazioni” debbano intendersi tra gli altri, l’omicidio volontario, tortura o trattamenti inumani, la deportazione, il trasferimento forzato o il confinamento delle popolazioni protette, il privarle della possibilità di avere un processo equo, la presa di ostaggi, vaste distruzioni e appropriazioni di proprietà. Consideriamo che contro Slobodan Milosevic la Corte dell’Aja ha formulato quattro capi di imputazione: tre per crimini contro l’umanità (omicidio, deportazione e persecuzione sulla base di motivi politici, razziali, e religiosi) ed uno per crimini di guerra. In particolare l’ex presidente jugoslavo è accusato di “aver pianificato, istigato, ordinato ed eseguito o favorito” la campagna di pulizia etnica della quale deve rispondere sia sotto il profilo della responsabilità diretta e personale sia per aver omesso di prendere le misure necessarie per prevenire i crimini stessi. In particolare Milosevic sarebbe responsabile secondo il tribunale internazionale della deportazione degli albanesi Kosovari e dell’uccisione, tutta da provare come nel caso del massacro di Racak, di 340 persone. Gravissime accuse che però impallidiscono di fronte ai crimini dei quali si è ripetutamente macchiato Ariel Sharon del 1953 ad oggi. A cominciare dal massacro di Sabra e Chatila (2.000 morti palestinesi e libanesi) avvenuto nel settembre del 1982 durante l’occupazione israeliana di Beirut ovest. Ariel Sharon, allora ministro della difesa del governo Begin, fu l’architetto della invasione del Libano nel corso della quale, sotto i bombardamenti dei campi profughi e della stessa Beirut ovest, morirono circa 20.000 tra palestinesi e libanesi, il 40% dei quali bambini o ragazzi. Partiti dalla città assediata i combattenti palestinesi, Ariel Sharon, rompendo un precedente impegno preso con gli Usa, inviò l’esercito israeliano a Beirut ovest e circondati i quartieri di Sabra e Chatila vi fece entrare le milizie falangiste alleate di Israele a “ripulire” i due campi nei quali erano rimasti vecchi, donne e bambini. Il massacro
, mentre i soldati israeliani impedivano agli abitanti di fuggire e illuminvano con due bengala al minuto la macelleria notturna durò dal pomerigio del 16 settembre alla mattina del 18. Prima dell’eccidio Sharon incontrò i leader delle Forze libanesi per pianificare le operazioni e i suoi comandanti osservarono direttamente gli eventi dai posti di osservazione nei pressi dell’ambasciata del Kuwait. La stessa commissione di inchiesta israeliana presieduta dal giudice della Corte suprema Yitzhak Kahan, pur tra mille distinguo, non potè esimersi dal riconoscere le responsabilità di Sharon nell’eccidio del 1982. Del resto la rappresaglia terroristica contro le popolazioni palestinesi (con l’obbiettivo ultimo di cacciarle nei paesi vicini) è stata l’arma preferita da Sharon sin dagli anni cinquanta, da quando prese il comando della tristemente nota unità 101. Tra le sue glorie l’attacco dell’agosto del 1953 contro il campo profughi di Burej a Gaza (quando i suoi uomini lanciarono decine di granate nelle baracche uccidendo tra le trenta e le cinquanta persone) e il massacro di Kibya nella West bank (allora Giordania) del 14 ottobre del 1953 durante il quale, dopo aver costretto gli abitanti a rifugiarsi nelle loro case i soldati israeliani le fecero saltare in aria uccidendo 69 persone, la metà donne e bambini. Divenuto comandante di una brigata di paracadusti Ariel Sharon partecipò alla campagna del Sinai del 1956 contro l’Egitto nel corso della quale secondo il generale Arye Biro (allora comandante di compagnia agli ordini di Ariel Sharon e di Rafael Eitan) sarebbero stati passati per le armi ben 273 soldati e lavoratori civili egiziani fatti in precedenza prigionieri. E a proposito della convenzione di Ginevra le truppe di Ariel Sharon, divenuto nel frattempo comandante del Fronte sud con il compito di porre fine alla resistenza a Gaza, distrussero nel 1971 oltre 2.000 case palestinesi rendendo di nuovo profughi 13.000 persone. Centinaia di giovani vennero deportati in Giordania o in Egitto mentre 600 parenti di “sospetti” guerriglieri vennero esiliati tra le sabbie del deserto del Sinai.